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  • Resoconto teleriunione  3 ottobre 2017

In difesa del programma della rivoluzione

La teleconferenza di martedì sera, presenti 18 compagni, è iniziata con alcune considerazioni su quanto accaduto a Las Vegas, negli Stati Uniti, e sul dibattito che infuria nel paese in merito alla libera vendita di armi.

In un articolo di Focus vengono riportate precise statistiche sul numero dei morti dovuti a colpi di arma da fuoco:

"Negli Usa circolerebbero 357 milioni di armi da fuoco contro una popolazione di soli 318,9 milioni di persone. Secondo il report, il 20% dei possessori possiede il 65% delle armi. Gli USA ospitano il 4,4% della popolazione terrestre, ma il 42% dei civili armati del mondo."

Nel caso dell'attacco al concerto country di Las Vegas, l'attentatore ha introdotto in una stanza d'albergo, al 32° piano, 19 fucili semiautomatici su cui ha installato un sistema per sparare più velocemente. Ha puntato le armi dalla finestra della camera e, sparando sulla folla, è riuscito ad uccidere circa 60 persone e a ferirne almeno 500. I giornalisti sostengono che si tratti della peggiore strage da armi da fuoco della storia degli Stati Uniti, seconda solo all'attacco di Anders Breivik in Norvegia nel 2011 che fece 77 morti.

Il matematico Roberto Vacca nel suo famoso saggio Il medioevo prossimo venturo teorizzava l'improvvisa regressione della civiltà umana a causa dell'ingovernabilità dei grandi sistemi; e in un altro suo testo, Rinascimento prossimo venturo, affermava, nel capitolo dedicato alla minaccia terroristica, che chi avesse voluto veramente distruggere la società avrebbe dovuto approfondire l'analisi dei sistemi e dell'organizzazione. Negli Stati Uniti i gruppi armati della destra anti-stato sono centinaia, e il governo, di fronte alla crescente fragilità del sistema ed alla proliferazione di aggregazioni organizzate, ha tutto l'interesse nel sostenere che gli autori di tali gesti sono lupi solitari o pazzi isolati, come fece con il caso di Oklahoma City, attentato che alcuni osservatori ritengono invece opera di una struttura definita.

Si è quindi passati a commentare le notizie provenienti dalla Spagna in merito al referendum per l'indipendenza della Catalogna. I fatti di questi giorni potrebbero ricordare le vicende che negli anni passati hanno interessato un'altra regione spagnola, i Paesi Baschi. In realtà si tratta di due situazioni diverse e non assimilabili, perché nei Paesi Baschi la protagonista della lotta per l'indipendenza nazionale era l'ETA, un'organizzazione armata che godeva dell'appoggio di un'estesa base sociale. In Catalogna capita invece che una larga fetta della popolazione, insieme al Governo regionale, reclami la libertà dallo stato centrale e che quest'ultimo risponda passando dal dialogo alla repressione, con episodi in cui parte della polizia locale si astiene dall'intervenire, solidarizzando con i manifestanti.

Il presidente Rajoy non ha molte carte da giocare: non potendo avallare i progetti indipendentisti catalani, sarà costretto a reprimerli, solo che così facendo alimenterà tali spinte. Di certo la Spagna non può permettersi di perdere una zona prosperosa come quella della Catalogna, la regione più ricca e industrializzata del paese, specie in un momento in cui la crescita del Pil è bassa. Dalla scissione la borghesia locale ne guadagnerebbe, ma tale processo non sarebbe indolore. Basti vedere quello che sta succedendo nel Regno Unito con la Brexit dove, dopo l'avventata decisione di indire un referendum anti-UE, ora il governo inglese si ritrova a dover rivedere decine di accordi (commercio, difesa, ecc.) ratificati in oltre 50 anni, pur non essendo l'Inghilterra mai entrata nell'Unione Europea. Figuriamoci perciò come potrebbe uno stato piccolo come quello catalano, sbattuto in uno scenario internazionale, reggersi senza una struttura politica e militare adeguata.

Detto questo, allo stesso tempo bisogna tenere conto del fatto che si è messo in moto un meccanismo difficile da fermare. Dopo l'esito del referendum, in Plaça Catalunya a Barcellona si sono ritrovati nel nome della causa indipendentista anche sardi, corsi, fiamminghi e scozzesi. Un peggioramento della situazione spagnola potrebbe spingere altre realtà a muoversi per rivendicare autonomia e indipendenza innescando un effetto domino.

Nel 1936-39 durante la guerra civile in Spagna si è prodotto un fronte unico repubblicano contro Franco. In questi giorni, si è rinsaldato un fronte politico che va dagli anarchici catalani ai politici della Generalitat de Catalunya contro il "fascismo" di Madrid. Nella diaspora tra le due guerre mondiali la nostra corrente, la Frazione all'estero, si era scagliata con forza contro le partigianerie in Spagna, scrivendo articoli come "La consegna dell'ora: non tradire" (Bilan n° 36, novembre 1936). Oggi, per quanto molto sia cambiato, ci troviamo ancora tra i piedi le partigianerie e quindi il compito dei comunisti resta lo stesso: non tradire. I "marxisti" che nel 1936 si arruolarono nelle Brigate Internazionali credevano che in Spagna ci fosse una situazione simile a quella russa con la controffensiva di Kornilov; secondo questa lettura della storia, bisognava prima combattere Franco e difendere la Repubblica e poi, in un secondo tempo, abbattere la Repubblica e dare il potere al proletariato. Solo che in Russia nel 1917, data l'arretratezza del paese, c'erano ancora compiti borghesi da svolgere e, soprattutto, c'era un partito comunista armato di un programma ben definito; mentre in Spagna non solo non esisteva un partito che rappresentasse il programma della rivoluzione, ma vi era un mostruoso fronte che comprendeva repubblicani, autonomisti, stalinisti, trotzkisti e anarco-sindacalisti. Come detto in "Attivismo" nel 1952, possono crollare gli stati e saltare gli apparati repressivi, ma se manca il partito comunista, la situazione è a tutti gli effetti controrivoluzionaria.

Insomma, almeno dalla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista, andiamo sostenendo che gli operai non hanno patria e non si può togliere loro quello che non hanno. Storicamente, quando il proletariato ha lottato a fianco della borghesia rivoluzionaria, lo ha fatto in modo del tutto autonomo, senza confondersi con la classe che gli è storicamente nemica. Tutti i movimenti nazionalisti odierni sono raggruppabili sotto l'etichetta del "diritto all'autodeterminazione", e quella del "diritto" è una categoria che non appartiene neppure alla rivoluzione borghese ma alla borghesia consolidata nel suo stato. Per i comunisti la questione nazionale non è mai stata una questione propria, oggi più che mai il fronte unico tra proletariato e borghesia è tremendamente reazionario.

Sul tema economico, un compagno ha segnalato l'articolo del Sole 24 Ore, "Mercati mai così 'cari' da due secoli. È la madre di tutte le bolle?", che riporta uno studio della Deutsche Bank secondo cui non c'è mai stato un periodo storico, dal 1800 ad oggi, in cui i prezzi di bond e azioni fossero così elevati in rapporto al Pil. Si teme quindi lo scoppio di una mega-bolla finanziaria.

In chiusura di teleconferenza abbiamo letto e commentato alcuni passi de La crisi del capitalismo senile, un nostro quaderno del 1985 dove si dimostra che raggiunto un certo grado di sviluppo delle forze produttive, al diminuire del numero di operai impiegati nella produzione, non è possibile aumentare la massa del plusvalore (da pochi operai sfruttati al massimo non si può estrarre la stessa quantità di plusvalore che si estrae da molti sfruttati meno). Il capitalismo è sopravvissuto fino ad oggi perché ha espanso al pianeta intero la sua produzione (globalizzazione). Cina e India hanno dato una boccata d'ossigeno al vecchio mondo capitalistico, ma la tendenza generale all'appiattimento degli incrementi relativi della produzione industriale vale anche per loro.

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