Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  1 ottobre 2019

La condanna del modo di produzione capitalistico

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 11 compagni, è iniziata prendendo spunto dalla lettura di alcuni passi di Salario, prezzo e profitto, scritto da Karl Marx nel 1865 ma pubblicato per la prima volta dalla figlia Eleanor nel 1898. Nel testo è esposta la struttura teorica che troverà poi maggiore approfondimento ne Il Capitale.

In polemica col signor Weston, Marx sostiene:

"Il nostro amico Weston non nega che in determinate circostanze gli operai possano strappare degli aumenti di salario; ma, poiché l'importo dei salari è di sua natura fisso, all'aumento deve seguire una reazione. Egli sa però anche, d'altra parte, che i capitalisti possono imporre una diminuzione dei salari, e tentano di farlo, infatti, di continuo. Secondo il principio della immutabilità dei salari, la reazione dovrebbe verificarsi in questo caso non meno che nel caso precedente. Gli operai agirebbero dunque giustamente, insorgendo contro il tentativo di diminuire i salari o contro la loro diminuzione effettiva. Essi agirebbero dunque giustamente quando cercano di strappare un aumento di salario, perché ogni reazione contro una diminuzione dei salari è un'azione per aumentarli. Dunque, secondo la stessa teoria del cittadino Weston, secondo la teoria, cioè, dell'immutabilità dei salari, gli operai dovrebbero, in certe circostanze, unirsi e lottare per ottenere un aumento dei salari."

 

Per Marx, e per noi, non si tratta quindi di una questione di astratta giustizia, ma del rapporto materiale tra il lavoro necessario e il pluslavoro, che alla fine si traduce in una lotta per aumentare (capitalisti) o diminuire (operai) il saggio di sfruttamento (P/V).

La produttività sociale, dice Marx, è la capacità di mettere in moto sempre più capitale utilizzando sempre meno lavoratori. La condizione essenziale per mantenere in vita il capitalismo è l'accumulazione di sempre più capitale. La condizione essenziale per accumularlo è aumentare la produttività sociale. L'aumento della produttività sociale si ottiene con la sostituzione di impianti e macchine a uomini e comporta necessariamente l'appiattimento della curva del saggio di profitto. Così, mentre la curva della produttività sociale si impenna in una cuspide, quella del saggio di profitto (o tasso di accumulazione o sviluppo economico, o indice della produzione industriale) si arrotonda in un sigmoide (da Sigma, curva ad esse). Marx nel VI Capitolo inedito definisce il complesso d'industria come mediazione storica, come transizione verso uno stadio sociale più evoluto. La potenzialità del capitalismo allo stadio supremo è evidente: rese superflue le classi proprietarie, il confronto diretto fra capitale e lavoro perde di contenuto, non ha più senso alcuno. Tolti di mezzo il capitalista, la concorrenza e la discretizzazione sociale (separazione, alienazione reciproca), l'operaio complessivo, che produce la merce complessiva in un continuum spazio-temporale, in effetti non produce merce affatto. Il valore complessivo prodotto non è più denaro ma conteggio puro e semplice; il denaro diventa un tramite fittizio.

Storicamente, nel rapporto tra l'insieme dei capitalisti e quello degli operai, la diminuzione del saggio di profitto significa ricorso al credito per aumentare la produttività; in tal modo, il prezzo di costo si avvicina a quello di produzione e si stabilisce un nuovo livello provvisorio. Oggi, i salari si abbassano rispetto al profitto; ciò provoca l'aumento del saggio e il potere d'acquisto dei proletari scende. Non è solo un problema di domanda e di offerta, ma una contraddizione del capitale: l'aumento della produttività comporta storicamente la caduta del saggio di profitto a parità di saggio di sfruttamento. Ciò provoca un congelamento dei capitali che si traduce in tesaurizzazione. Per evitarla gli stati introducono il tasso negativo sui depositi (un invito ai capitali ad investirsi in attività produttive). Quanto può durare una situazione del genere? Un capitale semplicemente tesaurizzato non è più capitale; se addirittura chi lo detiene è costretto a pagare per depositarlo, ci dimostra che siamo alla negazione di un intero sistema, non solo dei singoli capitali.

La maggior parte dei paesi occidentali è alle prese con la bassa inflazione. L'inflazione "normale" è indicativa della produzione e della circolazione del capitale, mentre l'iperinflazione è una rincorsa dei prezzi messa in moto dalla mancanza di fiducia nel mercato, così come avviene in Venezuela e Argentina, o anche in Germania dopo la Prima Guerra Mondiale. Le maggiori banche centrali (FED-BCE-BoJ), attraverso i vari quantitative easing, cercano di stimolare l'economia per raggiungere quello che dovrebbe essere un livello auspicabile che si aggirerebbe intorno al 5%, sostenuto dallo stesso Keynes anche per quanto riguarda il tasso di disoccupazione. Evidentemente, non solo non basta aprire l'ombrello per far piovere, ma le manovre monetarie (diverse decine di migliaia di miliardi iniettati nei mercati) non producono alcun risultato e, anzi, l'inflazione cala dappertutto. L'avevamo scritto nell'articolo "Un modello dinamico di crisi": l'unica via d'uscita è una pesante cancellazione di capitale fittizio. L'Europa è in deflazione perché il capitale non è più remunerato, e ciò è dovuto alla caduta tendenziale del saggio di profitto, al raggiungimento di una certa soglia oltre il quale è difficile andare. Al contrario, in Venezuela un mix di rapporti politici interni, il ruolo degli Usa che premono per cambiare una certa situazione politica, un regime basato sul petrolio, hanno concorso a deteriorare l'economia. In Europa, i rapporti di valore sono corrotti senza tuttavia provocare (almeno per adesso) un disastro economico e sociale, e la borghesia galleggia. D'altronde siamo al mantenimento sociale della popolazione, almeno dal punto di vista alimentare, tramite sussidi di varia natura.

A proposito di alimentazione, si è passati a commentare quanto accade in Argentina, alle prese con gli effetti dell'ennesimo crack economico-finanziario. Di fronte alla crescita della miseria sociale, il Senato ha varato una legge che dichiara l'emergenza alimentare fino al 2022. L'agricoltura argentina è ultra industrializzata; il paese è tra i maggiori produttori mondiali di carne, frumento, mais, ma tutta questa produzione è orientata verso il mercato estero. Al tempo stesso, la produttività si scontra con il limite fisico della terra e il suo uso intensivo. La sola metropoli di Buenos Aires conta più di 15 milioni di abitanti su una popolazione totale di circa 45 milioni, distribuita su di un territorio molto urbanizzato e modernissimo, con un'altissima produttività raggiunta con poca manodopera. A parte la crisi attuale, almeno dalla fine della dittatura, il paese è in difficoltà economica, crisi accentuata da rapporti internazionali che vedono la media potenza sudamericana annaspare nel mercato mondiale.

In chiusura di teleconferenza si è accennato alle recente mobilitazione per il clima (#FridayForFuture) che ha coinvolto le piazze di decine di città in tutto il mondo, riempite da migliaia di giovani e giovanissimi in difesa dell'ambiente. Le manifestazioni, sincronizzate a livello globale, valgono più per se stesse che per quanto dichiarato dagli organizzatori. Detto questo, è sempre più chiaro che il capitalismo non è sostenibile, non è un malato da curare, ma un cancro da estirpare.

Articoli correlati (da tag)

  • Un fenomeno globale

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 14 compagni, è iniziata con alcune considerazioni riguardo le ultime notizie in arrivo dalla Spagna.

    Nei giorni scorsi la Corte suprema spagnola si è pronunciata sul referendum promosso dagli indipendentisti catalani nell'ottobre del 2017, ed ha accusato nove leader del movimento di attentato all'unità dello stato distribuendo un centinaio di anni di carcere. Immediatamente migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di Barcellona, per poi dirigersi verso l'aeroporto El Prat causando la cancellazione di decine di voli e il blocco dell'autostrada all'altezza di Girona. La polizia si è fatta trovare in assetto antisommossa e ne sono nati violenti scontri. Indetto per la giornata di venerdì lo sciopero generale.

    Ci sembra di poter dire che a Barcellona stanno passando in secondo piano la questione nazionale, l'irredentismo o la volontà di autonomia, mentre incidono con sempre maggior forza la miseria crescente e il disagio sociale che da essa deriva. La carica di violenza sprigionata dagli apparati repressivi, in Spagna, così come in Francia o ad Haiti, è sempre più pesante. Evidentemente è in corso un'escalation: il pacifismo sta scomparendo dalle piazze, anche perché di fronte a forze di polizia armate e coordinate, i manifestanti non possono che muoversi di conseguenza.

  • Accumulazione, dissipazione e rivoluzione

    La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata accennando al recente sciopero alla General Motors negli Stati Uniti.

    Il blocco della produzione, che non avveniva da una decina d'anni, ha coinvolto circa 50 mila addetti in decine di stabilimenti. I lavoratori hanno organizzato picchetti davanti agli impianti chiedendo forti aumenti salariali, soprattutto per i più giovani. Negli ultimi anni il movimento americano per l'aumento del salario (#Fightfor15) è cresciuto, soprattutto nei settori dei servizi, della ristorazione veloce e nel pubblico.

    Sul versante europeo il settore ha visto la presentazione da parte di Volkswagen della nuova autovettura elettrica ID.3; il colosso automobilistico ha dichiarato di esser pronto a produrre fino al 2025 circa 16 milioni di esemplari. Il gruppo BMW, invece, ha in preparazione un piano di esuberi che riguarderà qualche migliaio di operai a causa di riconversioni e ristrutturazioni degli impianti.

  • Automatismi catastrofici

    La teleconferenza di martedì sera, connessi 12 compagni, è iniziata commentando il recente attacco in Arabia Saudita ai siti petroliferi di Abqaiq, uno dei principali giacimenti del paese, e Khurais.

    Dall'iniziale ipotesi dell'invio di droni da parte dei ribelli Houthi, attivi in Yemen contro la coalizione a guida saudita, nel giro di poche ore le maggiori agenzie di stampa sono passate ad identificare l'azione di guerra come un qualcosa di più strutturato, condotta con decine di missili cruise e con velivoli comandati a distanza provenienti, probabilmente, da Iraq o Iran. Secondo la Rivista Italiana Difesa, sono stati inviati fino a 40 razzi, soprattutto da crociera, 19 dei quali hanno colpito e distrutto il bersaglio. I danni hanno causato il dimezzamento della produzione del complesso petrolifero, il più grande del mondo, con un calo del 5% della produzione mondiale ed un aumento immediato del 19% del prezzo del petrolio.

    Certamente non si tratta di un attacco di combattenti irregolari, poiché per un'operazione del genere occorrono sistemi complessi e conoscenze al di fuori della portata di eserciti partigiani. D'altra parte, è difficile che paesi come l'Iran o l'Iraq, esecutori diretti o passivi consenzienti, corrano il rischio di rappresaglie "proporzionate". In ogni caso, si sono innescati meccanismi automatici che potrebbero sfociare in un'escalation militare. In seguito all'episodio alcuni senatori americani hanno chiesto il bombardamento delle raffinerie iraniane, mentre il governo iraniano ha parlato di "compellenza". Il termine, che significa forzare qualcuno a fare qualcosa che lo danneggi, non ha riscontro nella lingua italiana, ma nella guerra moderna ha più valore degli stessi armamenti.

Rivista n°45, aprile 2019

copertina n°45f6Editoriale
Fine della preistoria umana
f6Articoli
- Dalla partecipazione alla schiavitù. Genesi delle società divise in classi
- Poscritto al Grande Ponte. Connessione tra le arcate
- Brexit
f6Doppia direzione
Il nome e l'ombra

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 235, 31 agosto 2019

f6La telecamera e il carro armato
f6Che capitalismo è mai questo?
f6Anti-imperialismo selettivo
f6La guerra delle valute
f6Fisiologia della sicurezza
f6Ex foresta amazzonica

Leggi la newsletter 235
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email