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  • Resoconto teleriunione  27 febbraio 2018

Il comunismo è un robot?

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, abbiamo discusso di automazione e disoccupazione tecnologica.

Nell'articolo "La fine del lavoro", pubblicato sul blog di Beppe Grillo, vengono riproposti i temi sviluppati nell'omonimo saggio di J. Rifkin del 1995, con una particolare attenzione alle trasformazioni avviate dalla terza rivoluzione industriale. Se la prima ha visto l'introduzione di macchinari nell'agricoltura e la seconda l'automazione nell'industria, nell'ultima la grande protagonista è la tecnologia dell'informazione. Scrive Grillo: "Il fattore sconvolgente è sicuramente Internet, mai si era visto uno sviluppo così veloce e massivo. Tutto il sistema lavorativo è stato totalmente trasformato e non solo il lavoro, ma anche la nostra vita. Internet è il sistema pervasivo per eccellenza. Questa terza rivoluzione ha ridotto notevolmente la forza lavoro necessaria."

In un altro testo, "Benvenuti nel Futuro al Qubit", il guru genovese descrive le lampanti contraddizioni del nostro tempo, sostenendo che il "benessere moderno è incontrollato e sta creando due enormi piaghe, disoccupazione e disuguaglianza. Questi due mali stanno distruggendo la nostra società nonostante la nostra economia continui a crescere. Siamo tutti più poveri in un mondo più ricco. Questo vuol dire che il benessere continua ad aumentare lì già dove è presente, e il resto della popolazione si inabissa in una povertà senza fine. Non è questo il mondo che vogliamo." Sembra quasi di sentir parlare un attivista di Occupy Wall Street.

Beppe Grillo è il prodotto di un determinato periodo storico, in cui lo scontro epocale tra passato e futuro si è fatto più intenso. La disoccupazione, la miseria, la polarizzazione della ricchezza sono fenomeni così evidenti che costringono la piccola borghesia in crisi a inseguire quanto accade nella società, recependo i fatti solo molto tempo dopo che si sono verificati. Si diffondono studi sui limiti dello sviluppo e sulla impossibilità di una crescita infinita, ed allo stesso tempo economisti, sindacalisti e governanti non smettono di ripetere che il solo rimedio alla crisi è proprio riprendere a crescere. Un modo di produzione così contraddittorio l'umanità non l'ha mai visto.

Recentemente l'azienda di abbigliamento Levi Strauss & Co. ha annunciato che entro il 2020 sostituirà tutti i dipendenti umani, impiegati nella rifinitura dei jeans, con i robot. Il Wall Street Journal, in "The Robots Are Coming for Garment Workers. That's Good for the U.S., Bad for Poor Countries", racconta di un grosso stabilimento tessile del Bangladesh dove poche decine di operai controllano 173 macchine che confezionano maglioni. Anche nel sud-est asiatico le cose stanno cambiando. Sul sito Futurism si descrive il funzionamento della fabbrica Changying Precision Technology Company's, che produce telefonia mobile a Dongguan, in Cina, e dove la forza-lavoro è stata quasi completamente soppiantata dalle macchine: l'utilizzo di circa 60 bracci robotizzati impiegati 24 ore su 24 in 10 linee di produzione ha fatto registrare un aumento della produttività del 250% e un calo dei difetti della merce dell'80%. Il piano licenziamenti dell'azienda, che ha coinvolto 650 dipendenti, ha "salvato" 60 tecnici incaricati del controllo e della pulizia dei macchinari. Se fino a poco tempo fa le aziende occidentali trovavano conveniente delocalizzare la produzione in quelle zone dato il basso costo della forza-lavoro, ora in molti hanno pensato di ritornare sul territorio nazionale (rilocalizzazione), visto che il prezzo di questi avanzati macchinari tecnologici è uguale negli Stati Uniti, in Bangladesh, e altrove.

Riccardo Staglianò, autore di Al posto tuo. Così web e robot ci stanno rubando il lavoro (2016) e di Lavoretti (in cui affronta il tema della gig-economy, del food delivery e delle prestazioni lavorative on demand), ha recensito per il venerdì di Repubblica ("Il comunismo è un robot che lavora mentre io curo l'orto") il libro Inventare il futuro. Per un mondo senza lavoro. Gli autori, gli accelerazionisti Nick Srnicek e Alex Williams, sostengono che il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà sarà reso possibile dall'avvento dei robot, e perciò bisogna farsi promotori e spingere al massimo l'automatizzazione al fine di aprire le porte ad un "mondo senza lavoro". Notiamo che la tematica del rifiuto del lavoro comincia a prendere piede anche in campo borghese.

Anche Riccardo Luna si è dato da fare sul tema e nell'articolo "Come fermare l'apocalisse dei robot" dà notizia dell'entrata in scena di Andrew Yang, un uomo d'affari di New York, candidato per i democratici nelle presidenziali Usa del 2020, secondo cui il futuro che ci aspetta sarà caratterizzato da trasformazioni radicali che potranno destabilizzare l'intera società. E siccome l'automazione sta colpendo un po' tutti i settori produttivi, la sua proposta è quella di erogare 1000 dollari al mese ad ogni americano: "Sono un capitalista, e credo che un reddito di base universale sia necessario perchè il capitalismo continui", ha candidamente affermato Yang al NYT.

Seguendo il filone robot/reddito di base, ci si accorge che giornalisti, economisti e sociologi che si occupano di questa materia sono portati a citare gli stessi autori, elaborare le stesse informazioni e arrivare alle medesime conclusioni: i robot rubano il lavoro agli uomini! Questa visione negativa della tecnologia è dovuta al persistere del capitalismo: le macchine vengono viste come aliene perché viviamo in una società aliena. Ma tutta la rete di attrezzature umane che ricopre la faccia della terra non è un'entità separata da noi, è una gigantesca estensione del cervello della nostra specie. Scienza dell'uomo e della natura un giorno si integreranno e allora non ci sarà che una sola scienza, e così l'uomo-industria diventerà società. La rivoluzione va intesa come un processo continuo che demolisce le vecchie barriere e supera i dualismi (uomo-natura, spirito-materia, anima-corpo, soggetto-oggetto, ecc.). Nella Prefazione a Per la Critica dell'economia politica del 1857 troviamo scritto:

"A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l'espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l'innanzi s'erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un'epoca di rivoluzione sociale."

Autori come Martin Ford (Il futuro senza lavoro) partono dal presupposto che esiste una sproporzione tra produzione e consumo, specialmente dopo la crisi del 2008 e che perciò bisogna riattivare i consumi tramite politiche neo-keynesiane. In realtà la causa principale della crisi è proprio la sovrapproduzione di merci e di capitali. La soluzione che si va facendo strada è questa: se vengono licenziati gli operai perché arrancano i consumi, ridiamo un reddito agli stessi, e così ripartirà l'economia. Di sicuro la borghesia dovrà mettere in campo qualche forma di redistribuzione, ma non potrà annullare la caduta del saggio di profitto, legge assoluta, generale, dell'accumulazione capitalistica.

La marcia alla robotizzazione riguarda anche l'industria bellica. Gli Usa hanno in produzione il Sea Hunter, un'imbarcazione a controllo remoto, a cui si aggiungono aerei, droni ed elicotteri in grado di operare in autonomia. In Italia, a Grottaglie, ha volato per la prima volta Solo, l'elicottero senza pilota prodotto da Leonardo. La guerra si sposta inevitabilmente sulla Rete; oggi tutto il mondo è connesso e l'avversario può essere messo in seria difficoltà se viene meno il suo sistema di comunicazioni. Da ricordare che circa una decina di anni fa il governo statunitense, in collaborazione con l'intelligence israeliana, sabotò il sistema nucleare iraniano con un attacco informatico, propagando il micidiale virus Stuxnet.

In chiusura di teleconferenza si è accennato alle operazioni militari in corso a Rio de Janeiro: migliaia di soldati stanno compiendo rastrellamenti in alcune favelas armate di tutto punto. Dal Messico al Cile cresce "l'impiego di militari, per le strade e nei posti chiave di comando" ("Il Sudamerica ostaggio delle crisi, sedotto dai militari al governo", la Stampa), mostrando una sempre più marcata compenetrazione tra fronte interno ed esterno. Come diceva qualche anno fa il sociologo Mike Davis, la guerra alla povertà si è velocemente trasformata in guerra ai poveri.

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