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  • Resoconto teleriunione  26 febbraio 2019

Al limite fra l'ordine e il caos

La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata commentando l'articolo "Dieci giorni al reddito di cittadinanza ma è rischio caos, manca anche il modulo", pubblicato su Repubblica il 25/2/2019.

Se questo quotidiano, per ovvie ragioni politiche, è ostile al Reddito di cittadinanza targato M5S, è anche vero che i motivi per criticare tale misura non mancano. La data in cui sarà possibile presentare la domanda per ricevere il sussidio, il prossimo 6 marzo, è vicina e il governo si trova ancora in alto mare: i navigator (i tutor che affiancheranno i destinatari del reddito) non sono ancora stati assunti data la controversia tra Regioni e governo, l'App per incrociare domanda e offerta di posti di lavoro non esiste, e sembra che i fondi messi a disposizione non basteranno per cui in molti resteranno a bocca asciutta. Anche la questione della privacy, dei dati e della loro gestione non è stata risolta. Una situazione a dir poco caotica (le Poste temono assalti agli sportelli), difficile da gestire da un governo di dilettanti allo sbaraglio.

Su un altro quotidiano, il Corriere della Sera, Lucrezia Reichlin afferma che "senza crescita la speranza di un futuro migliore sparisce e così pure il consenso, il collante che tiene insieme le nostre società." Parole di buon senso, peccato che l'economista non dica che una crescita maggiore è possibile solo con una produttività maggiore, e cioè quando più capitale viene messo in moto ricorrendo in misura minore a manodopera effettiva (leggi aumento della disoccupazione).

Secondo gli ultimi dati dell'Istat, nel 2018 in Italia è aumentata l'occupazione di circa 125 mila unità rispetto al 2008. Al tempo stesso mancano all'appello circa 1,8 miliardi di ore lavorate, ovvero oltre un milione di posti di lavoro a tempo pieno. Si tratta quindi di una ripresa a "bassa intensità lavorativa", con più occupati per meno ore lavorate e più precari.

La precarietà non è più qualcosa di atipico, anzi è diventata una condizione tipica per milioni di salariati, ed è ovvio che questa situazione porti via via alla dissoluzione del legame (corporativo) che tiene unite le classi, costringendo i proletari a guardare con occhio disincantato la propria posizione e i propri reciproci rapporti. Il panorama con cui milioni di lavoratori si confrontano quotidianamente è quello dei cosiddetti lavoretti, con paghe da fame e nessuna tutela. I precari diventano autonomi, non solo perché il più delle volte non sono nemmeno riconosciuti come dipendenti, hanno la partita IVA e il "loro" datore di lavoro è un'applicazione; ma perché sono costretti a farlo dal punto di vista organizzativo. I rider del food delivery, per esempio, non hanno nessuna garanzia normativa e salariale, ma hanno in tasca dei mezzi potentissimi di coordinamento che li possono trasformare in nodi di una grande rete globale.

Martedì 26 febbraio in Lombardia c'è stato uno sciopero nei magazzini Amazon, con l'appoggio di Cgil, Cisl e Uil, e un presidio davanti agli uffici della sede dell'azienda a Milano. I lavoratori del colosso dell'e-commerce non sono i soli a lottare, è tutto il macrosettore della logistica ad essere in fermento, dalla GLS a SDA, passando per UPS e DHL. Questo modo di produzione ha raggiunto un'altissima complessità tecnica e sociale, ma la sua forza produttiva si scontra con la miseria delle prestazioni lavorative.

A questo punto, può tornare utile un piccolo ripasso intorno alle definizioni marxiste di miseria e di proletarizzazione.

Dal filo del tempo "Marxismo e miseria" (1949):

"Miseria nel nostro dizionario economico marxista non significa 'bassa remunerazione del tempo di lavoro' [...] Miseria significa invece 'nessuna disposizione di riserve economiche destinabili al consumo in caso di emergenza'."

Dice Engels nell'Antiduhring (1878):

"È la forza motrice dell'anarchia sociale della produzione che trasforma sempre più la grande maggioranza degli uomini in proletari e, a loro volta, sono le masse proletarie che metteranno termine, infine, all'anarchia della produzione."

Ora, basta una facile ricerca sul Web per scoprire che i salariati nel mondo sono, a seconda delle fonti, da 1,4 a 2,8 miliardi. La cifra più bassa, che esclude i salariati del pubblico impiego, non produttivi nel senso marxiano del termine, ci dà la prova di come il proletariato sia più numeroso e potente che mai. Una forza immensa che, se cominciasse a lottare per sé, potrebbe prendersi tutto.

Le lotte nel mondo comunque non mancano.

Nel continente africano si susseguono con ritmo incalzante gli scioperi e le manifestazioni. In Marocco scioperano gli insegnanti, in Mali i ferrovieri, e in Algeria i disoccupati scendono in piazza; in Zimbabwe, di fronte all'estendersi delle manifestazioni contro il caro-vita, il governo ha "spento" Internet, mentre in Sudan ci sono state grandi manifestazioni contro il governo per l'aumento del prezzo del pane. Ciò che succede in Africa è visto dall'Occidente come qualcosa di lontano, ma è carico di effetti in un mondo interconnesso. Il continente sta diventando una polveriera non soltanto per l'invasione dei capitali cinesi (le cui conseguenze si faranno presto sentire) e le migrazioni di massa, ma perché intere aree sono fuori controllo.

Lo stesso discorso vale per il vicino Oriente, dove gli occupanti americani se ne vanno dall'Afghanistan, senza aver ottenuto nulla, parlamentando con i talebani e accordandosi con le forze moderate. Cresce inoltre la tensione al confine tra India e Pakistan, due paesi alle prese con enormi problemi interni.

In America, l'ondata di scioperi iniziata dagli insegnanti del West Virginia non si è fermata, arrivando a coinvolgere, negli ultimi giorni, gli insegnanti di Oakland. Haiti è in rivolta, il Venezuela sta sprofondando nel caos.

Se mettiamo insieme tutto quello che succede in Africa e in Asia (vedi gli ultimi scioperi in India e Bangladesh) con le rivolte in Cina, i movimenti anti-sistema come i gilet gialli in Francia, le proteste in Serbia e Albania, ecc., ne esce un quadro di guerra civile diffusa con diversi gradi di intensità da paese a paese. La grande transizione che stiamo vivendo è solo l'inizio di uno sconvolgimento epocale: il passaggio da un modo di produzione all'altro non può che stravolgere radicalmente gli attuali rapporti sociali. Riguardo i cambiamenti di stato, il biologo Stuart Kauffman affronta la questione partendo dall'origine della vita sulla Terra:

"Che cosa possono avere in comune le molecole che si strutturano in complessi auto-riproducenti, le cellule che si coordinano in organismi pluricellulari, gli ecosistemi e addirittura i sistemi economici e politici? L'ipotesi di lavoro è che la vita possa sorgere solo al limite fra l'ordine e il caos, vicino a una sorta di transizione di fase. I sistemi che si trovano in queste condizioni sono quelli che sono meglio in grado di coordinare attività complesse e di evolvere".

In chiusura di teleconferenza, si è ripreso il tema dell'insurrezione intesa come arte, accennando a quanto detto durante la scorsa riunione. Trotsky afferma che se lo Stato è solido e funzionante, qualsiasi rivoluzione è impossibile. Nelle questioni militari esiste sempre una simmetria: senza di essa nessuna rivoluzione è possibile, d'altra parte ogni rivoluzione tende a spezzare la simmetria esistente. Nello scontro ognuno degli avversari cerca di spezzare a proprio favore la condizione di equilibrio in modo da assicurarsi la superiorità. Ma c'è una freccia del tempo che rende irreversibili i processi sociali: l'attuale modo di produzione perde vitalità, le sue strutture collassano a causa dell'entropia, e in parallelo si sviluppano forze antiforma.

La tensione fra conservazione e rivoluzione non può durare all'infinito, la svolta è inevitabile.

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