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Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 16 compagni, abbiamo introdotto alcuni temi che affronteremo durante il prossimo incontro redazionale a Torino.

Nella relazione "Lo scontro reazionario sulle vaccinazioni in massa oscura il vero problema della salute" vedremo come nella società capitalista l'approccio alla medicina ed alle pratiche di cura sia poco scientifico, con il risultato di produrre, anche nel campo della salute, schieramenti deleteri. Ne è esempio calzante quanto accaduto con il recente decreto legge sulle vaccinazioni obbligatorie in Italia, dove ai si-vax, i dispensatori di vaccino-merce, si sono contrapposti i no-vax. La scienza non è proletaria o borghese, è scienza; ma fino a quando la società sarà divisa in classi, tale forma di conoscenza umana sarà influenzata dall'ideologia della classe dominante. Il problema sta nel modo di produzione, non nel vaccino, nell'antibiotico o nella pozione omeopatica.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2017

La teleconferenza di martedì, presenti 17 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla dinamica sindacale.

Il percorso storico del sindacato è noto: dapprima la borghesia ne avversa violentemente lo sviluppo, poi ne tollera l'esistenza, infine lo ingloba nelle strutture statali. Tale processo è irreversibile e ciò significa che, finché non cambierà il rapporto tra le classi, ogni sindacato è opportunista.

Anche se le forze borghesi ci hanno sottratto i sindacati, anzi a maggior ragione, è necessario prestare attenzione a quanto accade in tali organismi che sono per loro stessa natura composti di soli proletari. Senza scordare che la teoria dell'offensiva padronale è una trappola "infame" per il risvolto pratico che comporta: attraverso l'utilizzo di strumenti di conservazione sociale come il parlamento, la costituzione, ecc., essa pone la classe proletaria sulla difensiva rendendola innocua.

Da Galileo in poi sappiamo che per fare scienza è necessario individuare degli invarianti al fine di elaborare modelli che ci aiutino a leggere correttamente la realtà. Nella misura in cui l'uomo evolve come essere sociale, produce e riproduce la propria esistenza fino a mutare la sua natura di uomo in quella di uomo-industria. In questo percorso la percezione si fa sempre più ingannevole, anzi: senza teoria, fisica, matematica, biologia, ecc., ci conduce fino all'errore.

La teleconferenza di martedì sera, connessi 12 compagni, è iniziata commentando il via libera ai decreti attuativi per il Jobs Act.

In un articolo di Micromega, Jobs End, ovvero la fine del lavoro, si fa notare che non sarà certo una legge a smuovere la stracotta economia italiana:"Dinanzi ad un legislatore che si fregia di un 'Jobs Act' presentato come epocale, a fronte di commentatori che, a ragione, hanno richiesto più 'Jobs Fact', chi scrive non può che limitarsi a registrare, oggi, un unico drammatico dato di fatto: il 'Jobs End', ovvero la fine del lavoro così come costruito in decenni di civiltà del diritto." Il Sole 24 Ore registra il tentativo governativo di copiare il modello di welfare tedesco, dove lo stato si prende in carico i disoccupati, garantendogli un salario universale, per poi "somministrarli" nel mercato del lavoro con mini-job pagati non più di 450 euro al mese. In qualche modo il Jobs Act suggella la fine del diritto al lavoro come l'abbiamo conosciuto finora, soprattutto a fronte dell'ennesimo significativo calo della produzione industriale italiana.

In questa società è senza senso la vita del disoccupato, ma anche quella del lavoratore che produce, consuma e crepa. Quando era uscito il testo La fine del lavoro, molti ipotizzavano che con l'avvento dell'era dei robot - per Rifkin si assisteva alla terza rivoluzione industriale - i lavoratori in esubero sarebbero stati occupati nei servizi e tutto si sarebbe riequilibrato.

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 14 compagni, è cominciata discutendo delle possibili riconversioni dell'industria automobilistica. E' assai probabile che l'ormai superato picco del petrolio porti l'estrazione del combustibile fossile a costi insostenibili, e questo, insieme alla crisi del settore dell'auto afflitto da sovrapproduzione cronica, sta spingendo i grandi gruppi industriali, energetici e finanziari, ad investire massicciamente in un nuovo mercato: quello della propulsione elettrica.

Il vetusto motore a scoppio è caratterizzato da una bassissima resa termodinamica e in buona sostanza dissipa il 70% dell'energia contenuta nella benzina o nel gasolio. Il motivo per cui ancora è utilizzato è dovuto solo al fatto che, nonostante sia un mostro dissipativo colpevole per il 13% delle emissioni di gas derivate dall'attività umana, fa parte di un ciclo produttivo così enorme e così compenetrato nella società del Capitale che oppone una inerzia tremenda al cambiamento. Oltretutto per la maggior parte del tempo le automobili stanno ferme come se fossero ferraglia buttata in mezzo alle strade. Le forme di produzione e accumulo di energia per i motori elettrici sono sostanzialmente due. La prima utilizza l'idrogeno per il processo elettrochimico generante energia nelle cosiddette fuel cell; l'altra appositi pacchi di batterie di vario tipo che accumulano l'energia elettrica immessa dalle comuni prese di corrente o da apposite colonnine di rifornimento. Le batterie più comuni sono quelle a ioni di litio, ma si stanno studiando dei modelli ad altissima capacità di accumulazione e velocità di ricarica a base di nanostrutture di carbonio.

Ma produrre automezzi a "emissioni zero", termine di gran moda oggi, non risolverebbe il problema visto che l'energia necessaria a farli muovere proverrebbe da centrali termoelettriche; semplicemente lo si sposterebbe dai tubi di scappamento alle ciminiere. Il vero nodo della "questione" è un altro. Se non si risolve alla radice l'abnorme concentrazione di esseri umani stipati in metropoli, attratti là dove il Capitale si concentra, nelle fabbriche, nelle banche, negli uffici, non si potrà nemmeno porre un freno al caotico traffico cittadino ed extraurbano.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2014

La notizia del superamento del test di Turing in un esperimento pubblico condotto dall'Università di Reading presso la Royal Society di Londra ha scatenato il dibattito in rete e sui giornali di tutto il mondo. La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 13 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sull'argomento.

In una sorta di rigurgito illuminista, sono stati in molti ad indignarsi in seguito alle dichiarazioni di Kevin Warwick, il docente di cibernetica che ha coordinato il progetto, e in molti a prodigarsi per dimostrare che i risultati ottenuti non provano affatto che un computer possa pensare. In questi casi è facile cadere in equivoci da fantascienza, immaginando un mondo di macchine antropomorfizzate più intelligenti dell'uomo. Il fine del test di Turing non sta nella dimostrazione della capacità di pensiero da parte di una macchina, ma in quella di simulazione di un umano (vedi Computing Machinery and Intelligence). Nell'ottica del sistema di macchine descritto da Marx, ogni passo avanti compiuto dalla scienza in questa direzione è importante, perché se le macchine riusciranno in via di principio a simulare l'attività umana senza che si possa avvertire la differenza, non ci sarà bisogno di aspettare che diventino intelligenti per sostituirci. Lo sviluppo e l'utilizzo della robotica si traducono nell'eliminazione di tempo di lavoro e di conseguenza nella potenziale vittoria a favore del tempo di vita. Anche se più stupide, le macchine riescono meglio degli uomini, ancor di più se utilizzate con mezzi consoni e cioè quando corrono su ruote o cingoli, volano con ali e motori, esplorano Marte, calcolano con intelligenza a base silicio miliardi di volte più veloci di un cervello a base carbonio (il nostro), misurano distanze, raccolgono informazioni, le restituiscono elaborate, custodiscono dati in memorie infinite, formano sistemi planetari di reti di comunicazione, ecc.

Rimanendo nel campo dello sviluppo informatico, è interessante quanto si legge nell'articolo Le app in movimento di Daniele Pizio. In una breve cronistoria del rapporto tra movimenti di piazza e tecnologia, l'articolo racconta di alcuni progetti per l'implementazione di applicazioni sviluppate da attivisti e destinante all'organizzazione del "movimento", come la spagnola Memetro o l'italiana RiseApp.

Pubblicato in Teleriunioni giugno 2014

La notizia della quotazione in borsa di Twitter è stato il primo argomento trattato durante la teleconferenza di martedì sera a cui si sono connessi 16 compagni. Il titolo del sito di microblogging ha fatto il suo ingresso nel mercato a quota 26 dollari, sfondando in pochi minuti il tetto dei 50 per poi assestarsi, alla chiusura di Wall Street, a un valore per azione di 44,90 dollari. Secondo gli analisti, a fine 2013, la società farà registrare guadagni per 583 milioni di dollari. Ma sono altre le cifre da considerare, ad esempio gli attuali 240 milioni di "twitteristi" che, si calcola, già entro la fine dell'anno potrebbero arrivare a 300. A fronte di un'esigua componente di dipendenti (Twitter ne ha 2000), le aziende dei social network agganciano milioni di utenti che utilizzano e migliorano il servizio offerto. Su Repubblica si fa scherzosamente il calcolo di quanto spetterebbe a ogni utente:

La teleriunione di martedì sera, presenti 17 compagni, è iniziata con una breve relazione sulla #MillionMaskMarch, la giornata di protesta globale lanciata per il 5 novembre da Anonymous International. Numerosi i paesi coinvolti: Turchia, Australia, Usa, Malesia, Canada, Thailandia, Armenia, Italia e tanti altri, dove i flashmob sono stati declinati secondo le peculiarità locali. L'iniziativa è riuscita grazie ad un intenso lavorio organizzativo avvenuto, prima e dopo la protesta, sui social network, e ha avuto un respiro globale.

Le foto arrivate dalle piazze mostrano cartelli scritti a pennarello con slogan contro il potere. Le motivazioni delle manifestazioni ci interessano relativamente, molto di più invece ci interessa il contesto in cui queste si svolgono: l'organizzazione territoriale connessa a una rete ormai mondiale annuncia i caratteri della rivolta futura e anticipa l'estinzione di una pratica rivendicativa compatibile col sistema.

Vi è un aspetto nell'impostazione generale della rivista che mi spinge a richiedere dei chiarimenti. Voi svolgete una critica del movimento nell'epoca imperialistica usando spesso degli esempi e delle metafore scientifiche. Mi pare (e qui spero che riusciate a darmi qualche elemento per capire) che voi siate un po' troppo affascinati dalla potenza tecnica del capitale, tanto che la vostra insistenza sulla scientificità del nostro metodo sembra andare a scapito del patrimonio storico politico della tradizione comunista. A tratti a me pare addirittura che crediate imparziale la scienza, nonostante tutto ciò che la nostra corrente ha detto in proposito. Certo sono consapevole del livello raggiunto dalla socializzazione del lavoro e perciò dal dominio del capitale; del grado di maturazione entro questa società di forze emergenti verso una forma superiore; so che poche centinaia di milioni di proletari mantengono miliardi di umani; è tutto vero. Ma nessuna forma sociale muore da sola senza l'azione dei suoi storici becchini rivoluzionari.

Pubblicato in Doppia direzione

Nel vostro libro La passione e l'algebra, in alcuni passi del n. 15-16 della rivista sulla teoria marxista della conoscenza, in Scienza e rivoluzione e in alcuni articoli, affermate che Amadeo Bordiga conosceva bene i fondamenti della scienza della sua epoca e che quindi la sua critica ad essa era fondata su conoscenza diretta. Vorrei aggiungere che allora non dovrebbe trattarsi di critica alla scienza, dato che l'umanità non può che esprimere quello che sa in una determinata epoca in rapporto alla forma sociale; insomma, non potrebbe esservi altra scienza. E neppure potrebbe essere critica alla scienza "borghese" dato che in questo caso l'utilizzo non dipende dalla scienza in quanto tale ma dagli interessi di una determinata classe. In entrambi i casi la critica sarebbe sterile perché colpirebbe dei bersagli scontati. Quindi ho l'impressione che nell'accanimento di Bordiga contro la scienza di quest'epoca vi sia qualcosa in più della "critica".

Pubblicato in Doppia direzione

Molti anni fa "metallo pesante", per me, era il vero genere rock, duro e cattivo. Insomma, la protesta… Ma lasciamo le divagazioni. Ho trovato molto interessante l’articolo sul "metallo del disonore" che ho letto sul vostro sito. Informazioni così dettagliate e scottanti sulle porcherie razionalizzate che caratterizzano i teatri di guerra sono una rarità. Certo, alla Tv ci parlano di missili intelligenti che sbagliano bersaglio e falciano bambini, ci presentano immagini terribili di mutilazioni, scene raccapriccianti di stragi in massa; ma tutto questo non turba più di un videogioco: la guerra è la guerra, da sempre. L'uranio, invece…

Pubblicato in Doppia direzione

Ho letto la vostra opera in due volumi Scienza e rivoluzione. Lo sviluppo rivoluzionario della forza produttiva capitalistica, la pretesa conquista del cosmo e la teoria marxista della conoscenza e l'ho trovata di grande interesse. In essa si trovano molte informazioni e considerazioni sull'argomento della "questione spaziale", che ne danno un quadro sufficientemente chiaro. Su tale questione c'è una grande ignoranza e l'ampia opera che avete preparato servirà a indirizzare verso uno studio corretto, soprattutto per capire ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Qui, forse, si trovano le maggiori correzioni rispetto agli articoli di Amadeo Bordiga in Il Programma comunista a cavallo tra gli anni 1950 e 1960.

Pubblicato in Doppia direzione

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Rivista n°42, ottobre 2017

copertina n°42f6Editoriale: L'immane mistificazione
f6Articoli: La socializzazione fascista e il comunismo - Cento anni dall'Ottobre
f6Rassegna: Uragani d'America - Irma o della crescita esponenziale dei danni - Ricordate Katrina? - Occupy Wall Street non nasce dal niente - Gli orti urbani - Catastrofe sociale dei lavoretti
f6Terra di confine: La dimora dell'uomo (domani)
f6Recensione: Coppi, Bartali e i vaccini
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