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  • Resoconto teleriunione  16 agosto 2016

Un mondo fuori controllo

La teleconferenza di martedì, presenti 9 compagni, è iniziata con un breve accenno alle condizioni precarie in cui versano le strade e le infrastrutture italiane.

Per una società di tipo capitalistico il grado di manutenzione è indicativo non solo della disponibilità delle risorse economiche o della cura estetica dei propri artefatti, ma anche del livello di vampirizzazione raggiunto dal sistema economico. La prevenzione quasi non genera profitto, la ricostruzione, al contrario, è una fonte di guadagno che può durare decenni. Ai fini capitalistici conviene la catastrofe con tanto di "emergenza", che significa grandi investimenti per grandi opere.

La teleconferenza è quindi proseguita con le notizie sui conflitti in corso.

La Stato Islamico è stato cacciato da Sirte ed è sotto attacco anche nella città di Aleppo, dove si contano a migliaia i morti, i feriti e gli sfollati. Da mesi l'aviazione russa bombarda la Siria (ormai ridotta in macerie) ma è di questi giorni la notizia dell'utilizzo di basi iraniane per gli attacchi. Le mire espansionistiche del Califfato si stanno ridimensionando ed è ormai chiaro che le potenze occidentali, se solo volessero, potrebbero distruggere facilmente la struttura militare di Daesh, composta da qualche migliaio di miliziani. Ma il timore di dare l'ennesimo calcio nel vespaio fa da freno alle azioni belliche della Coalizione. Non è difatti pensabile che la presa di Aleppo e Mosul non abbia delle conseguenze, magari lontano dal campo di battaglia, nelle metropoli occidentali.

Il complesso e movimentato scenario mediorientale produce strane alleanze. Come quella tra Erdogan e Putin, che, alla guida di paesi nemici da qualche centinaia di anni, sono costretti dalla situazione contingente a stringere accordi. Ed altrettanto strano è il fallito golpe turco, di cui nessuno è ancora riuscito a spiegare a fondo le dinamiche. Intanto nell'Heartland la parte turcofona della popolazione è soggiogata da bande che puntano solo ad arricchirsi, così come in Tagikistan, Kirghizistan o Turkmenistan.

Altrettanto composita è la situazione in Africa, dove ormai da tempo la Cina ricopre un ruolo attivo che incide sul contesto economico e sociale. Componenti di Boko Haram combattono e sconquassano la Nigeria e il Ciad, mentre i milioni di morti nel Congo non fanno nemmeno notizia. In Libia si è passati da una parvenza di stato allo scontro tra tribù per il controllo dei pozzi petroliferi o del traffico di esseri umani. E l'elenco potrebbe continuare a lungo.

Anche dall'altra parte del mondo non mancano le situazioni critiche. Per esempio a Milwaukee, negli USA, dove a causa dei pesanti incidenti avvenuti in seguito all'uccisione di un giovane afroamericano è stato chiesto l'invio della Guardia Nazionale. Difficile ormai tenere il conto delle rivolte che dal 2011 a oggi, da Ferguson a Baltimora, hanno colpito gli Stati Uniti.

La mancanza di controllo da parte dello Stato significa l'impotenza dello stesso. Eppure tarda a scomparire la concezione per cui saremmo in un periodo di interguerra, di preparazione alla guerra classica tra schieramenti netti e contrapposti. Oggi il termine schieramenti significa al massimo tentare di usare le popolazioni come carne da macello, senza preoccuparsi delle conseguenze. Le guerre per procura si trasformano immediatamente in guerre civili perché il capitalismo, essendo un sistema a retroazione positiva, è invecchiato e non può che morire generando uno scenario di guerra endemica.

L'8 agosto scorso, in anticipo rispetto all'anno precedente, è stato raggiunto l'"Earth Overshoot Day". La voracità capitalistica consuma le risorse organiche disponibili scontrandosi inesorabilmente con le possibilità fisiche del sistema-mondo. La produzione di acciaio, diceva la nostra corrente negli anni '50, non può andare oltre un certo numero perché l'uomo non mangia l'acciaio. Superando vistosamente quei limiti la società si è imprigionata in qualcosa di non biologico, non vitale. Raggiunta questa soglia non c'è alcuna possibilità di rivitalizzazione del sistema. Quello che abbiamo sotto gli occhi è ancora capitalismo?

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    "Sempre più spesso [i conflitti bellici] saranno combattuti in ambienti urbani, se non altro perché entro il 2040 i due terzi della popolazione mondiale vivranno nelle città. Il numero di megalopoli con una popolazione di oltre 10 milioni è raddoppiato a 29 negli ultimi 20 anni e ogni anno circa 80 milioni di persone si spostano dalle aree rurali a quelle urbane. L'intensa guerra urbana, come dimostrano le recenti battaglie per Aleppo e Mosul, continua a essere dura e indiscriminata e continuerà a presentare problemi difficili per le forze di intervento occidentali. La tecnologia cambierà la guerra nelle città tanto quanto altri tipi di guerra, ma dovrà ancora essere combattuta da vicino, un isolato alla volta".

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