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La teleconferenza di martedì sera, connessi 16 compagni, è iniziata con il commento dell'articolo "Tutto il mondo è polarizzato", di Moisés Naím, pubblicato su La Repubblica lo scorso 4 febbraio. Il giornalista, che dal 1989 al 1990 è stato ministro del Commercio e dell'Industria del Venezuela, descrive quasi con le nostre parole la paludosa situazione in cui versa il mondo:

"Il governo della superpotenza mondiale è in stallo, mentre il governo di un'ex superpotenza — il Regno Unito — è in preda alla paralisi, dopo una raffica di ferite autoinflitte. Angela Merkel, che fino a poco tempo fa era la leader più influente d'Europa, si avvia al ritiro. Il suo collega francese deve far fronte a una sorprendente rivolta, i famosi Gilet gialli. L'Italia, il Paese con la settima economia mondiale, attualmente è governato da una fragile coalizione, con leader così diametralmente opposti e dichiarazioni così sconcertanti che non si sa se ridere o piangere; sembra che gli italiani abbiano deciso di vedere com'è quando il malgoverno viene spinto ai limiti più estremi. In Spagna, il capo del governo non è nemmeno stato eletto da una maggioranza parlamentare, ma è arrivato al potere grazie a un tortuoso processo legislativo."

La teleconferenza di martedì sera, presenti 15 compagni, è iniziata commentando l'articolo di Lucio Caracciolo La spirale infinita nel caos mediorientale. Attraverso l'analisi di quanto sta accadendo in Palestina, il giornalista mette in luce come "lo scontro odierno tra Israele e Hamas è diverso da quelli precedenti, anche perché è cambiato il quadro regionale: il Medio Oriente si sta disintegrando."

Dopo le primavere arabe, con il marasma in Libia, l'Egitto in bilico, e una guerra endemica che dalla Siria si estende verso l'area mediorientale, la situazione a Gaza potrebbe sfuggire di mano. I capi laici palestinesi, spodestati dagli jihadisti, non controllano più nulla, mentre Hamas svolge oramai una funzione puramente di facciata. In questo contesto tribolato, una forza politica in grado di assumere decisioni e di assistere la popolazione nelle necessità minime (cibo, sanità, ecc.), potrebbe prendere il sopravvento. Per adesso gli unici che sembrano in grado di intervenire sono gli jihadisti.

Alcune fonti di intelligence ipotizzano un attacco dei fondamentalisti al vero fulcro dinamico dell'area: la Giordania, un paese debole retto da una monarchia che si fonda sulla forza bruta, potrebbe essere il primo tassello del califfato in espansione. A conferma di ciò, l'agenzia israeliana Debkafile riferisce che, a fine giugno, l'aviazione giordana ha attaccato truppe jihadiste provenienti dall'Iraq e l'Arabia Saudita ha mobilitato l'esercito. In Iraq, milizie nazionaliste sciite e sunnite continuano a combattere contro l'Isis. In un arco geografico che va dalla Mauritania all'Afghanistan, gli stati sono quasi del tutto scomparsi, e anche in paesi relativamente stabili, come il Marocco e l'Algeria, la "pace sociale" non sembra poter reggere a lungo. Israele deve fare i conti con questa situazione, ma pare non abbia le idee molte chiare sul da farsi. Dal canto loro, francesi e americani intervengono tutelando interessi immediati, col solo effetto, molto spesso, di aumentare il caos sociale. Di sicuro i maggiori paesi imperialistici dovranno far ricorso a tutta la loro forza per distruggere la minaccia fondamentalista.

Anche a occidente le cose non vanno meglio: la crescente automazione nell'industria elimina lavoro umano, la produzione leggera soppianta quella pesante, i rapporti capitalistici vengono messi in discussione da più parti.

Pubblicato in Teleriunioni luglio 2014

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