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La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 20 compagni, è iniziata prendendo spunto da alcune notizie sulla questione energetica, in particolare riguardo la tecnologia nucleare.

Nella bozza presentata dalla Commissione europea agli stati membri circa le misure necessarie per mettere in pratica la green economy si fa riferimento, oltre al gas, anche al nucleare. Sul tema i pareri sono discordanti dato che alcuni non credono sia corretto definire questa tecnologia una fonte di energia pulita. Il nuovo nucleare, sostengono invece i favorevoli, è più sicuro delle centrali di vecchia generazione, soprattutto inquina meno di carbone e combustibili fossili e perciò porterà ad un'Europa ad emissioni zero. Sarà anche vero, ma è difficile credere che si possa risolvere a livello tecnico il crescente bisogno di energia dell'attuale modo di produzione: il vagheggiato capitalismo a basso consumo energetico non esiste. Così come non esiste un capitalismo pacifico. Si pensi agli interventi militari della Francia prima in Mali e poi in Niger, ufficialmente motivati dal contrasto al terrorismo jihadista, ma in realtà volti a garantire la fornitura di uranio alle centrali nucleari del paese.

La fusione nucleare di cui in questi giorni si parla speranzosamente non è una soluzione nel breve periodo: nella migliore delle ipotesi l'applicazione finale di questa tecnologia si prospetta per il 2040. In generale, le centrali nucleari necessitano di tempi di progettazione e costruzione di almeno dieci anni e, al di là delle opinioni favorevoli o contrarie, quelle esistenti sono state abbandonate un po' ovunque perché costose (vedi problema dello smaltimento delle scorie radioattive).

La teleriunione di martedì sera, presenti 10 compagni, è iniziata con il commento di alcune notizie provenienti dalla Francia sul "movimento" dei gilet jaunes.

In un intervento durante una trasmissione televisiva, il giornalista Giovanni Minoli ha affermato che i grillini rappresenterebbero la manifestazione italiana del più noto movimento francese. Gli ha fatto eco Beppe Grillo, che in un'intervista su Rainews ha dichiarato che i gilet jaunes hanno lo stesso programma del Movimento 5 Stelle. Entrambi dimenticano che quest'ultimo, una volta entrato in Parlamento, è stato macinato dallo stesso meccanismo che diceva di voler cambiare.

L'articolo di Repubblica "Insieme ma diversi contro l'Europa: la Grande Alleanza dei gilet gialli" (Andrea Bonnani, 10.12.18) è focalizzato invece sull'emergere di manifestazioni anti-sistema: "Dilagano in Francia, sconfinano in Belgio, spuntano in Olanda, si manifestano in Italia e ora sfilano pure per le vie di Londra. La protesta dei gilet jaunes si sta rapidamente estendendo a mezza Europa dando vita ad un fenomeno senza precedenti in cui la forma, cioè la divisa dei giubbetti catarifrangenti pescati nelle dotazioni automobilistiche di sicurezza, accomuna istanze assai diverse."

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 15 compagni, è iniziata con alcune considerazioni sulla guerra in corso partendo da quanto accaduto a Manchester.

Sul sito di Repubblica, Michele Serra descrive i recenti attentati in Europa come una "guerra mondiale dichiarata", facendo così eco a papa Francesco che da tempo lamenta una "terza guerra mondiale combattuta a pezzi". Anche Limes, analizzando i molteplici teatri di conflitto, attuali e potenziali, presenti sul pianeta, si domanda se "la terza guerra mondiale" non sia già scoppiata. Di sicuro si è stabilita una simmetria tra i bombardamenti delle popolazioni civili in Siria, Iraq e Yemen, e il terrorismo di chi si immola nelle metropoli europee: di fronte all'avanzata delle forze occidentali in Medio Oriente, Daesh rompe l'accerchiamento esportando la guerra in altri continenti.

Già nel 2003, con la guerra in Iraq, gli Stati Uniti hanno dato il proverbiale calcio nel vespaio mediorientale. Oggi la situazione vede il consolidamento del terrorismo di matrice sunnita, che viene sostenuto e finanziato (anche) dall'Arabia Saudita, la quale è uno dei maggiori alleati degli Usa nel mondo arabo ed ha scatenato una guerra in Yemen per colpire l'Iran, che è a sua volta in lotta contro i fondamentalisti sunniti. In questo scenario intricatissimo si inserisce la recente visita di Donald Trump a Riyad finalizzata, almeno ufficialmente, a stipulare accordi commerciali per la vendita di armi e sistemi missilistici per un valore di circa 110 miliardi di dollari.

Pubblicato in Teleriunioni maggio 2017

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