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  • Venerdì, 25 Ottobre 2019

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  • Resoconto teleriunione  22 ottobre 2019

La parabola del plusvalore

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 16 compagni, è iniziata riprendendo alcune considerazioni fatte durante la scorsa teleconferenza in merito alla formula del saggio di plusvalore.

Pv/v: il saggio di sfruttamento si stabilisce dividendo il plusvalore (Pv) per il capitale variabile (v, i salari). Ne deriva che quando il salario è pari a zero, ad esempio nel caso di stage gratuiti, volontariato mascherato, o corsi di formazione non retribuiti, la quantità di plusvalore prodotta è teoricamente infinita.

Ciò ha a che fare con la parabola storica del plusvalore. Seguendo lo schema di Marx, la legge del valore può essere dedotta da un modello elementare: 1) che vi sia all'inizio una società in cui gli uomini producono con il solo intervento delle loro mani e consumano tutto ciò che producono (le classi sono ancora inutili); 2) che vi sia alla fine una società che non produce nulla tramite uomini, dove però essi consumano lo stesso tutto ciò che producono (le classi sono diventate inutili). In entrambi i casi abbiamo zero plusvalore. La prima società non è ancora capitalistica, la seconda non lo è più.

Nell'epoca schiavistica non si realizzava sistematicamente plusvalore, ma veniva messo in atto una specie di accantonamento da parte del proprietario degli schiavi. Nel Capitale e nei Grundrisse Marx spiega che, maturando il capitalismo, viene negata la legge del valore, perché la scienza e la tecnica tendono a sovrastare il lavoro vivo mettendo in seria crisi il Sistema.

La diminuzione dei posti di lavoro e la massiccia introduzione delle macchine sono un vantaggio storico per la nostra specie e non un qualcosa da trattare con un approccio di tipo sindacale. In "Traiettoria e catastrofe", al capitolo 6 (Il mito dell'automazione), contro tutti gli operaisti, gli immediatisti e i rinnegatori, si afferma:

"Al macero le leggi del valore, dello scambio equivalente e del plusvalore: con la loro caduta nel nulla cade la forma stessa di produzione borghese. Le prime valgono fino a che la seconda vive, e quando la scienza e la tecnologia, per quanto secolare monopolio di classe, le infrangeranno, non sarà che l'esempio supremo della rivolta delle forze produttive contro le forme che devono crollare. Questa dottrina dell'automatismo nella produzione si riduce a tutta la nostra deduzione della necessità del comunismo, fondata sui fenomeni del capitalismo."

Il luddismo poteva avere un senso agli albori del movimento operaio, perché allora il problema della "disoccupazione tecnologica" si presentava per la prima volta, portando gli operai infuriati a scagliarsi contro i macchinari che li estromettevano dal ciclo produttivo. Poi si è capito che il nemico non erano le macchine ma un determinato modo di produzione. Oggi a nessuno verrebbe in mente di spaccare i computer e i robot perché eliminano lavoro, e la stessa borghesia si rende conto che è necessario farsi carico di una parte della popolazione, anche senza farla lavorare, in modo da sostenere i consumi.

La gig-economy è un macro-settore che coinvolge milioni di sfruttati, di cui i rider sono solo la punta dell'iceberg, e che è il prodotto della diffusione sociale della fabbrica. La fabbrica non è scomparsa, ma è uscita dalle mura aziendali distribuendosi sul territorio. L'operaio parziale si ricompone in un insieme più vasto, che coinvolge altri operai dentro e fuori i singoli stabilimenti attraverso la logistica, la quale sposta merci da una parte all'altra del mondo, fino all'utilizzatore finale, il consumatore. Oggi più che mai serve dunque un'organizzazione territoriale, che abbracci tutti i lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto e di mestiere.

Le recenti rivolte di Hong Kong, Cile e Libano sono partite dal livello più alto raggiunto dalle forze produttive, con i senza riserve che si coordinano attraverso i social network, o con i gilet gialli francesi che inviano messaggi di solidarietà ai manifestanti sudamericani. Le motivazioni che hanno dato il via alle proteste sono le più disparate, e vanno dall'aumento del prezzo del carburante a quello dei biglietti della metropolitana. Evidentemente esiste una soglia di sopportazione, superata la quale scatta la ribellione, come un asse che si spezza sotto un peso crescente. Come scritto nella lettera di Marx ad Annenkov (Bruxelles, 28 dicembre 1846):

"Gli uomini non rinunciano mai a ciò che essi hanno conquistato, ma ciò non significa che essi non rinuncino mai alla forma sociale in cui hanno acquisito determinate forze produttive. Tutto al contrario. Per non essere privati del risultato ottenuto, per non perdere i frutti della civiltà, gli uomini sono forzati a modificare tutte le loro forme sociali tradizionali, non appena il modo del loro commercio non corrisponde più alle forze produttive acquisite."

In generale, possiamo affermare che lo scoppio delle rivolte avviene quasi sempre perché si abbassa il tenore di vita delle popolazioni: tutti vengono colpiti dall'aumento della benzina e della metro, o del pane (Egitto, Sudan) e delle uova (Iran). In quasi tutti i paesi del Nord Africa sono fissati prezzi politici per i beni di prima necessità, e le popolazioni insorgono ogni qual volta questi vincoli vengono meno. Nel 1973 il governo italiano aumentò il costo della benzina e del gasolio e immediatamente nelle grandi fabbriche iniziarono gli scioperi e le manifestazioni; e nel 1992 quando il sindacato, senza consultare i lavoratori, concordò con la borghesia un protocollo per diminuire i salari attraverso l'abolizione definitiva della "scala mobile", iniziò per tutta risposta la "stagione dei bulloni". Oggi la situazione è ben più polarizzata di allora. In Iraq sono centinaia i morti delle ultime manifestazioni, passate in secondo piano sui media. In Cile c'è il coprifuoco, l'esercito pattuglia le strade, e si contano 15 morti, centinaia di feriti e migliaia di arresti. Ogni paese sperimenta per gli altri nuovi livelli di elaborazione politica e di organizzazione pratica.

Scontri, rivolte e marasma sociale vanno di pari passo con alcuni aspetti sociali che poco vengono trattati dai media ufficiali. Ne facciamo alcuni esempi.

Nell'articolo "Bolla finanziaria. È in arrivo la (seconda) tempesta perfetta?" vengono elencati una serie di dati significativi sulla situazione economico-finanziaria mondiale:

"La quotazione cambia di giorno in giorno, ma il quadro generale da agosto è che i bond sovrani a dieci anni di Germania, Francia, Svizzera, Olanda, Finlandia, Danimarca, Austria, Svezia e Giappone hanno rendimenti sotto lo zero, e quelli di Spagna e Portogallo sono a un passo dall'averli. Per la prima volta nella storia, il 21 agosto la Germania ha emesso un Bund a 30 anni a tasso negativo (-0,11%), collocando 824 milioni su 2 miliardi, arrivando così ad avere rendimenti negativi su tutte le durate dei titoli, a breve e a lunga scadenza."

Il nuovo presidente del FMI ha rivelato con una certa preoccupazione che si sono raggiunte le cifre record di 15 mila miliardi di titoli a tasso negativo, e 19 mila miliardi di dollari di debito aziendale a rischio default in caso di choc. A ciò si assomma la montagna di derivati, più di 30 volte il Pil mondiale, per adesso in qualche modo "congelata". Il capitale finanziarizzato non può trovare nessun tipo di collocazione nella produzione industriale e quindi si autonomizza ancor di più. Sarebbe auspicabile che se ne cancellasse gran parte, ma le conseguenze per l'economia potrebbero essere disastrose. La retorica sulla regolamentazione dei mercati è pura affabulazione perché non sono i governi che dominano i capitali, ma è il contrario.

Il Guardian intervista Mervyn Allister King, ex governatore della Banca d'Inghilterra, il quale sostiene che un'altra crisi è certa e sarà devastante per la tenuta del sistema democratico. Per far fronte a ciò la banca centrale americana dovrebbe attivarsi per evitare la catastrofe, oggi anticipata da fenomeni dirompenti come la guerra commerciale tra Usa e Cina, l'instabile situazione di Hong Kong, i problemi economici dei paesi emergenti come Turchia e Argentina, e il conflitto politico interno agli Stati Uniti, che si svolge in un momento delicato in cui la volontà politica degli Usa di agire come poliziotto del mondo sta venendo meno.

Per concludere, Jean Paul Fitoussi afferma dalle pagine di Repubblica che il capitalismo ha bisogno di elementi di socialismo per evitare che scoppi una rivoluzione. In realtà, questo modo di produzione ha già sperimentato tutto quello che poteva con la grande socializzazione fascista del XX secolo. A cento anni dalla nascita del fascismo, dopo la programmazione, il Welfare e l'inglobamento dei sindacati nello Stato, c'è ben poco che il Capitale possa inventarsi per non morire.

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