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  • Venerdì, 22 Giugno 2018

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  • Resoconto teleriunione  19 giugno 2018

Sul rifiuto delle categorie capitalistiche basiamo il nostro lavoro

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie di stampa sul ruolo non proprio umanitario svolto dalle Organizzazioni Non Governative.

Nell'epoca dell'imperialismo qualsiasi attività è sussunta al capitale e trasformata in valore. Questo vale anche per le ONG che sono presenti negli scenari di guerra e in tutte quelle situazioni al limite, dove gli Stati non ci sono o non riescono ad affermarsi.

La sigla ONG è stata stabilita a livello internazionale per definire tutte quelle organizzazioni private e "no profit" il cui statuto le identifica come enti di sussistenza e beneficenza. Tali enti dovrebbero intervenire quando le popolazioni soffrono la fame o la guerra, ma nella maggior parte dei casi raccolgono fondi per la sopravvivenza delle loro stesse strutture. Nelle situazioni in cui gli stati sono collassati, come in Siria, Yemen e Iraq, i finanziamenti internazionali passano direttamente dal Fondo Monetario alle ONG, bypassando le autorità statali. Con il diffondersi dell'attuale guerra civile globale, questo tipo di organizzazioni, che gestiscono anche gli immensi campi profughi sparsi per il pianeta, non potrà che aumentare.

Sul tema dell'immigrazione, un compagno ha commentato l'articolo del New York Times "When Migrants Are Treated Like Slaves" sull'impiego dei migranti come forza lavoro sottopagata nelle carceri americane: la maggior parte dei detenuti immigrati è costretta a lavorare per una paga di 1 dollaro al giorno; l'unico servizio svolto dal personale esterno è quello di guardiania armata, mentre tutto il resto, dalla preparazione del cibo alla manutenzione degli stabili, è svolto dai prigionieri. Questo significa che se negli Usa non ci fossero arresti di massa così come avviene oggi, verrebbe eliminato un business da miliardi di dollari. Come abbiamo scritto nell'articolo "L'outsourcing globale", il mercato dell'immigrazione è simile a quello della disoccupazione: dai centri per l'impiego, agli enti bilaterali, ai corsi di formazione gestiti dai sindacati o da altri organismi, importanti flussi di valore vengono dirottati verso reti di interesse assolutamente parassitarie.

Anche la beneficenza è funzionale alla perpetuazione del sistema, si pensi a quanto scritto da Engels e Marx ne La Sacra Famiglia ("Rivelazione del mistero dell'utilizzazione degli impulsi umani - Il mistero dell'organizzazione spettacolare della beneficenza"):

"La miseria è sfruttata coscientemente per procurare al benefattore 'il piccante del romanzo, l'appagamento della curiosità, avventure, travestimenti, godimento della propria eccellenza, eccitazioni nervose' e simili. Con ciò Rodolfo ha espresso inconsapevolmente il mistero da lungo tempo svelato che la stessa miseria umana, che l'infinita abiezione (la quale deve necessariamente ricevere l'elemosina) deve necessariamente servire all'aristocrazia del denaro e della cultura come gioco, come appagamento del proprio egoismo, come solletico della propria arroganza, come divertimento. Le molte associazioni tedesche di beneficenza, le molte società di beneficenza francesi, le numerose donchisciotterie benefiche in Inghilterra, i concerti, i balli, gli spettacoli, i pasti per i poveri, perfino le sottoscrizioni pubbliche per infortunati, non hanno altro significato."

Non si esce da questo sistema se non si rifiuta ogni categoria che appartenga alla società capitalistica: il comunismo supera tutte le categorie precedenti trasformandole o negandole. La futura società è impossibile senza tali categorie ma, nello stesso tempo, dà luogo a categorie di natura opposta rispetto a quelle che appartengono a "n", "n-1" ecc.

Nella piana di Gioia Tauro organizzazioni di varia natura, da quelle sindacali a quelle datoriali di categoria, si sono sedute al tavolo delle trattative "sul rispetto dei diritti sindacali e sociali dei braccianti" promosso dalla Prefettura di Reggio Calabria non per eliminare le condizioni di schiavitù che subiscono i braccianti, ma per migliorare e perpetuare tale sfruttamento. I sinistri si indignano per la chiusura dei porti italiani, ma nessuno si preoccupava quando al governo c'era il PD che apriva campi di concentramento in Libia (dove si praticavano stupri e torture) in accordo con il governo di Fayez Al Sarraj. Comunque, il fenomeno migratorio non è una questione che va affrontata emotivamente; tale processo va di pari passo con la crisi dei rapporti capitalistici e con il collasso degli Stati. Massimo Riva nell'articolo "I migranti e la lotta di classe" (Repubblica, 19 giugno) si spinge ad affermare che le migrazioni porteranno a sommovimenti sociali:

"Indicare nel migrante il nemico assoluto è funzionale al mascheramento delle crescenti diseguaglianze domestiche. Il successo di questa operazione, tuttavia, resta insidiato da una contraddizione alla lunga insanabile. Per un problema che ha natura e dimensioni sovranazionali non potrà mai arrivare una soluzione intergovernativa da parte di fortezze nazionali chiuse in sé stesse".

Noi aggiungiamo che tali contraddizioni non sono risolvibili all'interno della forma sociale vigente perché un governo unico mondiale non può esistere se esistono gli stati nazionali. L'ONU ha lanciato l'allarme: sono milioni gli esseri umani che si muovono per questioni legate alla fame, alla miseria, alle guerre. Secondo l'Unhcr, "i rifugiati che sono fuggiti dai loro paesi per sfuggire ai conflitti e alle persecuzioni rappresentano 25,4 milioni dei 68,5 milioni di persone sradicate, un aumento di 2,9 milioni dal 2016 e anche il più grande aumento mai registrato".

Così com'è un'utopia quella di Salvini, Orban, Trump e Le Pen - bloccare i flussi migratori innalzando dei muri o chiudendo le frontiere -, così è un'utopia voler eliminare la precarietà dilagante con un apposito decreto oppure con un accordo tra le parti. Non sono le leggi a produrre la precarietà, e non saranno le leggi ad eliminarla. Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha avanzato la proposta di stipulare un contratto nazionale per i fattorini del food delivery, chiamando in causa aziende, lavoratori e sindacati. Alcuni gruppi di lavoratori di Bologna e Milano hanno aderito ai tavoli di concertazione, solo quelli di Torino hanno prodotto un documento in cui si dissociano da tale pratiche ("Non vi basta il pane, qualcuno vuole anche le poltrone!").

Le rivendicazioni sindacali hanno sempre meno senso nell'epoca in cui, in Italia ad esempio, un quarto dei giovani tra i 18 e i 24 anni è disoccupato e probabilmente non troverà nessun impiego in futuro. Quale contratto per i milioni di senza riserve che sono fuori dal mondo del lavoro? Il movimento rivendicativo si sta dissolvendo come neve al sole per lasciare il posto ad organismi di tipo intermedio che, più che chiedere qualcosa alle istituzioni, daranno vita ad ambienti alternativi al capitalismo. Viene in mente Occupy Wall Street, che non chiedeva qualcosa in particolare ma voleva farla finita con il sistema dell'1%.

Si è quindi passati a commentare le notizie sui nuovi dazi imposti dall'amministrazione americana.

I 50 miliardi di dollari di dazi sui prodotti importati da Pechino hanno causato la reazione della Cina, che ha subito annunciato contromisure. Secondo il Sole 24 Ore si tratta di una escalation molto pericolosa per il commercio mondiale. Il sistema americano finora ha tenuto perché una parte dei beni che consente la riproduzione della forza lavoro viene importata proprio dalla Cina. Secondo il sito zerohedge.com, i dati dell'economia americana sarebbero falsificati e anche Peter Diekmeyer nell'articolo "Big Mac Index suggests America in decade-long depression" lo sostiene. Insomma, l'economia statunitense negli ultimi 10 anni non è cresciuta, ma al contrario è entrata in una lunga fase di recessione.

In chiusura di teleconferenza, si è accennato alla vertenza dei lavoratori dell'UPS negli Usa partendo da un articolo pubblicato su chicago86.org. Grandi compagnie come UPS, Amazon o McDonald's, obbligano i lavoratori a muoversi in un'ottica internazionale se vogliono migliorare anche solo un poco le loro condizioni lavorative. Di fronte ad Amazon, il colosso dell'e-commerce, i sindacati ufficiali presenti nei magazzini di Germania, Spagna, Francia e Italia, hanno cercato di coordinarsi per non essere schiacciati, come scritto nell'articolo "Globalizzare il conflitto ad Amazon".

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