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  • Resoconto teleriunione  23 maggio 2017

Entropia, conoscenza, informazione

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla guerra in corso partendo da quanto accaduto a Manchester.

Sul sito di Repubblica, Michele Serra descrive i recenti attentati in Europa come una "guerra mondiale dichiarata", facendo così eco a papa Francesco che da tempo lamenta una "terza guerra mondiale combattuta a pezzi". Anche Limes, analizzando i molteplici teatri di conflitto, attuali e potenziali, presenti sul pianeta, si domanda se "la terza guerra mondiale" non sia già scoppiata. Di sicuro si è stabilita una simmetria tra i bombardamenti delle popolazioni civili in Siria, Iraq e Yemen, e il terrorismo di chi si immola nelle metropoli europee: di fronte all'avanzata delle forze occidentali in Medio Oriente, Daesh rompe l'accerchiamento esportando la guerra in altri continenti.

Già nel 2003, con la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno dato il proverbiale calcio nel vespaio mediorientale. Oggi la situazione vede il consolidamento del terrorismo di matrice sunnita, che viene sostenuto e finanziato (anche) dall'Arabia Saudita, la quale è uno dei maggiori alleati degli Usa nel mondo arabo ed ha scatenato una guerra in Yemen per colpire l'Iran, che è a sua volta in lotta contro i fondamentalisti sunniti. In questo scenario intricatissimo si inserisce la recente visita di Donald Trump a Riyad finalizzata, almeno ufficialmente, a stipulare accordi commerciali per la vendita di armi e sistemi missilistici per un valore di circa 110 miliardi di dollari.

Nell'articolo "Marasma sociale e guerra", uscito nel 2011, riportavamo una mappa dell'area che si affaccia sul Mediterraneo in cui erano evidenziati in grigio scuro i paesi coinvolti da rivolte urbane contro i regimi polizieschi, parassitari e corrotti, e in grigio chiaro i paesi europei attraversati da proteste contro la vita senza senso e la mancanza di prospettiva. Oggi per aggiornare la mappa, magari estendendola all'intero pianeta, dovremmo colorare di grigio o di nero molti altri stati dato che sono 167 (vedi Global Peace Index) le nazioni che in un modo o nell'altro sono interessate dalla guerra. Stiamo assistendo ad un fenomeno di sincronizzazione a livello planetario, causato dalla perdita di energia del sistema e che sta producendo i più multiformi episodi di disordine sociale: azioni di gruppi armati, manifestazioni e scontri con la polizia, disagio sociale, cyber-attacchi e guerra diffusa.

Il Venezuela, new entry nella lista degli stati al collasso, è ormai sull'orlo del default; le manifestazioni antigovernative continuano e fino ad ora si contano più di 50 morti. Il petrolio che giace nel sottosuolo venezuelano è di scarsa qualità ed è attualmente poco commerciabile visto che la richiesta mondiale non cresce. Il paese dipende dalla vendita di greggio per il 90% delle sue esportazioni e avrebbe bisogno di quotazioni almeno del doppio degli attuali 50 dollari al barile per tenere i conti pubblici in ordine. Ma non è l'unico: secondo il FMI, "soltanto il Kuwait potrebbe sostenere l'attuale livello di prezzi avendo il break even a 49,18 dollari. Ci vanno vicini Iraq, Iran e Qatar che l'hanno fissato tra 50 e 55 dollari, mentre sono più lontani l'Algeria (64,7 dollari), la Libia (71,3 dollari) e addirittura l'Arabia Saudita (83,8 dollari)."

La guerra civile generalizzata è un processo irreversibile. Difficile immaginare che Venezuela, Siria o Iraq possano ritornare a com'erano prima del caos in corso. Il Brasile, pur non trovandosi ancora in una condizione "venezuelana", vive da anni in una situazione caotica fatta di scontri, scioperi generali e manifestazioni oceaniche. In Tunisia, il paese in cui ha preso le mosse la Primavera Araba, da mesi si protraggono scioperi, blocchi stradali e picchetti che vedono migliaia di disoccupati scendere in strada e scontrarsi violentemente con le forze dell'ordine.

Siamo poi passati a parlare dei progetti di Elon Musk: le Gigafactory e tutto quello che ruota intorno al progetto di colonizzazione di Marte rispondono alla disperata necessità di valorizzare le immani quantità di capitale fittizio che aleggiano nei mercati finanziari. In Cina, con il progetto della Nuova via della seta, si sta tentando un esperimento simile: il varo di un piano di infrastrutture che coinvolga decine di paesi ha l'obiettivo di facilitare il commercio di merci e favorire Pechino nel rifornimento di materie prime. Anche il Dragone cresce meno, e pur avendo decine di città nuove di zecca ma disabitate, cerca di rilanciare l'economia con la costruzione di ferrovie, autostrade e ponti. Il più giovane dei vecchi paesi capitalistici (Usa) e l'ultimo dei capitalismi rampanti (Cina) hanno problemi simili: grave indebitamento, squilibri macroeconomici, eccessi finanziari e un'enorme "questione sociale".

In chiusura di teleconferenza si è accennato alla lotta negli Usa dei lavoratori dei fast food (e solidali), che anche quest'anno hanno assediato in migliaia il quartier generale di McDonald's durante l'assemblea degli azionisti per rivendicare 15 dollari l'ora e la possibilità di organizzarsi sindacalmente. La manifestazione era diretta contro il colosso della ristorazione veloce considerato, più in generale, il simbolo del sistema dell'1%. La situazione materiale è più polarizzata di quanto appaia, si pensi ai dati riportati nell'articolo "Una disuguaglianza capitale: come e perché aumenta la forbice tra le classi" (Cortocircuto):

"Le otto persone più ricche del pianeta possiedono quanto 3 miliardi e mezzo di persone [...]. Secondo una stima di Oxfam, vista la velocità di accumulazione di ricchezze ai vertici, in questa generazione sarà forse possibile vedere la nascita del primo trilionario, un individuo che possegga almeno un trilione di dollari. Si tenga presente che la ricchezza nazionale italiana è circa 9 trilioni. Negli Stati Uniti sono concentrati il 46% dei multimilionari di tutto il mondo nonostante abbiano il 2% della popolazione mondiale."

Il capitalismo nella sua fase senile è costretto a negare sé stesso, centralizzandosi, autonomizzandosi al massimo e rovinando le mezze classi. La legge marxiana della miseria crescente risulta non solo verificata ma rafforzata. Esclusivamente una forma sociale organica, una società che conosca finalmente sé stessa, può mettere in equilibrio il pianeta con l'energia proveniente dal Sole.

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    Temi non nuovi per noi: nell'articolo "Dall'equilibrio del terrore al terrore dell'equilibrio" abbiamo descritto un mondo capitalistico che non è più gestito "in condominio" tra Usa e Urss, ma si è trasformato in un sistema instabile e complesso maggiormente sensibile al classico "effetto farfalla". La guerra moderna non può evitare di confrontarsi con la velocità del flusso di informazioni che viaggiano attraverso la Rete, diventata ormai da anni un fondamentale campo di battaglia (vincere la battaglia informatica vuol dire avere più informazioni di quelle che possiede il nemico).

    I rapporti sociali odierni sono quelli di un capitalismo stramaturo che permea di sé ogni cellula del sistema, la quale si sente in guerra perenne con le altre. Con il capitalismo l'uomo perde in assoluto qualsiasi residuo di rapporto umano con l'altro uomo e ciò si rispecchia nel modo di condurre i conflitti: con il massacro delle popolazioni inermi e lo studio scientifico per produrre sistematicamente sofferenza, con la distruzione e la morte. Attualmente in Libia siamo alla guerra di tutti contro tutti, mentre in Algeria e Sudan si susseguono proteste e rivolte che, dopo la cacciata del tiranno di turno, mettono ora in discussione anche i vertici militari (che in Sudan hanno compiuto un colpo di stato). Sulla situazione algerina un compagno ha segnalato l'articolo del manifesto "Algeria, la natura di classe della rivolta in corso", secondo cui le recenti manifestazioni sarebbero il risultato degli scioperi anche violenti degli ultimi anni.

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    "Nella misura in cui tratta di una questione puramente tecnica, la soluzione dipende dagli strumenti tecnologico-scientifici che si riescono ad approntare. Ma, nel momento in cui il campo si allarga – ed è il caso della nostra contemporaneità – il ritmo del progresso tecnico impone alla coscienza umana l'obbligo di adattare le regole alle circostanze, precisando con le sue scelte i criteri che gli consentono di agire. Ed è qui che il pensiero filosofico innesta ancor oggi la sua forza di propulsione."

    Ciò che conta è quindi la profondità del pensiero filosofico, le altre discipline servono al massimo ad ampliarne l'orizzonte speculativo. Lo scritto di Franzini fa venire in mente lo scambio epistolare avvenuto qualche anno fa sulle pagine di Repubblica tra Eugenio Scalfari e Alessandro Baricco; il tema della discussione era l'avvento dei nuovi barbari, e mentre il primo difendeva l'importanza degli intellettuali e della cultura classica rivendicando il primato della filosofia rispetto all'emergere dell'intelligenza diffusa e distribuita, il secondo valutava abbastanza positivamente la superficialità barbarica.

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