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  • Resoconto teleriunione  2 gennaio 2018

Cosa succede in Iran?

Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, abbiamo parlato del movimento di protesta che ha coinvolto numerose città dell'Iran.

Dalle notizie che è stato possibile reperire sul Web, sembra che la scintilla che ha dato il via alla rivolta sia scoccata lo scorso 28 dicembre a Mashhad, la seconda metropoli del paese con i suoi 2,5 milioni di abitanti, a causa del carovita e dell'elevata disoccupazione e contro la corruzione. Inoltre per il 2018 il governo Rouhani ha approvato una legge di bilancio che prevede, tra le altre cose, un forte aumento del prezzo della benzina (70%), di luce e gas (40%), dell'imposta sui viaggi all'estero e degli importi delle multe stradali, e, soprattutto, abolisce i sussidi governativi diretti che in Iran riguardano circa 20 milioni di persone, un quarto della popolazione.

Inizialmente le manifestazioni sono state utilizzate dai conservatori avversari di Rouhani per denigrare l'operato del governo in carica. Molto presto, però, le proteste si sono generalizzate e fatte più violente, e hanno cominciato a rivolgersi anche contro la guida suprema Khamenei, dandone alle fiamme ritratti e simboli propagandistici. La rivolta, amplificata da social network e servizi di messaggistica istantanea, in particolare Instagram e Telegram (a cui il governo ha subito bloccato l'accesso), si è estesa ad oltre 50 città. Nelle immagini e nei video dei cortei che hanno attraversato le strade di numerose città del paese non si vedono cartelli o bandiere e per ora il movimento non ha espresso nè leader ben definibili nè rivendicazioni costruttive da "proporre" al regime, assumendo piuttosto un profilo anti-sistema confermato anche dagli assalti a colpi di arma da fuoco a caserme e basi militari. Al momento si contano 23 morti e circa 450 arresti, soprattutto tra i giovanissimi.

Secondo DEBKAfile, sito vicino ai servizi israeliani, sarebbero operai, contadini e disoccupati ad affollare le manifestazioni, a cui invece non avrebbero partecipato i commercianti e la componente studentesca (che per ora si è limitata a dare vita a qualche raduno fuori dall'Università di Teheran). Confrontando le proteste in corso con la "rivolta verde" del 2009, emerge chiaramente la differenza nella composizione di classe: se allora a dare il via furono gli studenti e alcuni settori della classe media, questa volta non risulta evidente alcuna organizzazione politico-parlamentare alla testa del movimento, il quale mostra un marcato carattere proletario di ribellione contro lo stato di cose presente.

Ad alcuni giorni dall'inizio della rivolta, sembrava che la protesta culminasse nello sciopero generale indetto per martedì 2 gennaio, ma l'iniziativa non ha avuto successo. Per la stessa giornata il sito israeliano Ynet segnalava manifestazioni in corso in diverse città iraniane ma contro i "rivoltosi" e a favore di Rouhani e della guida suprema Khamenei, che su Twitter aveva diffuso un appello alla calma. Non è da escludere l'avvio di una repressione in grande scala, anche se fino ad ora il governo è stato piuttosto cauto.

A differenza di Iraq e Siria, l'Iran ha una solida tradizione di lotta di classe. Nel Quaderno "Quale rivoluzione in Iran?" (1985) abbiamo criticato quei "comunisti" che alla data del 1979 credevano che nel paese si dovesse lottare prima per una rivoluzione democratica e solo in un secondo momento per quella comunista:

"Quando il capitalismo domina ormai produzione e circolazione delle merci sia nelle città che nelle campagne come in Iran, quando l'economia si integra perfettamente nella rete capitalistica mondiale, quando profitti, sovrapprofitti e rendita sono il chiaro prodotto di una estorsione di plusvalore da una classe operaia numerosa e combattiva in un apparato industriale moderno, allora non ha più senso rivendicare una rivoluzione borghese democratica che spiani la strada a quella socialista. La rivoluzione in Iran sarà una rivoluzione proletaria o non sarà, per quanto essa debba ancora lavorare per distruggere lasciti che la borghesia non ha potuto, saputo e voluto distruggere."

In quel periodo di grandi cambiamenti sociali era emerso un coordinamento embrionale tra gli operai delle fabbriche tessili di Isfahan e quelli delle industrie minerarie, che, rispolverando la memoria dell'esperienza degli anni '20, avevano messo in piedi dei soviet, gli shora (consigli operai di natura ibrida tra il sindacale e il politico).

Attualmente l'Iran conta 82 milioni di abitanti e con una popolazione attiva di circa 35 si conferma capitalisticamente maturo. Nella composizione del PIL agricoltura, industria e servizi hanno una quota rispettivamente del 9.8%, 34.3% e 55.9% (stima al 2016), mentre la forza lavoro è distribuita rispettivamente per il 16.3%, 35.1% e 48.6%. Sono le cifre di un paese avanzato e modernissimo, potenza di medie dimensioni capace di esercitare una certa influenza nell'area mediorientale, soggettivamente nemico degli Stati Uniti ma obiettivamente loro partner nello scacchiere internazionale: l'Iran guerreggia militarmente in Siria, Iraq e Libano ed è presente in Yemen dove appoggia gli Houthi, in Arabia Saudita dove fomenta le milizie sciite, e in Bahrein. Immaginiamo cosa potrebbe succedere nell'area se il paese entrasse in una fase di caos interno.

Fin dall'inizio delle proteste, Donald Trump ha sostenuto che il popolo dell'Iran si ribella perché affamato e senza diritti. Stuzzicato, il governo iraniano ha risposto per le rime invitando il presidente degli Stati Uniti a badare ai "suoi" milioni di senzatetto e alla violenza della "sua" polizia. Tra gli analisti occidentali, sono in molti a ritenere che le rivolte iraniane siano state provocate da agenti di Israele, Arabia Saudita e Usa... come se le popolazioni non fossero in grado di (auto)organizzare manifestazioni e proteste e non ci fossero determinazioni materiali tali da spingere in piazza migliaia di persone.

Il processo cominciato con la Primavera araba, passato per la Spagna e giunto fino agli Usa (OWS), si è infine globalizzato. Come scritto in "Marasma sociale e guerra", è "essenziale notare che le rivolte esplodono per non importa quale scintilla e si diffondono con generiche richieste di cambiamento, oppure senza neppure queste, come è successo in Francia con l'incendio delle banlieues. Una tale concentrazione di situazioni, in cui è possibile individuare un'invarianza sociale, ridicolizza di per sé la tendenza dei media a considerare ogni episodio come se fosse a sé stante, anche se ovviamente viene fatto il collegamento fra paesi che hanno una situazione interna 'analoga', caratterizzata da mancanza di democrazia, inefficienza, corruzione, ecc. Quella che stiamo analizzando è un'onda sismica la cui energia sotterranea è la stessa per tutti i differenti fenomeni di superficie, dove qua crolla un muro, là si apre una voragine e altrove cade una frana."

Le esperienze e le informazioni accumulate dai vari movimenti di rivolta si sedimentano e vengono recuperate al momento del bisogno. Ciò che un paese sperimenta localmente, vale per tutti gli altri perché assume valenza globale. E dimostra che ogni episodio non è altro che la manifestazione di un unico processo: la rivoluzione come movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.

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    Abbiamo quindi letto alcuni passi dell'articolo "Poscritto al Grande Ponte", tratto dall'ultimo numero della rivista:

Rivista n°45, aprile 2019

copertina n°45f6Editoriale
Fine della preistoria umana
f6Articoli
- Dalla partecipazione alla schiavitù. Genesi delle società divise in classi
- Poscritto al Grande Ponte. Connessione tra le arcate
- Brexit
f6Doppia direzione
Il nome e l'ombra

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