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  • Venerdì, 03 Novembre 2017

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  • Resoconto teleriunione  31 ottobre 2017

I nodi vengono al pettine

La teleconferenza di martedì sera, connessi 15 compagni, si è aperta con un breve accenno a quanto sta accadendo negli Stati Uniti riguardo l'indagine sull'interferenza della Russia nelle scorse elezioni presidenziali. Mentre parlavamo, le agenzie di stampa battevano le prime notizie sull'attentato a New York.

Pur sembrando eventi scollegati, il Russiagate e l'attacco a Manhattan sono entrambi segnali di una stessa difficoltà, e cioè della grande instabilità che stanno attraversando non solo gli USA ma tutti gli stati in generale. In questi giorni è anche la Spagna a far parlare di sé con le vicende legate alla pretesa indipendenza della regione della Catalogna. Sul tema, interessante l'articolo "Catalan independence drive falters as its wealth fails to provide political leverage" che tenta di individuare le basi materiali che hanno portato alla crisi.

Secondo quanto riportato nel testo, una delle maggiori spinte all'indipendentismo viene dalla giovane e rampante imprenditoria catalana, convinta, per la maggior parte, che la regione sia abbastanza forte per potersi reggere autonomamente e per liberarsi dal peso di un'economia nazionale più debole. "La Catalogna produce 314 miliardi di dollari di beni all'anno e la sua economia è la 34a più forte del mondo, davanti a Hong Kong. Il suo GDP è di $35.000, e supera Corea del Sud, Israele e Italia. I separatisti non vedono alcuna ragione per condividere la loro ricchezza con la Spagna" (DEBKAfile). Ma per ora i governanti catalani, volati in Belgio quando l'aria si è fatta un po' più pesante, non hanno ricevuto riconoscimenti ufficiali, e il neo stato, se dovesse nascere, seguirebbe sicuramente la stessa sorte. Gli unici ad aver teso una mano agli esuli belgi sono stati i nazionalisti fiamminghi, che non possono però offrir loro alcun sostegno formale. L'indipendenza della Catalogna è lontana, almeno dal punto di vista della praticabilità.

La riunione è proseguita con alcune considerazioni riguardo il settore della logistica.

Lo scorso 27 ottobre, in Italia, si è svolto lo sciopero nel comparto di una parte dei sindacati di base, con picchetti davanti ai magazzini e manifestazioni in alcune grandi città (Milano, Roma, Bologna, ecc.). Nella stessa giornata si sono mobilitate anche Cgil, Cisl e Uil, che hanno indetto un altro sciopero per i successivi 30 e 31 ottobre, causando la chiusura o il blocco di numerosi depositi e interporti. Secondo la Filt-Cgil, "tra le iniziative in corso sono presidiati i varchi al porto di Genova, è bloccato l'interporto di Parma, ferma l'attività all'interporto di Rivalta Scrivia (Alessandria), manifestazione e blocchi all'interporto di Bari. Sono chiusi i centri Intermodali di Vercelli e di Novara. Chiusi i cancelli della filiale Tnt di Piacenza e al polo logistico Xpo Pontenure (Piacenza). Ferme le attività in molte cooperative che hanno appalti. Molto partecipati i presidi a Roma presso la Prefettura e a Bologna davanti la sede della Lega delle cooperative". Per l'11 e il 12 dicembre prossimi è stata proclamata una nuova mobilitazione che, se non dovesse ottenere i risultati sperati - avvertono i confederali -, potrebbe protrarsi per tutto il periodo natalizio.

Cgil, Cisl e Uil tentano di recuperare lo spazio perduto in questi anni, probabilmente sollecitati anche dai fatti di SDA in cui si è fatta sentire l'esigenza (padronal-governativa?) di un interlocutore più "stabile" rispetto alle litigiose sigle minori. Rimane che con le due giornate di protesta, la Triplice ha mostrato di avere ancora una notevole capacità organizzativa, non paragonabile a quella dei sindacatini fotocopia. Nulla di cui stupirsi dato che per i confederali la posta in gioco è alta: se non riusciranno non tanto ad aumentare ma almeno a mantenere il numero degli iscritti, semplicemente scompariranno.

Le lotte nel settore della logistica e i loro sviluppi sono foriere di contraddizioni di non poco conto. In ambito terzinternazionalista, per esempio, c'è chi identifica in una delle organizzazioni di base, il SI Cobas, l'embrione del futuro sindacato di classe, e sostiene che tale organizzazione è l'unica ad aver cercato l'unità d'azione dei lavoratori partecipando a mobilitazioni di altre sigle quando ce ne fosse stata la possibilità. Curiosamente, proprio il SI Cobas non ha partecipato allo sciopero del 30 e 31 ottobre, motivando la scelta con il fatto che i confederali sono sindacati complici, a favore del padrone e non dei lavoratori. Sarà anche vero, ma il non partecipare ad una giornata del genere non ha senso e dimostra tutta l'insipienza e il corporativismo dei sindacatini fotocopia: al primo posto c'è l'unità dei lavoratori o la difesa corporativa della propria sigla? Come se le sigle minori non avessero mai firmato contratti-bidone.

In materia di logistica è da segnalare l'articolo di Riccardo Staglianò pubblicato sul Venerdì di Repubblica lo scorso 27 ottobre, in cui il giornalista segue il percorso di una merce venduta su Amazon dal momento in cui viene effettuato l'ordine da cellulare o pc a quello in cui viene consegnata all'acquirente. Nel campo dell'e-commerce (ma oramai il fatto è osservabile in tutti i settori) gioca un ruolo importantissimo la gestione dei big data e cioè la capacità di raccogliere informazioni e di organizzarle per fini commerciali. L'elaborazione dei dati, anche complessi, porta in ultima istanza alla formazione di un vero e proprio cervello sociale, in cui articolati algoritmi sono in grado di prevedere gli ordini che potrebbero arrivare da un distretto o da una regione e mettono in opera una sorta di pianificazione.

Sempre sul Venerdì, l'esperto in logistica Fabrizio Dallari afferma che l'e-commerce sta trasformando le abitudini di acquisto delle persone e che il suo ulteriore sviluppo porterà allo shopping predittivo causando la scomparsa dei negozi fisici. Fortune sostiene che già nel 2022, negli Usa, il 25% dei centri commerciali sarà scomparso, mentre si stima che Amazon impieghi, ogni dieci milioni di dollari di fatturato, 15 addetti contro i 47 della grande distribuzione.

L'avvento delle vendite online sta modificando la stessa distribuzione delle merci con l'ampliamento della rete di magazzini e depositi. Da segnalare un articolo ("Amazon, il successo nasce dal caos") sull'organizzazione del magazzino di Amazon dove, basandosi su un sistema gaussiano, i prodotti vengono collocati sugli scaffali non secondo precisi criteri predeterminati ma in ordine casuale. Sembra che così facendo l'addetto impieghi meno tempo a trovare ciò che sta cercando. Se prima, con la fabbrica concentrata e verticale, si partiva da un sistema ordinato finalizzato ad una distribuzione capillare, oggi abbiamo un disordine iniziale che diventa mano a mano ordine, autorganizzandosi.

In "Red Plenty Platforms", l'articolo di Nick Dyer-Witheford di cui abbiamo scritto nella rivista n° 34, si descrivono i tentativi russi e cileni (anni '60 e '70) di raggiungere il controllo cibernetico di produzione e distribuzione, e li si mettono in relazione, con un salto all'oggi, con la capacità di calcolo approntata dai sistemi del colosso Walmart la cui potenza è seconda solo a quella del Pentagono. Se, con un esperimento mentale, eliminiamo da Walmart, Amazon o altri, la sovrastruttura mercantile per rimpiazzarla con la "semplice" distribuzione di prodotti, ci troviamo di fronte ad un sistema avanzato già predisposto "per calcolare algoritmicamente tempo di lavoro e richiesta di risorse, a livello globale, regionale e locale, per molteplici possibili percorsi di sviluppo umano [...]; aggiornamento alla velocità della luce e revisione costante dei piani selezionati tramite flussi di dati di grandi dimensioni provenienti dalle fonti di produzione e di consumo [...]; l'informatizzazione di tutto il processo tramite parametri fissati dalle simulazioni, dai sensori e dai sistemi satellitari per misurare e monitorare l'interscambio metabolico della specie con l'ambiente planetario."

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