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  • Sabato, 14 Ottobre 2023

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  • Resoconto teleriunione  10 ottobre 2023

Hamas-Israele. Il nuovo modo di fare la guerra

La teleriunione di martedì, presenti 19 compagni, è iniziata commentando l'attacco di Hamas ad Israele il 7 ottobre scorso, a ridosso dell'anniversario della guerra dello Yom Kippur.

Quanto sta accadendo in quella tormentata aerea del mondo non è slegato dal quadro geopolitico mondiale, contraddistinto da un disordine crescente. Il Papa l'ha chiamata "terza guerra mondiale a pezzi", noi l'abbiamo definita sia "Guerra civile diffusa" che "Quarta Guerra Mondiale".

La corrente a cui facciamo riferimento, la Sinistra Comunista "italiana", ha lasciato del materiale utile per capire il retroterra storico degli avvenimenti in corso, a partire da articoli come "Le Alsazie-Lorene del Medio Oriente" (1955), "La crisi del Medio Oriente" (1955), "Il terremotato Medio Oriente" (1956). I confini del Medio Oriente sono stati tracciati a tavolino dopo la Prima Guerra Mondiale da Francia e Gran Bretagna, e il conflitto israelo-palestinese nasce proprio in quel periodo. Non si può capire l'oggi e, soprattutto, il domani senza aver individuato una traiettoria storica. La Sinistra valutò positivamente l'impianto di un capitalismo modernissimo, tramite la creazione artificiosa dello stato di Israele, in un'area geostorica fino ad allora (1948) abitata da popolazioni nomadi, piccolo contadiname e artigiani.

Nel 2015 la popolazione palestinese era composta da circa 12 milioni di persone. Di questi, 5 abitavano in Palestina (3 milioni in Cisgiordania e 2 nella Striscia di Gaza), 1,5 in Israele (cittadini arabi di Israele), 5,5 nei paesi arabi (soprattutto nei vicini Egitto, Giordania, Siria e Libano), e 685.000 nel resto del mondo. Vivono più palestinesi al di fuori dalla Palestina che al suo interno, e per la maggior parte si tratta di proletari sfruttati nelle fabbriche del mondo e quindi con gli stessi interessi degli altri salariati (Manifesto: "Proletari di tutti i Paesi, unitevi!"). Non esiste, di conseguenza, una questione nazionale palestinese specifica, tanto più che è finita da tempo l'epoca delle guerre di liberazione nazionale.

Ci sono correnti politiche interne ad Israele che ipotizzano un esito drastico alla questione palestinese ("Jordan is Palestine"), e cioè il trasferimento dei Palestinesi in Giordania dandogli così uno stato. Dal punto di vista borghese è una soluzione razionale, anche se difficilmente realizzabile. La Striscia di Gaza è una prigione a cielo aperto: con una superficie di 360 kmq raggiunge una densità abitativa tra le più alte al mondo, 5.935 abitanti per kmq (in Italia sono 195 per kmq). La popolazione, metà della quale è minorenne, sopravvive grazie ai sussidi internazionali, ad un'economia dedita al piccolo commercio, e al fatto che Hamas ha una rete di solidarietà composta da Iran, Qatar, Arabia Saudita ed Egitto.

Hamas è un'organizzazione islamica nata nel 1987, anno della prima Intifada, ma che si sviluppa a partire dalla seconda metà degli anni '60 come prolungamento dei Fratelli Musulmani. Va ricordato che Israele e gli USA hanno contribuito alla crescita di questo gruppo in chiave anti-OLP, così come accadde con il sostegno americano ai Talebani in Afganistan in chiave anti-URSS. In entrambi i casi le "creature" si sono rivoltate contro i loro creatori. Come dicono Marx ed Engels nel Manifesto, "il capitale, come l'apprendista stregone, evoca spettri che poi non è più in grado di controllare".

L'attacco partito da Gaza lo scorso 7 ottobre, denominato "Alluvione al-Aqsa" e a cui sembrano aver partecipato anche altri gruppi armati palestinesi, è stato preparato ed organizzato meticolosamente da molto tempo, forse anni. Sembra che la prima parte dell'offensiva sia stata diretta contro le infrastrutture elettroniche del nemico, per poi proseguire con l'accecamento dei punti di controllo ai confini tramite l'utilizzo di droni.

I miliziani, dopo aver fatto saltare un muro di cemento posto alla frontiera, si sono aperti dei varchi e li hanno attraversati a bordo di motociclette, auto e pick-up. Allo stesso tempo, miliziani in parapendio e deltaplano a motore sono entrati in profondità attaccando anche caserme e facendo molti prigionieri, tra cui militari. Sono stati assaltati villaggi, kibbutz, autostrade, raduni, colpendo chiunque si trovasse a tiro.

Per aggirare lo scudo antimissile israeliano (Iron Dome), è stato effettuato un massiccio lancio di missili, circa 5.000 secondo i media. E' assai probabile che i razzi utilizzati non siano i vecchi e semi artigianali Qassam, ma proiettili balistici più sofisticati. Pare inoltre che Hamas disponga di una rudimentale contraerea. Per l'attacco sono state messe in campo tecniche mai usate prima. L'abbiamo scritto nel numero 51 della rivista: la guerra contemporanea è quella dei "segnali", chi riesce a emetterne pochi ha più possibilità di confondere il nemico.

Resta l'interrogativo su come sia stato possibile che uno stato armato fino ai denti e con un apparato d'intelligence secondo a nessuno sia stato preso alla sprovvista. Negli ultimi mesi la società israeliana è stata scossa da estesi movimenti di piazza contro la riforma della giustizia, che si sono riverberati anche all'interno degli apparati statali. Hamas ne ha approfittato.

Lo smacco subito da Tel Aviv non ha precedenti. L'esecutivo israeliano ha risposto all'attacco dichiarandosi in guerra, circondando la Striscia di Gaza ed impedendo ogni tipo di rifornimento alimentare, tagliando acqua, elettricità, gas, bombardando pesantemente l'area, colpendo le postazioni militari nemiche, ma anche la popolazione civile. Israele sta pensando ad una incursione via terra, come avvenne con l'operazione "Piombo fuso" nel gennaio 2009, ma in scala più massiccia. La guerra condotta in ambiente urbano ha costi umani e materiali enormi, gli Israeliani se ne sono accorti durante la seconda guerra del Libano nel 2006. Hamas ha messo in conto questa eventualità e si è attrezzata per resistere, per esempio attraverso la sua estesa rete di tunnel.

Questa guerra dimostra che è cambiato il paradigma per combattere. Sono stati scombussolati completamente i sistemi di intelligence israeliani. L'uso massiccio di razzi, ma soprattutto l'attacco coordinato via terra-aria-mare ha messo in seria difficoltà uno dei sistemi di sorveglianza più sofisticati al mondo.

Il passaggio dalla pesantezza alla leggerezza (Lezioni americane, Italo Calvino) è avvenuta nell'industria e non si capisce perché non debba avvenire anche nella guerra. I deltaplani erano già stati utilizzati già nel 1987 dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP-CG), ma il contesto oggi è completamente cambiato. Se il nemico è troppo forte per essere attaccato con armi "normali", deterministicamente si impongono nuove tecniche per rompere l'asimmetria sul campo di battaglia.

In un mondo che va fuori controllo, la guerra tende a generalizzarsi, soprattutto perché il vecchio ordine globale sta perdendo pezzi. Se la Russia si è permessa di attaccare l'Ucraina e quindi indirettamente la NATO, è perché ha valutato di avere delle chance di vittoria. In Israele, il conflitto dura da decenni e la perdita di forza da parte degli USA apre la possibilità ad altri paesi di giocare le proprie carte. Tra le altre cose, l'attacco del 7 ottobre ha messo in crisi gli accordi di Abramo tra Israele e Arabia Saudita. L'Iran appoggia il sunnita Hamas ma, soprattutto, lo sciita Hezbollah. C'è poi la Turchia, che si muove autonomamente sugli scenari siriani e libici. La rete di alleanze e contro-alleanze è sempre più aggrovigliata e quella che potrebbe scoppiare nell'area è una guerra di tutti contro tutti. In ultima analisi, non c'è un aggredito o un aggressore, la realtà è molto più complessa e sfumata, senza dimenticare che tutti gli attori sul campo utilizzano la compellence, ovvero spingono l'avversario a compiere atti funzionali alla propria strategia.

Qualche settimana fa la Siria ha subito un attacco aereo ad una caserma militare, che ha causato 110 morti; nessuno ha rivendicato ufficialmente l'azione. Ad Ankara c'è stata un'esplosione davanti il ministero dell'Interno; da mesi i Turchi attaccano le postazioni del PKK e degli indipendentisti Curdi nel Rojava, nel Nord-Est della Siria. Gli Iraniani sono presenti in Siria, Libano e Iraq. Recentemente si è combattuto in Nagorno Karabakh, regione contesa da Armenia e Azerbaijan, dove si concentrano interessi americani, turchi, iraniani, russi, cinesi. E in Africa una serie di colpi di stato ha messo in discussione la presenza francese nell'area. Ogni stato cerca di tutelare i propri interessi utilizzando la debolezza dei nemici a proprio vantaggio. "Caoslandia" è globale perché le determinazioni materiali che spingono alla guerra sono globali.

La stabilità degli USA corrisponde con quella del resto del mondo: se crolla il fronte interno americano, le conseguenze sono a largo raggio. Il vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitry Medvedev ha recentemente dichiarato: "Cosa può fermare la passione maniacale dell'America nello scatenare conflitti ovunque sul pianeta? A quanto pare, solo una guerra civile negli Stati Uniti". In effetti, l'America è il peggiore nemico di sé stesso. Lo ha dimostrato il disfattismo messo in atto dai giovani statunitensi durante la guerra in Vietnam.

Israele ha mobilitato 300mila riservisti, compattando il fronte interno. Hamas ha fatto la medesima cosa, puntando sulla sollevazione della Cisgiordania ma anche di Hezbollah. La guerra serve sia ad Israele che ad Hamas ed entrambe utilizzano le rispettive popolazioni come carne da cannone. Per quanto quella palestinese è quella che tra le due soffre di più, è d'obbligo evitare la tentazione partigianesca a favore di uno qualsiasi degli attori nazionali coinvolti.

Come dice la Sinistra, chi è meno stupido attacca per primo: invece di una blitzkrieg dell'esercito israeliano c'è stata una "guerra lampo" di commando palestinesi, che si sono asserragliati a Gaza con gli ostaggi attendendo l'arrivo del nemico. Gli Israeliani saranno costretti ad attaccare duramente per ristabilire la deterrenza, ma così facendo potrebbero innescare un effetto domino in Medioriente e oltre.

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