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  • Sabato, 12 Ottobre 2013

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  • Resoconto teleriunione  8 ottobre 2013

La moderna schiavitù

La teleriunione di martedì sera, collegati 16 compagni, è iniziata dal commento dell'ennesima tragedia del mare in cui hanno perso la vita centinaia di uomini e donne. I flussi migratori, aumentati dal marasma sociale in corso in Nordafrica e Medioriente, dalle guerre e dalla miseria crescente, rappresentano per il Capitale un enorme massa di forza-lavoro disponibile a tutto. L'immigrazione verso i mezzi di produzione stimola la concorrenza fra i salari e quindi il loro ribasso, e si traduce nella generalizzazione del lavoro precario e nell'introduzione di nuove forme di schiavitù. Inoltre, essendo la forza-lavoro una merce liberamente circolante sul mercato interno dei singoli paesi ma ancora poco liberamente su quello estero, l'attività di farla arrivare a destinazione diventa ovunque molto lucrativa, come in tutti i casi di "contrabbando". Il traffico di esseri umani produce complessivamente, a seconda delle stime, un fatturato che va dai cinque ai sette miliardi di dollari l'anno.

Quanto accaduto a Lampedusa ha riaperto il dibattito in parlamento riguardo la legge Bossi-Fini, meccanismo costoso e inefficace nel contrasto alla cosiddetta immigrazione irregolare: i centri di espulsione scoppiano e i costi per la gestione lievitano. Comunque, non esiste legge che possa abolire le sofferenze e la morte di migliaia di disperati che per mare e per terra han tentato di fuggire dalla fame.

L'enorme bacino di forza-lavoro disponibile e la situazione critica dal punto di vista sociale, costringono la classe dominante italiana a cercare di razionalizzazione il mercato del lavoro. I ministri Giovannini e Saccomanni hanno presentato una proposta per combattere la disoccupazione... combattendo i disoccupati. Il progetto mira all'introduzione di una sorta di reddito minimo ed ha l'obiettivo di permettere a soggetti in condizione di povertà assoluta l'acquisto di un paniere di beni e servizi. In pratica si tratta di vincolare l'erogazione dei sussidi di povertà alla condotta del disoccupato attraverso l'obbligo di partecipazione a corsi di formazione, la presenza agli uffici per l'impiego, ecc. Il "sostegno di inclusione attiva" sarà introdotto con gradualità, consisterà in una integrazione al reddito per chi si trova al di sotto di una determinata soglia e potrà essere ricevuto "solo a condizione che ci si attivi seriamente a cercare un lavoro". Il provvedimento è riservato ad una platea di 3 milioni di persone, ed in particolare alle famiglie con un valore Isee pari o inferiore a 12 mila euro e reddito inferiore alla soglia di povertà assoluta.

La proposta italiana tenta un maldestro copia-incolla di quanto attuato già dieci anni fa in Germania, quando lo stato ha cominciato ad utilizzare, con un'operazione in grande stile, un modello di welfare in controtendenza. Hartz IV, questo il nome del programma tedesco di pubblica assistenza nella sua ultima edizione, prevede un sussidio rinnovabile ogni sei mesi per chi è da un anno senza lavoro. Partito nel 2003, ad ogni passaggio il modello ha incrementato la responsabilità e lo sfruttamento dei lavoratori, introducendo nuove tipologie di lavoro che hanno avuto l'effetto di abbassare i salari. I disoccupati tedeschi di lunga durata, oltre a perdere il controllo del proprio conto corrente ("commissariato" dallo stato), sono tenuti a dimostrare di essere attivamente alla ricerca di un'occupazione e ad accettare, pena la sanzione o l'interruzione del sussidio, uno dei lavori proposti dagli uffici per l'impiego.

Se la borghesia tedesca è riuscita a invertire il processo di estorsione del plusvalore, puntando su quello assoluto piuttosto che sul relativo, è probabile che anche gli altri paesi europei si debbano adeguare seguendo la medesima strada. Lo stato tedesco garantisce l'esistenza dei propri schiavi costringendoli a lavorare per 400 euro al mese (Mini-job) e in libertà vigilata.

Lo Stato controllore tenta da una parte di razionalizzare la distribuzione di valore nella società, dall'altra chiede ai sindacati di essere responsabili nei confronti dell'economia nazionale. Attivi nella cogestione delle aziende e corresponsabili nelle scelte in materia economica, i sindacati tedeschi sono definitivamente assorbiti nel meccanismo capitalistico e vi giocano un ruolo chiave.

Le misure di sostegno al reddito annunciate dai ministri italiani e accolte con approvazione dai sindacati nostrani, sono solo una caricatura del "modello Hartz". Comunque, non riusciranno a riattivare i consumi; serviranno al massimo a tamponare le situazioni sociali più disperate.

Anche gli Stati Uniti non se la passano bene, anzi rappresentano l'esempio più significativo di paese che vive al di sopra dei propri mezzi. Crollati i consumi, la società consumista per eccellenza ha visto cedere la struttura economica e si trova ora nella situazione in cui gli stati federali faticano a reggere il proprio peso. Ma a spaventare Washington non è tanto il debito pubblico federale, che è relativamente basso rispetto a quello di altri paesi. E', piuttosto, tutto quello che bisogna aggiungere ad esso per calcolare l'effettiva misura del deficit: il debito del settore finanziario-business (anticipi di capitale sia per l'industria che per la speculazione), quello finanziario-sociale (mutui, assicurazioni, ecc.), quello delle famiglie. Il fenomeno prende così una piega che non ha eguali al mondo, soprattutto se vi si accompagna la diminuzione netta della capacità di consumo e di risparmio, vera e propria maledizione per gli americani. Il pericolo all'orizzonte non è quindi il default locale, tutto sommato recuperabile, ma il crash generale dell'intero sistema economico. La rendita, garantita dalla potenza imperialista degli Usa, ancora permette loro di riuscire a vendere il debito agli altri paesi, ma se dovesse scattare al rialzo il tasso d'interesse, gli Stati Uniti avrebbero seri problemi di rifinanziamento.

La prima ad avvertire mal di pancia in arrivo è proprio la Cina che, detenendo circa 1800 miliardi del debito federale Usa, chiede maggiore stabilità. Il nervosismo manifestato in questi giorni dal dragone trova eco nelle dichiarazioni del viceministro delle finanze, Zhu Guangyao: "Chiediamo che gli Stati Uniti adottino seriamente delle misure per risolvere in modo tempestivo prima del 17 ottobre la questione del debito per evitare un default degli Stati Uniti e anche per garantire la sicurezza degli investimenti cinesi negli Stati Uniti e la ripresa economica globale. E questa è responsabilità degli Stati Uniti".

Il congresso americano potrebbe trovare un accordo in qualunque momento, basterebbe decidere di alzare il tetto del debito e rimandare il problema (ingigantendolo), come già è stato fatto in passato. Ma i repubblicani vogliono porre fine a questa situazione e sembrano assumere un ruolo simile a quello che svolge la Bce nei confronti della Grecia: nonostante la popolazione greca sia allo stremo, la Troika minaccia la sospensione dell'erogazione del prestito qualora non passino i licenziamenti e i tagli a stipendi e pensioni. Il braccio di ferro americano dovrà necessariamente cessare entro il 17 ottobre, perché il default targato Usa avrebbe conseguenze catastrofiche. I repubblicani però spingono affinchè sia proprio il governo di Obama, al secondo mandato e quindi non più eleggibile, ad invertire la rotta e ad accollarsi il difficile compito.

Per ora lo shutdown ha causato la chiusura di monumenti, parchi nazionali e uffici federali periferici. Quando mancherà davvero il contante per la macchina statale, lo stesso funzionamento dell'amministrazione centrale sarà a rischio. Nel frattempo la Federal Reserve continua ad acquistare titoli del Tesoro americano presenti sui mercati, al fine di pompare liquidità nell'economia (quantitative easing). Paul Krugman, critico verso l'orientamento monetarista imperante, propone una politica neo-keynesiana citando le opere di Hyman Minsky, Michal Kalecki e John Maynard Keynes. Sbaglia però nel pensare che sia possibile una riproposizione di quel modello d'intervento nell'economia, perché la situazione non somiglia per nulla a quella che rese possibile il New Deal. Allora c'erano margini per politiche destinate a stimolare la domanda in periodi di disoccupazione, ad esempio tramite un incremento della spesa pubblica; gli Stati avevano ancora un relativo controllo sul meccanismo economico e, nei limiti del possibile, potevano rovesciare la prassi. Il processo storico di autonomizzazione del valore ha spazzato via tutto ciò.

L'autonomizzazione del Capitale è un movimento distruttivo rispetto ai modi di produzione precedenti, sconvolgente perché non può essere semplicemente con-formista, dato che la sua ragione di essere è di superare la vecchia forma; quindi non può essere che anti-formista, perché il suo radicale modo di essere distrugge persino sé stesso. Conformismo e riformismo sono prodotti sterili della politica degli uomini capitalistici, l'avanzare della società nuova non li considera nemmeno.

Anche nel resto del mondo le cose non vanno per il meglio. Ad esempio il Giappone ha un rapporto debito/Pil al 236% e un deficit/Pil al 10%, e si permette di finanziare il debito pubblico americano e quello europeo. Quanto può continuare ancora questa situazione? Da Obama a Krugman a Roubini, tutti dicono che così non si può andare avanti, non si può stampare moneta in eterno. Fosse una situazione di debito normale non succederebbe nulla di grave, ci sarebbe una gestione dello stesso e invece di pagarlo tutto, basterebbe continuare a pagare gli interessi. Ma è una situazione cronicizzata che impedisce qualsivoglia limitazione alla crescita della bolla mondiale del debito. Il mercato immobiliare, che rappresentava una valvola di sfogo poichè il sovraprofitto finiva nella rendita, è bloccato, gli acquisti di case crollano e il settore sfiora la decrescita, molto poco serena, invocata da Latouche. La moneta "reale" rappresenta profitto più salario ed equivale ad una ricchezza effettivamente prodotta dalla società, ma il resto è capitale fittizio e prima o poi dovrà essere cancellato. Le conseguenze sono facilmente immaginabili.

A proposito di decrescita, un compagno ha segnalato l'uscita dell'ultimo libro di Serge Latouche. In Incontri di un "obiettore di coscienza", l'economista francese afferma che la crescita "non è che il nome 'volgare' del fenomeno che Marx ha analizzato come accumulazione illimitata di capitale, fonte di tutti i guasti e le ingiustizie del capitalismo. Il profitto è il fine dell'accumulazione del capitale così come l'accumulazione del capitale è il fine del profitto. Parlare di una crescita o di un'accumulazione del capitale buone, di uno sviluppo buono, equivale pertanto a dire che esistono un capitalismo buono (verde o sostenibile, magari) e uno sfruttamento buono. Per uscire da una crisi che è inestricabilmente ecologica e sociale, bisogna uscire dalla logica dell'accumulazione infinita del capitale e dalla subordinazione di tutte le decisioni essenziali alla logica del profitto."

I tempi che si preannunciano spingono sempre più persone a fare i conti con l'opera di Marx. Dalla predicazione di un innocuo ecologismo pacifista, Latouche passa ad affermare che non ci può essere un capitalismo buono poiché il Capitale ha nel suo Dna la creazione di profitto e non i bisogni della specie umana. Il fatto che il libro in questione sia stato pubblicato in Italia da Jaka Book (Comunione e Liberazione) ci fa venire in mente le ultime "uscite" di Papa Francesco contro il "profitto". Il Pontefice, nel suo primo viaggio ad Assisi, la città del santo da cui ha preso il nome, ha detto che "la Chiesa deve spogliarsi della mondanità, che è un atteggiamento omicida, altrimenti saremmo cristiani di pasticceria, ma non veri cristiani. La mondanità porta al peccato più grave: l'idolatria. E' triste trovare un cristiano mondano, non si può essere servi di due padroni: il denaro oppure Dio. Chiedo che il Signore ci dia la forza di spogliarci."

Sempre sul tema di curiosi avvicinamenti al comunismo, Michael Bauwens, in un'intervista sul rapporto tra P2P e marxismo, racconta come si stia cominciando a produrre progetti open source che riguardano l'hardware e non solo il software: "Nella sezione Wiki della Fondazione P2P sul Product Hacking (http://p2pfoundation.net/Product_Hacking), abbiamo annotato circa 300 progetti ad hardware aperto ma essi sono solo la punta dell'iceberg. Aiuta a distinguere la fase di progettazione, in cui le fonti partecipative e la collaborazione non sono qualitativamente diverse dalla collaborazione nel software, dalla fase della 'fabbricazione' che richiederebbe un'infrastruttura per la produzione aperta e distribuita che è solo marginalmente disponibile. Ma nel campo della fabbricazione abbiamo sviluppi eccitanti in direzione di infrastrutture materiali condivise quali gli spazi di co-lavoro e di modifica/personalizzazione, i sistemi di prodotti-servizi per la condivisione della auto e molti altri servizi e la miniaturizzazione della produzione mediante la stampa in 3D e i Fab Labs [Laboratori di Fabbricazione basati su trasmissione telematica di progetti], i quali hanno tutti anche versioni e aspetti open source."

L'argomento dell'economia Peer to Peer, da noi inteso e trattato come elemento di negazione della legge del valore già presente nel capitalismo, suscita attenzione e interesse. In realtà è stata la Sinistra Comunista che, facendo proprio il metodo di lavoro di Marx, ha anticipato temi quali il rovesciamento della prassi, lo sciupio capitalistico e le basi materiali che anticipano la società futura. Noi siamo dei nani in confronto ai giganti che ci hanno preceduti, ma se saliamo sulle loro spalle e utilizziamo le loro scoperte, riusciamo a vedere più lontano di loro.

In chiusura della teleconferenza, si è accennato a una recente corrispondenza fra compagni in merito alle tecniche d'avanguardia per produrre energia. La tanto strombazzata fusione nucleare "calda" è, energeticamente parlando, inutile, mentre alcuni prototipi di celle fotovoltaiche, non ancora presenti sul mercato, arrivano al 45% di rendimento energetico. L'incatenamento delle potenzialità di ricerca è un fatto sociale ed impedisce il puro e semplice sviluppo della forza produttiva sociale. Ci sono aspetti legati indissolubilmente a questo modo di produzione. Il vincolo è dato dalla società più energivora della storia della specie umana; nella società futura, liberate le potenzialità presenti in questa e ridotti drasticamente i consumi, si potrà ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. In ultima istanza, si tratta di utilizzare l'energia del Sole. La struttura del sistema attuale impedisce lo sviluppo ulteriore della forza produttiva sociale, e dallo scontro tra modi di produzione prendono forma le rivoluzioni. Queste non si fanno: uomini, classi e partiti si adeguano ad esse, al massimo dirigono verso un obiettivo le spinte già esistenti nella società.

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