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  • Resoconto teleriunione  20 febbraio 2018

Un imperialismo pieno di problemi

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata commentando gli sviluppi dell'intervento turco in Siria con l'operazione denominata "Ramoscello d'ulivo".

La Turchia vede come il fumo negli occhi la presenza, a ridosso del suo confine meridionale, dello YPG, la forza armata a difesa della regione a maggioranza curda a nord della Siria, formata da 30.000 uomini e definita da Erdogan quale organizzazione terroristica. Da settimane l'esercito turco ha avviato l'offensiva nelle zone controllate dai miliziani curdi, che si sono asserragliati nel cantone di Afrin e hanno invocato l'intervento dell'esercito di Assad in difesa del territorio siriano. In seguito all'operazione militare la situazione interna turca si è surriscaldata, e, secondo le dichiarazioni del ministero dell'interno, sarebbero circa un migliaio le persone arrestate per aver postato sui social network commenti negativi riguardo l'azione bellica o per aver partecipato a manifestazioni contro la guerra.

Al caos si aggiunge ulteriore caos. In Medioriente - ma non solo - si sono messi in moto degli automatismi per cui nessuno stato ha il controllo di quanto succede e non si capisce più chi è contro chi. Lo nota anche il Sole 24 Ore che nell'articolo "Tutti contro tutti in Siria (per il petrolio)" scrive: "Col passare del tempo la guerra civile siriana sta assomigliando sempre di più al feroce conflitto che ha dilaniato il Libano dal 1975 al 1990. Le alleanze sono cangianti, difficili da classificare. Perché si forgiano e si disfano nel volgere di pochi mesi. E assumono connotazioni differenti a seconda della regione."

La coalizione Syrian Democratic Forces (SDF), al cui interno ci sono i curdi dello YPG, è un miscuglio di formazioni anti-Assad, sostenute e armate dagli Usa. Lo scorso 8 febbraio l'aviazione americana ha lanciato un attacco contro truppe regolari di Damasco, appoggiate dalla Russia e dall'Iran, le quali si erano appena scontrate con le SDF. Poi, nel giro di pochi giorni tutto è cambiato e il governo siriano ha stretto un accordo con i curdi dello YPG/YPJ in funzione anti-Turca e quello che era un nemico è diventato improvvisamente un alleato.

Solo nella regione del Kurdistan siriano sono presenti curdi, marines americani, russi, milizie turcomanne filo-Ankara, esercito turco e adesso pure l'esercito di Assad. A complicare lo scenario il fatto che i curdi sono divisi in decine di gruppi e sottogruppi tribali, non parlano tutti la stessa lingua, e quindi hanno delle difficoltà intrinseche nel costituire un proprio stato (il Grande Kurdistan dovrebbe sorgere tra Turchia del sud, Iran, nord dell'Iraq e della Siria). Detto questo, i nazionalisti curdi hanno dimostrato di essere dei combattenti validi e tenaci e la guerra di liberazione nazionale, la rivoluzione borghese contro gli Stati che occupano il "loro" territorio, rappresenterebbe l'unica via d'uscita; ma a questa soluzione si oppongono non solo tali Stati ma anche i più importanti paesi imperialisti loro alleati.

Le migliaia di morti dall'inizio del conflitto siriano ormai non si contano più, soprattutto tra i civili. Gli stessi partigiani internazionali che vanno ad appoggiare le milizie curde ad Afrin e a Kobane e quelli che organizzano manifestazioni a sostegno della resistenza curda in Europa, tacciono sui recenti massacri perpetuati dall'esercito di Assad a Ghouta. In fondo, questo è il ruolo storico delle partigianerie: individui e gruppi che si schierano a fianco di un mostro statale contro l'altro (o di una parte della borghesia contro l'altra), combattendo per denaro o per ideologia, e venendo scaricati quando non servono più:

"Il partigiano è quello che combatte per un altro, se lo faccia per fede per dovere o per soldo poco importa. Il militante del partito rivoluzionario è il lavoratore che combatte per sé stesso e per la classe cui appartiene. Le sorti della ripresa rivoluzionaria dipendono dal potere elevare una nuova insormontabile barriera tra il metodo dell'azione classista di partito e quello demoborghese della lotta partigiana." ("Marxismo o partigianesimo", Battaglia Comunista, n. 14 del 1949).

La guerra moderna è soprattutto quella della disinformazione, oltre a sparare proiettili, si sparano notizie false o imprecise in tutte le direzioni. Come quella pubblicata sul sito israeliano DEBKAfile riguardo i 200 "contractors" russi morti nell'attacco dell'8 febbraio. E se fossero soldati regolari di Mosca travestiti da mercenari come già visto in Ucraina? Siamo alla guerra di tutti contro tutti, divenuta sistema.

Nella teleriunione del 6 febbraio scorso, commentando il rapporto dell'Economist su "The future of war", avevamo notato come il confine tra guerra e pace si faccia sempre più sfumato, essendo sempre maggiore la compenetrazione dell'attività di eserciti regolari, irregolari, milizie e partigianerie. Dal punto di vista politico e militare, gli Stati Uniti sono ancora l'unica potenza mondiale, Washington ha sviluppato una dottrina militare conseguente che prevede la presenza di basi militari permanenti: da semplici stazioni radar a gigantesche strutture come quelle di Bagram in Afghanistan o di Al Udeid in Qatar, gli avamposti americani sparsi per il pianeta sono 800. Tale sistema resiste a tutte le dottrine di guerra e dura da decenni, ma bisogna tener presente che esso deve essere continuamente alimentato e fornito di una complessa infrastruttura logistica. Se il mondo si stancasse - o non fosse più in grado - di "mantenere" gli Usa, il loro impero globale collasserebbe. Il problema del capitalismo è proprio quello di affrontare il non-sviluppo che esso induce, facendo in modo di non cedere sotto il peso delle proprie contraddizioni. In questo contesto si sviluppano guerre per procura, come quella in Siria, in cui le basi servono per l'appoggio logistico ai soldati; ma allo stesso tempo combattere questi piccoli conflitti, che tendono ad estendersi a macchia di leopardo, diventa difficile e dispendioso.

L'Impero romano è caduto proprio quando ha avuto bisogno di impiantare delle basi stabili sui limites, veri e propri colabrodo che si erano trasformati in terre di traffici fuori da ogni tipo di controllo e infestati dalla corruzione. Gli Usa continuano a fare il gendarme del mondo senza la potenza di una volta e senza avere, come al tempo del "nation building", una strategia globale. Venendo meno il loro potere, il resto del mondo capitalistico cerca di ricavarsi proprie sfere d'influenza. Nel sistema di guerra per procura, i grandi attori sono sempre gli stessi: Russia, Stati Uniti e Cina (il Dragone asiatico si sta comprando vasti territori africani, dalla Tanzania a Gibuti, dove ha costruito la sua prima base militare estera), ma il contesto è completamente cambiato, come testimonia l'elezione di Trump. Anche se gli States sono in declino, l'imperialismo è del tutto interdipendente e, pur tra mille rivalità, tutti i paesi hanno interesse a mantenere in piedi il Sistema. Ciò impone non soltanto che lo Stato più forte faccia il suo mestiere di controllore mondiale, ma che gli altri non gli creino troppi problemi. E' sempre più chiaro che l'alternativa non è fra un paese imperialista e l'altro, ma fra il capitalismo e un altro tipo di società, perché la vitalità del Capitale si misura con la sua capacità di rispondere alla sfida del comunismo, il nemico storicamente irriducibile che ne vuole la morte.

Passando alla situazione del Sud America, abbiamo commentato alcune notizie riguardo un tema spesso affrontato nelle nostre teleriunioni e cioè la trasformazione della metropoli nel campo di battaglia del futuro. A Rio de Janeiro, in Brasile, il governo ha schierato 10 mila soldati per le strade della città in seguito all'uccisione dall'inizio dell'anno di 90 poliziotti, nel tentativo di contrastare una situazione completamente out of control. La misura, che ricorda quanto già visto durante la Coppa del mondo del 2014 e le Olimpiadi estive del 2016, è stata giustificata come "guerra" contro le bande criminali legate al narcotraffico, ma il vero nemico sono in realtà i milioni di senza riserve che vivono nelle favelas di un paese la cui situazione economica e sociale è catastrofica. Solo qualche mese fa grosse manifestazioni contro la riforma delle pensioni del governo Temer sono sfociate in duri scontri con le forze dell'ordine, con l'assalto ad alcune sedi ministeriali nella capitale Brasilia. La guerra moderna si combatte nelle metropoli, e sarà sempre più difficile contenere i milioni di senza riserve che non hanno nulla da perdere all'infuori delle loro catene.

In chiusura di teleconferenza si sono fatte alcune considerazioni in merito al ciclo di alimentazione dell'umanità. Oggi il nutrimento della specie umana è lasciato al caso, o meglio alla famigerata mano invisibile del mercato. Esistono, è vero, delle macro-direttive per limitare la sovrapproduzione di alcune merci (vino, latte, ecc.), ma la decisione su cosa coltivare è lasciata al singolo coltivatore che si regola per l'annata successiva in base alle informazioni ricavate dai mercati. La società futura non si sognerà neppure lontanamente di coltivare alla maniera anarchica del capitalismo che pone ad ammortamento i capitali anticipati. Non avrà più bisogno di quantità immense di concime per coltivare i cereali per gli allevamenti industriali di animali da cibo o per i bio-combustibili. Piuttosto, come ricordato in un nostro testo, la rigenerazione dei fattori della produzione dovrà chiamarsi ravvivamento, in armonia con il nuovo modo di essere della produzione e della riproduzione sociale.

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    "Nella misura in cui tratta di una questione puramente tecnica, la soluzione dipende dagli strumenti tecnologico-scientifici che si riescono ad approntare. Ma, nel momento in cui il campo si allarga – ed è il caso della nostra contemporaneità – il ritmo del progresso tecnico impone alla coscienza umana l'obbligo di adattare le regole alle circostanze, precisando con le sue scelte i criteri che gli consentono di agire. Ed è qui che il pensiero filosofico innesta ancor oggi la sua forza di propulsione."

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