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  • Resoconto teleriunione  10 luglio 2018

Uno spettro continua ad aggirarsi per la Rete

Durante la scorsa teleconferenza, a cui si sono connessi 11 compagni, abbiamo ripreso alcune corrispondenze girate nella nostra piccola rete di lavoro. La prima riguarda l'importanza di Occupy Wall Street, soprattutto nella prospettiva del riemergere di un nuovo movimento antiforma; la seconda si sviluppa da alcune considerazioni intorno ai processi di delocalizzazione e rilocalizzazione delle produzioni come strategia economica degli stati nell'ottica del cosiddetto sovranismo.

Per comprendere l'apporto del movimento americano Occupy Wall Street (OWS) è necessario ripartire da Marx, quando in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel, e poi anche nel Manifesto, afferma che nel capitalismo il proletariato non ha rivendicazioni particolari da portare avanti. Premesso che gli episodi di lotta di classe che costellano la storia della classe proletaria sono importantissimi, e che la mancanza della battaglia quotidiana contro il capitalismo significherebbe l'abdicazione del proletariato al proprio compito storico, sappiamo che le conquiste ottenute in questi frangenti sono effimere perchè, la storia ci insegna, il capitalismo può riprendersele in qualsiasi momento. Storicamente il proletariato non subisce ingiustizie particolari, ma l'ingiustizia tout court e perciò non ha nulla da rivendicare in questa società se non la sua abolizione.

E' stato proprio questo uno degli aspetti più importanti che hanno contrassegnato OWS, e cioè il fatto di voltare le spalle al capitalismo, senza rivendicare nulla, ma scendendo nelle strade a fianco dei lavoratori delle grandi città, bloccando i porti, e sostenendo la stragrande maggioranza della popolazione, il 99%, in lotta contro l'1% che si piglia tutto. Dopo questa esperienza, la lotta di classe non può che ripartire dal livello raggiunto dal movimento americano. Piagnucolare per il peggioramento delle condizioni di vita della classe operaia non serve a nulla ed è una cattiva abitudine, ereditata dallo stalinismo, che ultimamente è arrivata a forme particolari di autolesionismo per attirare l'attenzione dei media.

In tempi in cui l'attitudine del proletariato all'attacco è venuta meno, OWS è stato come un risveglio, e il fatto stesso che fosse inconsapevole delle proprie caratteristiche è indicativo della connotazione di classe del movimento. Gli aderenti a tanti Occupy sparsi per tutta la nazione pensavano di costituire la continuazione della Primavera araba e degli Indignados spagnoli, ma in realtà stavano andando ben oltre quelle esperienze, rappresentando qualcosa di diverso. L'Egitto si è ribellato per abbattere un dittatore, mentre in Spagna attivisti e pacifisti scendevano in piazza per rivendicare i "propri" diritti, manifestando contro la violenza mentre la polizia menava botte da orbi (e anche il successivo "movimento" francese, #NuitDebout, si è caratterizzato per il rivendicazionismo). Negli Stati Uniti non è successo nulla di tutto questo e sbaglia profondamente chi sostiene che Occupy Wall Street ha rappresentato l'elogio della democrazia. OWS non è stato un movimento ideologico, ma pratico, organizzato a rete, e la Rete non è democratica. Ha saputo esprimere una forza gigantesca dopo l'uragano Sandy a New York, mettendo in piedi un vero e proprio sistema alternativo a questa società, appoggiandosi sulla struttura di comunità cui aveva dato vita durante le occupazioni nelle piazze. Lo ripetiamo: qualunque ripresa di lotta di classe che non saprà ripartire dal livello espresso dal movimento americano nel 2011-12, sarà candidato alla sconfitta.

Un altro aspetto importantissimo espresso da OWS è la struttura leaderless (Tesi di Milano, 1966). Invano giornalisti, politici, rappresentanti delle istituzioni, ecc., hanno cercato il "capo" o per lo meno delle figure di spicco con cui dialogare. La partecipazione non è da confondere con la democrazia; essa sparisce con la democrazia. Ciò che ha messo in pratica OWS è stato invece un meccanismo di doppia direzione tra gli hub della sua rete. La Rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima, diceva la nostra corrente nel 1953, e la rivoluzione del futuro non avrà le caratteristiche del passato ma della società futura, che non avrà bisogno di superuomini e di battilocchi.

Anche il modo in cui il movimento si è concluso è significativo: dopo aver raggiunto alcuni obiettivi, come lo sciopero cittadino di Oakland, lo sciopero della West Coast, il 1° maggio del 2012, ecc., OWS non è declinato scivolando su un terreno democratico-parlamentare, ma si è dissolto. Piano piano i siti si sono spenti e le occupazioni nelle piazze si sono sciolte, lasciando dietro a sé le tracce di ciò che era stato. Tutti i movimenti non di classe degli ultimi anni sono stati recuperati, l'unico che si è dissolto senza lasciare nulla che il capitalismo potesse riprendersi è stato proprio OWS. Perchè? Se un movimento non ha nulla a vedere con il mondo che combatte, quest'ultimo non ne potrà recuperare proprio nulla.

Il fatto che sia stato impossibile canalizzare la forza espressa da OWS nelle fila borghesi dimostra che esso si è posto come antiforma senza concedere nulla al capitalismo. Infatti, il modulo Occupy ha continuato a diffondersi e a riprodursi nel mondo, in ultimo con la recente lotta contro l'ICE che ha visto rispuntare le tende e gli accampamenti. Uno spettro continua dunque ad aggirarsi per la Rete!

Rimane un grande limite che Occupy Wall Street non ha saputo superare, e cioè la capacità di andare oltre la religione del lavoro, caratteristica che invece il movimento francese dei banlieusard del 2005 ha mostrato pienamente. La fusione tra movimenti di questo tipo deve ancora avere luogo, ma accadrà perché oggi il proletario non è tanto l'operaio con la tuta ma il moderno senza-riserve.

La sequenza storica che si è realizzata fino ad ora è quella che va dallo sciopero dei lavoratori dell'UPS del 1997, passa per la rivolta delle banlieue del 2005, e arriva ad Occupy Wall Street. Data questa successione, possiamo individuare una dinamica che ci permette di prevedere quali saranno le caratteristiche del prossimo movimento antiforma?

Dalle ultime scintille del movimento Occupy il capitalismo ha continuato spedito la sua folle corsa, e processi come la socializzazione del lavoro e la dissoluzione di alcune sue strutture sono avanzati ulteriormente. Quegli stessi elementi che hanno spinto i lavoratori dell'UPS ad uno sciopero di 16 giorni, oggi sono maggiormente diffusi, mentre il numero dei senza-riserve è cresciuto. Prendiamo la cosiddetta gig-economy: un algoritmo al posto del padrone, nessun orario fisso di lavoro, nessuna garanzia. Perciò possiamo affermare che il nuovo movimento antiforma avrà tutte le caratteristiche espresse dai movimenti analoghi che l'hanno preceduto, ma in forma sempre più marcata.

La capacità di saper leggere gli avvenimenti nel momento in cui si manifestano, senza perdere la bussola della rivoluzione, e nonostante la contingenza e l'alternarsi delle umane emozioni, risiede nell'aver introiettato gli insegnamenti di chi è venuto prima di noi e ci ha lasciato testi formidabili grazie ai quali è possibile non perdere l'orientamento. Riconoscere la possibilità del rovesciamento della prassi è fondamentale, ed è uno dei portati teorici della Sinistra Comunista "italiana". In una bellissima lettera a Gilodi del 1950, Bordiga spiega il senso della militanza comunista:

"La rivoluzione non dà brevetti a nessuno e camminerà lo stesso, si troverà e lancerà nel fuoco i suoi strumenti, militi o se vuoi caporali, appena passerà ai proletari la mania dei padreterni. Dico sempre scherzando che essendo già sicuro di questo non mi considero come uno che ha pagato il biglietto e pretende di assistere al match, ovvero lo considera cosa di nessun conto se non fa parte proprio lui di una delle squadre sul terreno. Marx scoprì l'antagonismo di classe o meglio i suoi sbocchi storici, non ci ordinò l'agonismo o il tifo, cose alquanto di bassa lega. Militiamo dunque, se questo in primo luogo significa far tacere i pruriti individuali e le bizze di ognuno. Marionette per la grande scena politica ce ne sono tante a disposizione, cui negherei la stessa gavetta!"

La teleriunione si è conclusa con alcune osservazioni riguardo i processi di delocalizzazione e rilocalizzazione, fenomeni già discussi ai tempi di Marx ma che oggi, evidentemente, si presentano in un contesto del tutto diverso. All'epoca poteva essere conveniente produrre in loco merci che altrimenti avrebbero dovuto essere trasportate con treni a vapore, navi a vela o addirittura carovaniere. Oggi la potentissima logistica rappresentata da una rete di trasporti capillare e la stessa natura "leggera" delle merci moderne possono suggerire il ritorno a produzioni centralizzate, ovunque siano. In ogni caso non dobbiamo lasciarci influenzare dal lessico contingentista della borghesia: il cosiddetto sovranismo è la risposta psicologica a fatti materiali. Vinceranno i fatti materiali, non sarà Trump a invertire i flussi internazionali delle merci.

La produttività è talmente alta che la componente forza lavoro in una merce moderna è quasi insignificante. Anche se la borghesia ha ormai ben poco cui aggrapparsi per salvaguardare il profitto, le multinazionali hanno troppi vantaggi ad essere tali per poter tornare a fasi storiche precedenti. Sono vantaggi che ognuna crede di dominare, ma che in realtà agiscono come forza autonoma.

La General Electric, uno degli storici colossi della prima globalizzazione, è stata cancellata dall'indice Dow Jones di Wall Street, superata dalla capitalizzazione in borsa delle solite aziende legate alla tecnologia informatica. È un esempio significativo, perché dimostra che anche i colossi subiscono passivamente la realtà del mercato e sottostanno alla legge del dominio del capitale sullo stato (e anche sui meccanismi ordinari della concorrenza ecc.). Nell'epoca del dominio del capitale sullo stato i paesi "sovrani" obbediscono al capitale (Tesi del Dopoguerra sul ciclo storico del dominio della borghesia). Ogni velleità di autonomia delle multinazionali come degli stati è morta.

Se gli USA, per reazione alla diminuzione della loro potenza relativa nel mondo, tentassero di invertire volontaristicamente tendenze in atto nei mercati, verrebbero semplicemente travolti. Ritorneranno in USA (o altrove) le fabbriche o i capitali? Sembra che Trump intenda premiare entrambe le soluzioni, ma è più logico, dal punto di vista del capitale, tenersi libero da vincoli, depositarsi in luoghi protetti da dove fare scorrerie. La "deregulation" di Reagan fece aumentare e non diminuire la spesa pubblica e oggettivamente preparò il disastro del 1987. L'intervento volontaristico per stimolare i mercati ebbe l'effetto contrario rispetto a quello voluto: i capitali "liberati" produssero la shock economy (Naomi Klein ne descrive bene gli effetti ma insiste nel credere che essa sia voluta).

Rimane il discorso, fatto più volte, sulla dissoluzione del potere statale, la perdita di controllo, ecc. Non bisogna confondere la crescita della debolezza intrinseca degli stati con una diminuzione della funzione statale nella società. Vale sempre il discorso sulla "inflazione dello stato" (1949): quest'ultimo storicamente s'ingrossa. Infatti, se la potenza di uno stato diminuisce, per ottenere uno stesso effetto la sua dimensione deve aumentare (senza contare che il rendimento diminuisce con l'aumentare delle dimensioni).

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