La guerra non è voluta da qualcuno: è un automatismo che, ad un certo punto, scatta e che nessuna forza interna al sistema può arrestare. Può essere vista come un tentativo del capitale di innescare nuovi cicli nella produzione, un "rilancio" dell'economia grazie all'industria degli armamenti ma, arrivati a questo stadio di sviluppo delle forze produttive, l'apporto di braccia umane risulta sempre meno determinante. Il riarmo generale va oltre l'Europa e riguarda vari paesi, ad esempio il Giappone, che ha messo apertamente in discussione l'impianto "pacifista" della propria Costituzione.
Gli USA trattano direttamente con Russia e Cina, voltando le spalle all'Europa che al massimo dispone della libertà di comprare armi, gas e materie prime dagli stessi Stati Uniti. I punti in discussione tra Americani e Russi per porre fine al conflitto in Ucraina scavalcano gli interessi ucraini, ma anche quelli dell'Unione Europea, sprovvista di qualsiasi potere decisionale. I maggiori paesi membri dell'UE si scoprono indifesi e vulnerabili e, privi di una strategia unitaria, si riarmano.
La guerra è un fenomeno che non si lascia "governare". Ci sono arsenali pieni di armi vecchie e, al contempo, nuovi armamenti sono stati già realizzati o sono in fase di sviluppo (i Russi hanno testato positivamente Burevestnick, un missile a propulsione nucleare); si sta sperimentando la guerra elettronica e cyber. L'ammiraglio Cavo Dragone, alla guida del comitato militare della NATO, ha dichiarato al Financial Times che l'Alleanza sta considerando azioni più aggressive nei confronti della Russia: "Sul fronte informatico, siamo in un certo senso reattivi. Essere più aggressivi o proattivi invece che reattivi è qualcosa a cui stiamo pensando."
Quando i generali parlano di strategia militare e di wargame, ammettono l'esistenza di un fattore in grado di cambiare la situazione a favore di uno o dell'altro dei contendenti, il cosiddetto game changer. I carri armati pesano tonnellate, ma risultano quasi inoffensivi rispetto ai droni, che costano meno di un'automobile. La possibilità di vincere una guerra dipende, prima di tutto, dalla comprensione della sua natura. L'impiego di munizioni intelligenti su larga scala rappresenta un problema per gli Stati che faticano a stare al passo con la loro produzione, così come per gli eserciti, che incontrano difficoltà ad adattarsi alle rapide trasformazioni che queste tecnologie comportano. Se l'attaccante utilizza armi intelligenti, costringe il nemico a fare altrettanto, in una corsa verso la guerra di macchine contro macchine.
La corrente cui facciamo riferimento afferma che è d'obbligo rifiutare la guerra, bloccarla al suo avvicinarsi perché, se passa, si è poi costretti a combatterla ("Guerra in Europa"). Nell'articolo "Non potete fermarvi, solo la rivoluzione proletaria lo può, distruggendo il vostro potere" (1951), scrive:
"La oligarchia dell'alto capitalismo... opera nell'economia, nella produzione, nella industria, nella finanza con una prassi che conduce alla guerra, poiché un diverso operare ne diminuirebbe i profitti e lederebbe gli interessi per vie diverse. Ma anche i membri di questa oligarchia, personalmente presi, non potrebbero anche volendo operare in modo radicalmente opposto, e anche se pensassero di conciliare la tutela dei loro interessi col rinvio o lo scongiuramento della guerra, arriverebbero alle stesse conseguenze."
È la normale prassi capitalistica a portare alla guerra. Ciò che accade in campo bellico è lo specchio di quanto succede in campo industriale. Si pensi, ad esempio, agli annunciati esuberi di grandi aziende tecnologiche, che elimineranno programmatori, tecnici, ecc., per sostituirli con sistemi di intelligenza artificiale.
Nell'articolo del settimanale The Economist, intitolato "Larry Fink and Rob Goldstein on how tokenisation could transform finance", vengono descritti i profondi cambiamenti avvenuti nel mondo della finanza. Nei primi anni '70 le transazioni erano effettuate telefonicamente e regolate con certificati cartacei inviati tramite corriere; nel 1977, la tecnologia chiamata Swift introdusse la messaggistica elettronica standardizzata tra le banche, riducendo i tempi di transazione a pochi minuti. Oggi, secondo l'Economist, la finanza è alle soglie di una nuova trasformazione, partita nel 2009 quando Satoshi Nakamoto ha lanciato la criptovaluta Bitcoin, basata su un registro digitale condiviso capace di registrare le transazioni in modo sicuro e trasparente senza bisogno di intermediari (blockchain):
"La tokenizzazione degli asset... offre la possibilità di regolare le transazioni istantaneamente. I mercati odierni operano con tempi di regolamento diversi, esponendo acquirenti e venditori al rischio che una delle due parti non adempia ai propri obblighi. Standardizzare il regolamento istantaneo sui mercati globali rappresenterebbe un passo avanti rispetto a quanto Swift abbia mai reso possibile."
Un token è un'unità digitale che opera su blockchain. La tokenizzazione della finanza è la totale sostituzione della carta con codici digitali. Gli Stati si trovano di fronte a processi che sfuggono al loro controllo e che, anzi, sono costretti ad assecondare. È il Capitale (autonomizzato) a dettare il suo ritmo agli Stati, non viceversa.