La fase storica che, anni fa (n+1, n. 11), abbiamo definito politiguerra ruota attorno alla guerra per l'appropriazione, da parte dei capitalisti e degli Stati, del plusvalore prodotto da un proletariato internazionale, che ha gli stessi interessi ad ogni latitudine. Marx scrive: "Ogni rendita fondiaria è plusvalore, prodotto di pluslavoro" (Il Capitale, Libro III, cap. XXXVII); perciò, parlare di "oro nero", raffinerie, gasdotti e petroliere, significa parlare del controllo del plusvalore su scala planetaria. Gli USA hanno interessi globali non perché abbiano adottato una particolare politica imperialista, ma perché lo sviluppo stesso del capitalismo li ha posti al centro del sistema. In quanto principale potenza economica, finanziaria e militare, affermatasi dopo la fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti sono diventati di fatto il gendarme mondiale. Le loro recenti azioni militari all'estero, dal Venezuela all'Iran, sono volte a tutelare sia i propri interessi sia, per forza di cose, gli interessi del capitalismo tout court. Ciò produce, però, un evidente cortocircuito, in quanto i loro interessi collimano sempre meno con quelli degli altri paesi.
Essi quindi, per difendere lo stato di cose presente, sono costretti a stravolgerlo. D'altronde, come scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto del 1848, "la borghesia non può esistere senza rivoluzionare di continuo gli strumenti di produzione, quindi i rapporti di produzione, quindi tutto l'insieme dei rapporti sociali."
Il mondo borghese non resta a guardare di fronte all'inasprirsi della politiguerra che gli USA hanno ingaggiato contro i loro avversari. La Cina, ad esempio, punta a conquistare una propria autonomia energetica, affermandosi come principale potenza nelle relative tecnologie di nuova generazione. Pechino sta destinando centinaia di miliardi di dollari all'integrazione di fonti rinnovabili, eolica e solare, nella propria rete elettrica, alla produzione su larga scala di veicoli elettrici e allo sviluppo di sistemi di accumulo energetico. Questi ingenti investimenti stanno profondamente trasformando l'economia cinese, contribuendo al tempo stesso a consolidare il ruolo del paese come protagonista di rilievo nello scenario politico internazionale e a presentarsi come esportatore di "energia pulita".
In questo quadro, non è certo che la rendita mondiale continui a concentrarsi sul petrolio, né che il suo circuito di scambio resti indefinitamente dominato dal dollaro.
Ritornando alla questione metodologica, ciò che occorre, per farsi un'idea corretta sul funzionamento di questa società, estremamente complessa e piena di contraddizioni, non è l'analisi del fatto politico o militare in quanto tale, bensì una teoria capace di collocare ogni singolo episodio all'interno di una dinamica che leghi passato, presente e futuro. I Fili del tempo, articoli scritti da Amadeo Bordiga tra il 1949 e il 1955, costituiscono uno strumento prezioso per affrontare i temi della cosiddetta attualità senza però scivolare nell'attualismo, malattia cronica che affligge buona parte dei soggetti e dei gruppi che si richiamano al comunismo.
Partiamo dunque dall'ABC del marxismo e ribadiamo che la guerra d'oggi non è il risultato della volontà delle classi dominanti, bensì un prodotto "necessario" del funzionamento del modo di produzione capitalistico. Per chi segue il nostro lavoro, questa può apparire un'affermazione scontata, ma non lo è a livello generale. Il "luogocomunismo" attribuisce infatti lo scoppio dei conflitti militari al pazzo di turno: ieri Hitler oggi Putin, Trump o Netanyahu. Anche in ambienti che si richiamano alla Sinistra Comunista "italiana" (SCi) il livello dell'analisi non sempre si eleva al di sopra di questa impostazione: basti pensare a quanti articoli denunciano l'esistenza di un'oligarchia di capitalisti "assetata di sangue proletario".
Negli ultimi tempi sono circolate sulla stampa e sui media notizie riguardanti gli Epstein Files [1] , che secondo alcuni commentatori borghesi dimostrerebbero l'esistenza di forme di ricatto politico ai vertici dello stato americano da parte di Israele. Può darsi che tale ipotesi corrisponda al vero: informazioni di questo tipo vengono utilizzate come armi all'interno dello scontro tra apparati statali e gruppi di interesse, e come tali devono essere analizzate.
La critica dell'economia politica non si basa su condanne morali: la "condanna" marxista del capitalismo si fonda sulla teoria dello sciupio. Per sciupio si intende la dissipazione di lavoro umano, energia e risorse prodotta inevitabilmente dal modo di produzione capitalistico, ben oltre quanto sarebbe necessario per soddisfare i bisogni della specie. Non riguarda soltanto lo spreco materiale visibile, ma soprattutto l'enorme quantità di attività improduttive imposte dall'irrinunciabile bisogno di valorizzazione del capitale, dalla concorrenza tra aziende a quella tra Stati. Il grado di sciupio rappresenta così una misura storica dell'irrazionalità del capitalismo e la necessità storica del suo superamento.
Al di là delle trame, dei maneggi, dei complotti reali o presunti orditi da "pezzi" della classe borghese, il mondo capitalistico non è manipolabile a piacimento: esso si presenta come una rete globale di produzione e distribuzione sottoposta ad innumerevoli azioni e reazioni. Per capire il suo funzionamento non si può prescindere da un approccio scientifico.
Il capitalismo dei disastri
Nel suo saggio Shock Economy. L'ascesa del capitalismo dei disastri [2], pubblicato nel 2007, la giornalista Naomi Klein sostiene che l'attuale sistema economico, volente o nolente, tende per la sua propria natura a produrre e poi, conseguentemente, a utilizzare le catastrofi — carestie, pandemie, incendi, uragani, guerre, ecc. — come occasioni di speculazione finanziaria e ristrutturazione in senso autoritario della società. In tale impostazione si ritrova, in forma "volgarizzata", una tematica che la SCi aveva affrontato, decenni prima, in una serie di articoli sulla "coltivazione delle catastrofi", raccolti nel nostro quaderno Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale. Vi si sviluppava una critica non moralistica ma strutturale alle letture riformiste, incapaci di ricondurre la distruzione dell'ecosistema alle leggi di funzionamento del capitale.
In dichiarazioni pubbliche di qualche mese fa, il presidente americano Donald Trump ha affermato, senza tanti giri di parole, che la distruzione della Striscia di Gaza operata da Israele rappresenta una occasione per fare affari. Da questa idea nasce il Board of Peace (BoP), istituito nell'ambito dell'attuale amministrazione statunitense come dispositivo di coordinamento per i processi di transizione legati al "piano di pace per Gaza", inserito nella risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Risolvere la "questione palestinese" è centrale in qualsivoglia tentativo di mettere ordine nel terremotato Medioriente. In quest'ottica, non è da escludere che venga ripreso da Israele (supportato dagli Americani) il vecchio progetto "Jordan is Palestine" del partito di destra Likud. In pratica si tratterebbe di "spostare" in Giordania gran parte della popolazione araba della Cisgiordania e di Gaza.
Dal mese di febbraio 2026 del BoP si è parlato poco, i fondi promessi non sembra siano arrivati, i negoziati con Hamas non hanno prodotto risultati e la guerra con l'Iran ha catalizzato altrove l'attenzione dell'amministrazione Trump. Ciò nonostante, la vicenda conserva un valore esemplare: analizzare la genesi e le finalità di questo organismo permette di cogliere una delle tendenze del capitalismo contemporaneo. Il BoP nei progetti dei suoi promotori non si configura come un organismo intergovernativo tradizionale, è invece una forma ibrida di governance pubblico-privata, nella quale funzioni politiche, amministrative e finanziarie risultano direttamente intrecciate. La presenza, al suo interno, di figure provenienti dagli apparati statali e dal mondo finanziario non costituisce un'eccezione, ma una manifestazione della tendenza storica alla fusione tra capitale "pubblico" e "privato".
Tra i membri del Board figura Howard Lutnick, segretario al Commercio degli Stati Uniti ed ex amministratore delegato di Cantor Fitzgerald, società coinvolta nella gestione di asset collegati a Tether, una delle principali stablecoin (criptovalute progettate per mantenere un valore stabile) ancorate al dollaro. Nell'ambito di questo organismo si è ipotizzato l'utilizzo di valute digitali decentralizzate come mezzo di pagamento in aree prive di infrastrutture bancarie e creditizie consolidate.
La ricostruzione di Gaza, evocata in diverse rappresentazioni circolate sul Web secondo modelli urbani assimilabili a quelli di Dubai, mostra con chiarezza il progetto di trasformare la catastrofe umanitaria in mezzo di valorizzazione del capitale. Non siamo di fronte a una deviazione patologica, come democratici ed ecologisti vorrebbero far credere, ma "semplicemente" ad una conseguenza del processo di valorizzazione D-M-D': processo nel quale distruzione e ricostruzione costituiscono momenti di un'unica dinamica. Il capitale si presenta come valore in processo, la cui peculiare finalità è la propria riproduzione allargata, al di là delle condizioni sociali che essa produce.
Di conseguenza è assolutamente deviante cercare i "colpevoli". Può essere attribuita a una volontà consapevole dell'oligarchia capitalistica l'origine di tali tendenze? Nel Filo "Non potete fermarvi, solo la rivoluzione proletaria lo può, distruggendo il vostro potere" [3] , la risposta è inequivocabile:
"La oligarchia dell'alto capitalismo […] opera nell'economia, nella produzione, nella industria, nella finanza con una prassi che conduce alla guerra, poiché un diverso operare ne diminuirebbe i profitti e lederebbe gli interessi per vie diverse. Ma anche i membri di questa oligarchia, personalmente presi, non potrebbero anche volendo operare in modo radicalmente opposto, e anche se pensassero di conciliare la tutela dei loro interessi col rinvio o lo scongiuramento della guerra, arriverebbero alle stesse conseguenze."
Dato che gli Stati non sono dotati di libero arbitrio, ma sono portatori di interessi che stanno al di sopra di essi Stati, e cioè degli interessi del capitale autonomizzato, anche quando si manifesta una volontà di controllo o di contenimento dei conflitti sociali, essa resta interna alle condizioni che producono tali conflitti.
In questo senso, le catastrofi "sociali" o "naturali" non sono fenomeni esterni al funzionamento del sistema, ma parte integrante del suo essere. Anche i più sofisticati strumenti di previsione strategica — dai wargame degli eserciti alle simulazioni computerizzate dei centri di studi strategici della borghesia — restano inscritti in un processo che non può essere governabile, poiché sono oggettivamente progettati non per il superamento dell'attuale anarchia sociale, ma per la sua perpetuazione.
Motori, attori, militi e stili
Fissati questi presupposti teorici, occorre distinguere i "livelli", per ordine di importanza, su cui si basa una data forma sociale. È necessario discernere tra struttura e sovrastruttura, ovvero tra i rapporti di produzione e l'insieme delle ideologie, delle istituzioni e delle forme culturali che su di essi si fondano. Bisogna dunque avere chiaro per sviluppare un'analisi scientificamente corretta quali siano i motori, gli attori, i militi e gli stili sia della rivoluzione che della controrivoluzione. Il riferimento è di nuovo ai Fili del tempo, e in particolare a "Fiorite primavere del Capitale" [4] , nel quale viene sviluppata una lettura delle forme del divenire sociale a partire dalla produzione materiale, seguendo cioè il "ben stabilito, monolitico e invariante metodo marxista".
Per il materialismo scientifico esiste un ordine di determinazioni materiali che non può essere rovesciato senza produrre deformazioni nell'analisi. L'economia è la causa motrice della storia: quando il trapasso economico incombe la forma politica cambia.
Le rivoluzioni non producono soltanto nuovi rapporti sociali, ma anche nuovi stili. Allo stesso modo, la controrivoluzione, una volta affermatasi, tende a incorporare e rielaborare elementi della dinamica rivoluzionaria che ha sconfitto. La controrivoluzione vittoriosa non si limita a negare, ma riorganizza e riassorbe parti delle forme e dei linguaggi dell'antiforma che è riuscita, almeno contingentemente, a neutralizzare.
In questo senso, rivoluzione e controrivoluzione, pur essendo antitetiche, possono essere ricondotte all'interno di un unico processo, una dinamica storica caratterizzata dalla presenza e dall'avvicendarsi di cuspidi o biforcazioni. L'analisi degli stili artistici, letterari, architettonici e simili consente di leggere indirettamente le trasformazioni profonde avvenute nella struttura sociale. I lavori svolti in passato sulla Grande Socializzazione Fascista (n+1, n. 47) sono stati utili per evidenziare la presenza di invarianze "di stile" all'interno dei diversi contesti nazionali nel capitalismo maturo, come lo Stile Novecento, neoclassico e monumentale, apparso in Europa e negli Stati Uniti sincronicamente. Non si tratta di fenomeni estetici autonomi, da trattare separatamente come espressioni della creatività di qualcuno, ma di modalità derivate e coerenti con una determinata fase dello sviluppo delle forze produttive.
Analogamente, l'analisi che oggi facciamo delle grandi concentrazioni del capitale hi-tech consente di leggere nelle ideologie neo-cosmiste, accelerazioniste e transumaniste prodotte dalla Silicon Valley forme di espressione delle condizioni materiali del capitalismo senile, come abbiamo sottolineato nell'articolo "Ideologie di un capitalismo che nega sé stesso" (n+1, n. 57). Esaurita la possibilità di espandersi colonizzando terre vergini, il capitale tende a colonizzare sé stesso, per mezzo del passaggio dal suo dominio formale sul lavoro al domino reale [5] . E poiché anche questa dinamica incontra limiti oggettivi, si affacciano progetti che contemplano l'espansione del capitalismo oltre il pianeta Terra.
A questo punto dovrebbe essere chiaro che, per la "nostra" teoria, ciò che conta non è l'oggetto che cattura l'attenzione pubblica in un determinato momento (sciopero, rivolta, guerra, ecc.), ma il saperlo collocare correttamente all'interno della dinamica che lo ha generato e che ne orienta lo sviluppo. La distinzione tra struttura e sovrastruttura non è quindi opzionale: il motore non è "ciò che viene mosso", ma ciò che determina il movimento degli strumenti.
L'anti-indifferentismo della SCi non è rivolto soltanto agli eventi eclatanti della dinamica politica borghese, ma anche a quei fenomeni che appaiono secondari e che tuttavia funzionano come indicatori delle trasformazioni profonde di un'epoca, quali sintomi di una malattia profonda che ha colpito il capitalismo. Precisiamo con un esempio storico: Amadeo Bordiga negli anni '20 scrisse un lungo e approfondito articolo sul movimento dannunziano [6] , cogliendo in esso un'oscillazione della piccola borghesia tra rivoluzione e controrivoluzione. Tale movimento fu inglobato dal fascismo, ma questo poteva non essere un esito scontato. Lo stesso criterio è valido per i fenomeni contemporanei. Pur essendo avversi all'approccio antiscientifico ed interclassista che ha animato le piazze "No Vax" durante la pandemia da Coronavirus, non siamo rimasti indifferenti a tali movimenti, soprattutto perché hanno coinvolto decine di migliaia di individui, arrivando a toccare anche i luoghi di lavoro e le organizzazioni sindacali. Abbiamo scritto un articolo in cui immaginiamo, ricorrendo allo strumento del wargame, la possibile evoluzione in senso antiformista di una piazza "contro vaccinazioni, complotti e lo Stato Padrone" (n+1, n. 50). Le mezze classi, impoverite dallo sviluppo del capitalismo e prive di una prospettiva storica autonoma, rappresentano lo strato sociale più instabile. Nelle fasi di crisi economica prolungata tendono a entrare in movimento prima del proletariato spinte dalla perdita delle guarentigie godute, oscillando tra le due grandi classi della società e teorizzando soluzioni politiche di segno contraddittorio.
Non sempre c'è corrispondenza tra quello che i manifestanti dicono di sé stessi e le cause profonde che li muovono. La storia dimostra che, raggiunto un certo grado di surriscaldamento della materia sociale, si formano quasi spontaneamente strutture organizzative immediate che si collegano ad una teoria, ad uno slogan politico, ad un programma. Se questo insieme di idee risulta in sintonia con il divenire sociale allora tende a configurarsi politicamente e a diffondersi "memeticamente" [7]. La teoria diventa forza materiale non appena si impadronisce delle masse, come nella distinzione operata dalla SCi tra "partito storico" (programma) e "partito formale" (organizzazione), il quale in certi momenti della storia è assente.
Le dinamiche del capitalismo — sviluppo ineguale, concentrazione dei capitali, miseria crescente — definiscono un campo di forze entro cui si muovono Stati, classi e individui. I centri di pianificazione strategica della borghesia possono intervenire su tali processi, e modificarli in parte, ma non possono modificare le leggi che li determinano.
Le rivolte e gli scioperi scoppiano dopo lunghi accumuli di energia sociale. La spinta insopprimibile a lottare è un riflesso diretto dell'insoddisfazione prodotta dalle condizioni sociali esistenti. L'organizzazione in partito politico è la condensazione di questa passione in forma stabile e continuativa per mezzo dell'assimilazione della teoria da parte di un insieme più o meno ristretto di individui. Il divenire rivoluzionario, in questo senso, non oppone passione e organizzazione, ma le dispone in una relazione necessaria: la prima come forza immediata, la seconda come sua conservazione e continuità nel tempo.
Durante la rivolta del gennaio 2026 in Iran, causata da una crisi economica sempre più grave, sono riemersi, sebbene non se ne conosca con esattezza la portata, i ricordi dei Consigli Operai (shora) nati nella "rivoluzione" del 1979 contro lo Scià. Quando si producono processi di polarizzazione di classe di una certa portata, gli uomini tendono a cercare punti di riferimento, riscoprendo esperienze storiche e parole d'ordine che sembravano consegnate all'oblio. Lo si è visto nella nascita del movimento Occupy Wall Street negli USA, che ha riportato alla luce la tradizione di lotta del Primo Maggio (Chicago 1886), i riferimenti alla Comune di Parigi e alla lotta di classe ("siamo il 99% e non abbiamo niente mentre l'1% ha tutto"). Si trova traccia della circolazione internazionale di queste idee e pratiche in una lettera dei Comrades from Cairo a Occupy, pubblicata sul quotidiano britannico The Guardian il 25 ottobre 2011, a poco più di un mese dalla nascita di OWS:
"A tutti coloro che nel mondo stanno occupando parchi, piazze e altri spazi, i vostri compagni de Il Cairo vi stanno guardando con spirito solidale [...]. Siamo in una certa qual misura coinvolti nella stessa battaglia. Quella che molti studiosi chiamano la 'primavera araba' affonda le proprie radici nelle manifestazioni, nelle rivolte, negli scioperi e nelle occupazioni che hanno luogo nel mondo intero [...]. Un'intera generazione in tutto il globo terrestre è cresciuta rendendosi conto, razionalmente ed emotivamente, che non abbiamo futuro nell'attuale ordine delle cose [...]. L'attuale crisi in America e nell'Europa occidentale ha iniziato a portare questa realtà anche a casa vostra [...]. Così siamo con voi non solo nel tentativo di abbattere il vecchio, ma di sperimentare il nuovo [...]. Le occupazioni devono continuare, perché non c'è più nessuno a cui chiedere la riforma."
La lotta tra le classi, che può assumere forme e livelli di intensità differenti, è sempre il risultato di uno scontro tra modi di produzione, che si manifesta come insoddisfazione di ampi strati dell'umanità rispetto allo stato di cose presente. Tale insoddisfazione si traduce in movimento, passione e organizzazione. E, qualora si verifichino le condizioni storiche necessarie, in "rovesciamento della prassi". [8]
Il pianeta è (sempre più) piccolo
L'attuale fase storica non si presenta come una sequenza di conflitti regionali a sé stanti, ma come una dinamica che tende a unificare lo spazio planetario in un sistema di conflitti che si influenzano l'un l'altro. In questo senso si può parlare di guerra mondiale a pezzi (definizione di papa Francesco) o, meglio, di una guerra mondiale permanente diffusa. Una manifestazione evidente di tale processo la si è avuta con l'"operazione militare speciale" russa in Ucraina, che ha segnato un'incrinatura della deterrenza statunitense, cioè della capacità degli Stati Uniti di imporre un ordine globale attraverso il terrore esercitato sugli avversari.
Importante tener presente che il conflitto in Ucraina è diventato inoltre un laboratorio per la sperimentazione e l'utilizzo dell'Intelligenza Artificiale (IA) in campo bellico. Il Military Watch Magazine, rivista online di argomento militare, ricorda che Palantir, l'azienda co-fondata da Peter Thiel, ha operato
"fornendo all'Ucraina software che integra immagini satellitari, riprese di droni, rapporti sul campo di battaglia, feed di intelligence e informazioni open source nei sistemi di puntamento e operativi. I dirigenti dell'azienda hanno dichiarato apertamente che i suoi strumenti sono fortemente coinvolti nelle operazioni sul campo di battaglia ucraino, inclusa l'identificazione di equipaggiamenti russi e la pianificazione di attacchi". [9]
La Russia ha risposto all'uso di tali tecnologie sviluppando sistemi altrettanto efficaci, stabilendo una simmetria sul campo di battaglia [10] . D'altronde, se la guerra continua vuol dire che una qualche forma di equilibrio tra i belligeranti si è definita. Gli altri paesi osservano, prendono nota e aggiornano mezzi e strategie.
La Russia è attualmente in una posizione di vantaggio sull'Ucraina e si è progressivamente configurata, nel corso della guerra, come cerniera tra i poli principali del sistema mondiale, USA e Cina. Parallelamente altri attori statali emergenti stanno assumendo funzioni di raccordo o di attrito lungo linee geopolitiche sempre più mobili. La Turchia, ad esempio, tende a presentarsi come fulcro dinamico proiettato verso il cosiddetto Heartland (cuore del mondo), ed è percepita in questa prospettiva da Israele come possibile concorrente regionale, subito dopo l'Iran, anch'esso soggetto emerso dal conflitto in corso in Medioriente, se non come vincitore assoluto, certo non come sconfitto. Lo dimostrano gli attacchi ripetuti alle basi militari americane nel Golfo e alle infrastrutture di paesi come Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar.
L'influente politologo statunitense Robert Kagan, in un articolo pubblicato dalla rivista The Atlantic [11] , afferma che nella guerra contro la Repubblica Islamica gli USA hanno subito una sconfitta strategica irreversibile: nonostante settimane di bombardamenti, il regime non è crollato, anzi, d'ora in poi, la potenza dominante nella regione sarà l'Iran, non gli Stati Uniti o Israele. Secondo Kagan la sconfitta americana avrà ripercussioni globali più ampie: i paesi alleati, a cominciare da quelli del Golfo, che un tempo contavano sulla garanzia di sicurezza americana devono fare i conti con i mutati rapporti di forza e saranno spinti a prendere in considerazione altri "protettori".
Abbiamo visto che gli Stati Uniti godono ancora di una posizione "privilegiata" consentitagli dalla rendita sistemica costruita grazie alla vittoria nella Seconda guerra mondiale e la successiva imposizione del sistema del dollaro nei pagamenti internazionali. La rendita può essere definita come il pagamento corrisposto al proprietario di un suolo, di un immobile o di una fonte energetica, ma in realtà essa rappresenta la garanzia per il rentier, sancita dai rapporti sociali capitalistici, di appropriarsi di una frazione del plusvalore prodotto dal proletariato.
La supremazia militare e finanziaria americana, lungi dall'essere una condizione acquisita una volta per tutte, è stata progressivamente erosa dall'espansione delle stesse forze produttive globali che gli Stati Uniti hanno contribuito a sviluppare nel mondo (Lettera ai compagni n. 40, "Globalizzazione", 1999). Ne deriva una configurazione imperialistica multipolare in fieri, nella quale nuove alleanze e riallineamenti — come i tentativi di coordinamento tra Pakistan, Turchia, Arabia Saudita — indicano una riorganizzazione delle sfere di influenza. Quello in formazione però, è un multipolarismo "bastardo", incapace di svincolarsi dall'unipolarismo americano. Unipolarismo che, seppur attraversato da crescenti difficoltà interne ed esterne, sta dando e darà del filo da torcere a tutti prima di levarsi dai piedi.
In un panorama internazionale segnato da caos sociale e guerra, alcuni think tank ipotizzano e auspicano la possibilità di una "grande componenda" [12] tra potenze, o persino una riedizione aggiornata degli accordi di Bretton Woods, in grado di stabilizzare i rapporti tra i principali poli capitalistici. Tali ipotesi presuppongono la possibilità di una regolazione concertata delle rivalità imperialistiche. Ma l'imperialismo non può raggiungere una forma di equilibrio, se non per brevi periodi: esso è la concorrenza capitalistica trasferita al livello dei rapporti tra Stati, che si manifesta sotto forma di guerra commerciale e guerreggiata. Ciò che si presenta come coordinamento tra aziende o Stati, è in realtà espressione mediata di una dinamica antagonistica più profonda, quella tra grandi concentrazioni monopolistiche. La concorrenza non determina le variabili del processo produttivo, ma ne è essa stessa prodotta. Ne consegue che una spartizione pacifica e durevole delle sfere di influenza a livello internazionale non può costituire una possibilità storica reale.
Nel Filo "Il pianeta è piccolo" [13] , si legge:
"Quando il proletariato di tutti i paesi da Occidente ad Oriente avrà accettato di credere che la espansione capitalista possa gradire un limite geopolitico, traverso il quale la rivoluzione di Marx e Lenin sarà rimpiazzata da un dialogo pacifico, la sua sconfitta e il suo servaggio saranno ribaditi per generazioni intiere."
L'ipotesi di un grande accordo ripropone, in forme aggiornate, la vecchia teoria Dell'ultraimperialismo (1914) di Karl Kautsky: un assetto del capitalismo nel quale le principali potenze cesserebbero di competere antagonisticamente, sostituendo la concorrenza con una gestione concertata del sistema mondiale. A tal proposito, Kautsky lanciò il motto: "Capitalisti di tutto il mondo, unitevi!", facendo intendere che la guerra poteva non essere l'esito inevitabile dell'imperialismo, come invece sostenuto da Lenin, il quale argomentava che, al di là degli sforzi della diplomazia, la struttura stessa del modo di produzione capitalista rende impossibile una stabilizzazione dei rapporti tra paesi imperialisti, poiché ogni area di espansione comporta necessariamente frizioni e conflitti.
L'ordine a stelle e strisce non può eliminare le contraddizioni fondamentali del capitalismo, e la tendenza verso forme sempre più centralizzate di controllo dell'economia finisce per scontrarsi con i limiti stessi del sistema, alimentando conflitti e crisi anziché una pace duratura. La Cina non può espandere la propria sfera d'influenza commerciale e politica in Asia o in Africa senza entrare in attrito con gli Stati Uniti; lo stesso vale per la Russia e le altre potenze regionali — dalla Turchia all'Iran —, che operano come vettori di una competizione mondiale, in cui ogni equilibrio raggiunto è solo provvisorio.
Come già indicato nel Filo "Imperialismo 'vecchio' e 'nuovo'", la lotta del comunismo contro il capitalismo non può essere ridotta a un semplice problema di distribuzione della ricchezza mondiale. Il crollo del capitalismo è scritto nelle leggi della storia, non è una semplice tendenza, è determinato dalla impossibilità di ridurre le distanze tra differenti aree e differenti strati sociali:
"Per la dimostrazione che il sistema capitalistico deve cadere, per la rivendicazione del suo abbattimento, per il diritto, se così vogliamo esprimerci, di denunziarlo infame, non è condizione necessaria la prova che sopravvivendo abbasserà il tenore medio di vita mondiale. Il capitalismo deve cedere a forme di più alta resa economica oltre che per le sue infinite conseguenze di oppressione, distruzione e di strage, per la sua impossibilità ad 'avvicinare gli estremi delle medie' non solo tra metropoli e paesi coloniali e vassalli, tra zone progredite industriali e zone arretrate agrarie o di agricoltura primordiale, ma soprattutto fra strato e strato sociale dello stesso paese, compreso quello dove leva la sua bandiera negriera il capitalismo più possente ed imperiale." [14]
L'approccio della SCi al problema della rivoluzione si basava su quanto essa stessa aveva già individuato, prima degli sviluppi delle moderne scienze della complessità e degli studi sulla "fisica della storia" (Mark Buchanan), cioè la natura discontinua dei processi storici. La rivoluzione va intesa come un brusco passaggio di stato determinato dall'accumularsi di contraddizioni economiche e politiche interne al sistema. Quando le forze produttive entrano in conflitto con i rapporti di produzione, si apre una fase di instabilità nella quale le vecchie forme di organizzazione della società non riescono più a contenere le dinamiche che esse stesse hanno generato. Non è quindi la classe operaia, né il suo organismo politico, a "fare" la rivoluzione: rivoluzione che vive e si sviluppa all'interno di un processo storico nel quale è il movimento stesso del sistema, giunto oltre i propri limiti di equilibrio, a rendere possibile e necessaria la rottura politica.
Per la corrente cui facciamo riferimento, le rivoluzioni non si "fanno", si guidano. Nel senso cibernetico del termine (dal greco "kybernētikḗ", che significa "arte di governare"):
"Non si creano né i partiti né le rivoluzioni. Si dirigono i partiti e le rivoluzioni, nella unificazione delle utili esperienze rivoluzionarie internazionali, allo scopo di assicurare i migliori coefficienti di vittoria del proletariato nella battaglia che è l'immancabile sbocco dell'epoca storica che viviamo." [15]
Polarizzazione di classe
Secondo il rapporto Oxfam del 2026, presentato alla vigilia del Forum economico mondiale di Davos, una quota estremamente ridotta della popolazione mondiale (12 individui) concentra "nelle sue mani" una ricchezza superiore a quella detenuta dalla metà più povera dell'umanità, circa quattro miliardi di individui.
Questi dati vengono generalmente assunti dagli economisti come misura di una diseguaglianza "eccessiva" o come indice contingente delle gravi distorsioni del sistema. Per la critica dell'economia politica, invece, la crescente polarizzazione della ricchezza non costituisce un'anomalia, ma una forma necessaria del movimento del capitale.
La legge della miseria crescente è stata verificata sperimentalmente mediante un modello di simulazione della distribuzione del reddito basato sul metodo di Monte Carlo (cfr. Bennati, Il metodo di Monte Carlo nell'analisi economica e La simulazione statistica...), i cui risultati sono stati pubblicati sul n. 20 di n+1. La simulazione mostra che, anche in presenza di una crescita della ricchezza complessiva, la dinamica del capitale conduce inevitabilmente a una crescente polarizzazione: una quota sempre più ridotta di soggetti monopolizza una parte crescente del reddito e della ricchezza, mentre la massa dei proletari e delle mezze classi proletarizzate vede peggiorare le proprie condizioni di vita. La legge della miseria crescente non va dunque intesa in senso moralistico o come impoverimento materiale di tutti gli individui, ma come espressione della legge assoluta dell'accumulazione capitalistica. Tale legge non indica un peggioramento uniforme delle condizioni di vita, bensì l'aumento della distanza sociale tra le classi e la variazione del rapporto tra lavoro vivo e massa complessiva del valore prodotto.
La polarizzazione economica è quindi inseparabile dall'accumulazione capitalistica, come affermato nel Filo "Precisazioni su 'Marxismo e miseria' e 'lotta di classe e offensive padronali'" [16] :
"In fase ascendente, di espansione, di prosperità: - aumenta il numero dei salariati occupati nell'industria; - aumenta anche il saggio dei salari; - aumenta anche la produttività del lavoro. In fase discendente, di contrazione, di crisi alternata: - aumenta, ma troppo lentamente, o staziona il capitale-salari totale; - seguita a crescere il numero dei proletari; - diminuisce quello degli operai occupati; - si forma e si allarga l'eccesso relativo di popolazione operaia o esercito di riserva."
La (non) teoria borghese tende periodicamente a presentare ogni riforma del suo sistema come smentita empirica del marxismo. Tale modo di pensare presuppone la possibilità di una riformabilità illimitata del capitalismo, mentre la dinamica di accumulazione procede proprio attraverso trasformazioni che ne modificano nel profondo la struttura, arrivando a negarne le basi. L'accentramento del capitale, la dissoluzione delle mezze classi e la ristrutturazione del mercato del lavoro attraverso la diffusione di forme occupazionali intermittenti, precarie, on demand, sono mine pronte a far saltare in aria questo mondo.
Alla luce di quanto abbiamo detto, la transizione di fase dal capitalismo al comunismo non va intesa come somma di riforme più o meno strutturali. Essa implica una rottura nel modo di produrre e nei relativi rapporti di proprietà. La nozione di "catastrofe" indica il punto in cui l'accumulazione quantitativa produce un salto qualitativo.
All'interno dello sviluppo capitalistico, abbiamo visto che si verificano forme di centralizzazione crescente — dalla libera concorrenza si passa alle configurazioni monopolistiche — che invece di attenuare le contraddizioni, le ricollocano su un livello superiore, approfondendole e generalizzandole.
Una formulazione classica del problema della "transizione" dalla forma n a n+1, la si trova nel Filo "Il proletariato cliente. Politica USA-pacchiana" [17] :
"Un nostro classico contraddittore (ovviamente un rinnegato del marxismo) il Sombart, nel suo 'Capitalismo', pretende che, sessant'anni dopo Marx, siano caduti questi nostri teoremi di base:
a) miseria crescente dei salariati;
b) accentramento del capitale;
c) scomparsa delle classi medie;
d) crollo catastrofico del capitalismo.
Il pronostico 'strettamente scientifico' di Sombart è semplicemente questo: 'il capitalismo invecchiando diverrà sempre più calmo, più sedato, più ragionevole'. Ammazzalo! dicono a Roma, a questi chiari di luna. I dati statistici americani servono utilmente a battere queste pretese quattro smentite; e peggio ancora i dati del rapporto economico America-mondo; e ultrapeggio i dati della situazione di oggi… Non solo; anche in America diminuisce la partecipazione della classe operaia alla distribuzione dell'enorme reddito nazionale, sebbene la classe proletaria aumenti di numero a scapito dei piccoli borghesi."
Per il sociologo Werner Sombart il capitalismo, socializzandosi al massimo, perde le determinazioni antagonistiche fino a diventare un sistema maggiormente stabilizzato. Ma ciò che per Sombart appare come un'attenuazione delle contraddizioni, è in realtà la loro estensione su scala più ampia. Nel capitalismo, infatti, la socializzazione delle forze produttive non coincide con la loro appropriazione e direzione sociale, ma con la loro concentrazione in apparati controllati da un pugno di aziende e Stati.
La polarizzazione economica è dunque un indice della trasformazione complessiva del sistema sociale. L'estensione del lavoro salariato su scala planetaria e la crescente concentrazione dei mezzi di produzione in un numero sempre più ristretto di poli non sono processi separati, ma momenti complementari di una stessa dinamica, attraverso la quale il capitalismo sviluppa le condizioni storiche del suo superamento.
Ancora sulle "offensive padronali"
Per chi segue il nostro lavoro, risulta evidente che la guerra attuale può essere compresa soltanto adottando una prospettiva di tipo sistemico, analoga a quella del wargame presentato nelle Tesi sulla tattica del PCd'I [18] : uno schema nel quale le forze sociali non agiscono per intenzione soggettiva isolata, ma come elementi di una dinamica complessiva determinata dai rapporti di produzione esistenti. Ogni "soggetto" muove deterministicamente le proprie pedine sullo scacchiere internazionale ed è allo stesso tempo mosso dalle "scelte" dell'avversario.
In questo contesto, il proletariato, in assenza di un organismo di classe che lo guidi, non gioca ma "è giocato". Questa affermazione richiede però una precisazione, per evitare una lettura errata molto diffusa in ambito marxista. Una parte dell'analisi corrente tende, infatti, a considerare il proletariato come soggetto "inerte", da plasmare volontaristicamente dall'esterno per mezzo dell'attivismo dei rivoluzionari. In questa prospettiva rientrano diverse varianti: dalla "propaganda col fatto" di matrice anarchica, alle ipotesi culturaliste centrate sulla "trasmissione" di coscienza di classe alle masse, fino alle concezioni sindacaliste rivoluzionarie che attribuiscono all'organizzazione economica un ruolo preminente rispetto a quello del partito rivoluzionario. A queste si aggiungono le varianti partitiste, che spostano l'attenzione sull'opera di radicamento dell'apparato politico tra le masse.
In tutte queste formulazioni rimane implicita una separazione tra movimento oggettivo e intervento soggettivo, come se il primo fosse un qualcosa di passivo da attivare attraverso il secondo. Si ripropongono così i dualismi teorici che la nostra corrente ha sempre cercato di superare (n+1, n. 15-16). Resta il fatto che, se il proletariato fosse realmente "fermo", lo sarebbe anche l'intero sistema sociale. Ma la dinamica del capitale non conosce immobilità: è vero che oggi il proletariato nel suo insieme è dominato dal capitale, ma è altrettanto vero che la forza della classe sfruttata, che per adesso è potenziale, qualora se ne presentino le condizioni, può diventare cinetica. [19]
La SCi ha affrontato in due Fili la questione delle cosiddette "offensive padronali", cioè l'idea che la borghesia agisca in modo aggressivo e unidirezionale contro il proletariato per una forma, in un certo senso, di sadismo. In realtà, soprattutto a partire dalla fase successiva alla crisi degli anni '20 e all'affermarsi dell'assetto fascista del capitalismo, la borghesia non si muove, al di là delle apparenze, in senso offensivo, ma in senso prevalentemente difensivo: essa opera per preservare la continuità del rapporto sociale capitalistico e impedirne la disgregazione.
Tutte le politiche statali sviluppatesi nel ciclo storico successivo alla fine della fase liberale — indipendentemente dalle forme politiche specifiche, democratiche o autoritarie — hanno una funzione comune: impedire l'emancipazione della classe salariata. In questo senso, si può affermare che queste "politiche" sono strutturalmente antiproletarie, non tanto per volontà soggettiva, ma in quanto sono espressione di una necessità sistemica.
Anche quando il proletariato non si manifesta come "soggetto attivo", esso esercita comunque una pressione permanente sul sistema. La sua semplice esistenza, in quanto classe costretta alla vendita della propria forza-lavoro per vivere, rappresenta di per sé un potenziale rivoluzionario. La borghesia conserva memoria storica delle fasi in cui l'ordine sociale è stato infranto, a cominciare dalla Comune di Parigi per arrivare all'Ottobre Rosso. Non a caso, nei suoi centri di analisi e previsione, ricorre periodicamente la constatazione che la crescente polarizzazione della ricchezza costituisce un pericoloso fattore di instabilità.
Ma all'interno di questo sistema non esistono ricette salvifiche: tutte le soluzioni compatibili con la conservazione del capitalismo sono state sperimentate. Dalla forma fascista non si è tornati indietro; essa ha continuato a svilupparsi, perfezionandosi attraverso nuovi strumenti di organizzazione e di controllo sociale, oggi potenziati dalle tecnologie digitali.
Il riformismo indica il passaggio dalla democrazia borghese al socialismo come un processo graduale, nel quale l'estensione delle libertà democratiche costituirebbe una tappa necessaria dell'emancipazione proletaria. La dinamica reale è opposta. Il fascismo non interrompe il corso della democrazia, ma ne rappresenta uno sviluppo coerente nelle condizioni del capitalismo senile. La successione storica non è fascismo-democrazia-comunismo, bensì democrazia-fascismo-comunismo. Per questo la parola d'ordine della "lotta per la democrazia" non esprime un momento di transizione verso il comunismo, ma un caposaldo dell'opportunismo che subordina il proletariato alla conservazione dell'ordine capitalistico.
"Game changer"
Tale formula viene utilizzata per indicare un elemento capace di modificare radicalmente le condizioni di un gioco o di un sistema. In questo contesto non la utilizzeremo per indicare una semplice innovazione sociale o tecnologica, ma con riferimento a una trasformazione qualitativa delle condizioni di funzionamento del sistema stesso. Le forze politiche che accettano le regole del gioco sono quelle che rimangono all'interno degli insiemi conformista e riformista; quelle che invece le rifiutano si collocano sul piano antiformista, come accuratamente descritto nel "Tracciato d'impostazione" [20] :
"Conformisti sono quei movimenti che combattono per conservare integre le forme e gli istituti vigenti, vietandone ogni trasformazione, e richiamandosi ad immutabili principii, siano essi presentati in veste religiosa, filosofica o giuridica. Riformisti sono i movimenti che, pur non chiedendo di sconvolgere bruscamente e violentemente gli istituti tradizionali, avvertono che le forze produttive premono troppo fortemente, e propugnano graduali e parziali modificazioni nell'ordine vigente. Rivoluzionari (e adotteremo il termine provvisorio di antiformisti) sono i movimenti che proclamano ed attuano l'assalto alle vecchie forme, ed anche prima di saper teorizzare i caratteri del nuovo ordine, tendono a spezzare l'antico, provocando il nascere irresistibile di forme nuove. Conformismo - Riformismo - Antiformismo."
Il "partito di specie", in quanto elemento che rappresenta la società futura, quando le condizioni materiali non gli permettono di intervenire materialmente a livello sociale, può comunque esercitarsi alla lotta per mezzo di esperimenti mentali (gedankenexperiment) basandosi sui conflitti in corso e immaginando quelli a venire ("Realtà e percezione", n+1, n. 33).
Non esiste soltanto la guerra tra Stati. La guerra tra classi è sempre presente, ed entrambe vanno viste come sistemi dinamici in interazione con ciò che li circonda. I wargame non hanno solo un valore predittivo, nel senso di descrivere possibili sviluppi, ma anche operativo: essere "pronti" non significa limitarsi ad accumulare informazioni sul mondo (input), bensì elaborare modelli capaci di produrre indicazioni operative (output) semplici, codificate e comprensibili. L'intelligenza è la capacità di anticipare ciò che succederà, e per fare questo sono necessari dei modelli.
Il metodo del wargame ci permette di studiare i grandi teatri di scontro, ma anche episodi minori, come ad esempio una manifestazione "contro qualcosa", per ricavare informazioni utili. Facciamo un esempio: l'obiettivo dichiarato dei sindacati di base e del movimentismo corrente è quello di cambiare "il sistema", ma le mobilitazioni che vengono proposte adottano schemi ripetitivi: cortei che iniziano e finiscono secondo copioni prevedibili, con momenti di scontro ritualizzato ad uso dei fotografi. Queste manifestazioni seguono percorsi e modalità generalmente compatibili con i dispositivi di regolazione previsti dagli apparati statali, e risultano perlopiù integrabili nella gestione amministrata del dissenso.
Se non si rifiutano le regole del gioco, si finisce per giocare a un gioco che altri hanno predisposto. Per rendere tale rifiuto attivo ed operante, bisogna percorrere altre vie, le quali sono già state tracciate, frutto delle lezioni della controrivoluzione.
La società borghese non si limita a osservare i processi sociali, cerca di anticiparli attraverso dispositivi capaci di simulare scenari futuri. Il videogioco è uno di questi dispositivi, ed è utilizzato dagli apparati militari e repressivi statali come uno strumento di addestramento alla guerra, alla decisione rapida e alla valutazione in tempi ristretti delle azioni e delle reazioni del nemico. La gamification rappresenta l'estensione della logica del videogioco a contesti estranei all'ambito propriamente ludico. Gli eserciti integrano sempre più sistemi di misurazione, incentivazione e ottimizzazione delle prestazioni, trasformando l'azione bellica in una sorta di gioco individuale e di gruppo. Una dinamica analoga si ritrova nei "pacifici" magazzini di Amazon, dove vengono applicate tecniche "gamificate" di coinvolgimento del lavoratore, attraverso cui viene coltivata l'illusione di poter progredire nei livelli e nelle mansioni, acquisendo un punteggio più alto di quello dei colleghi. Secondo il management del colosso mondiale dell'e-commerce, queste tecniche rendono il lavoro, che rimane fisicamente e mentalmente impegnativo, meno noioso e più divertente.
Il caso della guerra in Ucraina mostra chiaramente questa trasformazione: sistemi di assegnazione di punti ("Army of Drones Bonus System"), classificazione degli obiettivi e reinvestimento delle risorse convertono l'attività militare in un grande gioco collettivo, nel quale il successo dipende dalla collaborazione di tutti i partecipanti.
La distinzione tra simulazione e realtà tende progressivamente a perdere consistenza: la guerra diventa un campo in cui la produzione di risultati è immediatamente tradotta in capacità operativa, secondo una logica che integra in modo sempre più stretto logistica, informazione e decisione.
I sistemi di droni e le unità militari distribuite sul campo mostrano una tendenza alla destrutturazione del comando centralizzato e alla sua sostituzione con reti operative mobili, nelle quali la sopravvivenza delle strutture dipende dalla loro capacità di adattamento continuo. Ciò che appare come "innovazione tecnologica militare" è tutt'uno con la trasformazione generale dei sistemi industriali: la guerra adotta il modello a rete dell'industria, condivide con essa la stessa logica operativa di base.
Un esempio significativo lo si individua nelle azioni difensive intraprese dall'Iran, che ha sviluppato una strategia di "difesa a mosaico", fondata su una struttura militare decentralizzata. Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, in risposta agli attacchi americani e israeliani iniziati il 28 febbraio 2026, ha suddiviso il Paese in trenta centri di comando autonomi, ciascuno responsabile della difesa della propria provincia e in grado di operare anche in caso di decapitazione della catena di comando. Ogni centro dispone di piani operativi predefiniti e di procedure da attuare in risposta agli attacchi, pur mantenendo il coordinamento con la strategia complessiva. In questo modo, la capacità di resistenza del sistema non dipende più dalla tenuta di un unico centro decisionale, ma dalla resilienza dell'intera rete.
Il "game changer" può essere inteso come il punto singolare in cui il sistema modifica le proprie regole di funzionamento per continuare a operare. Ma, allo stesso tempo, è il punto in cui l'antiforma può irrompere sulla scena riscrivendo interamente le condizioni del gioco. È il momento in cui può aprirsi una biforcazione, il cui esito è determinato da tutto il passato e dalle condizioni al contorno, come direbbe il matematico René Thom [21] .
"Capitolazioni ideologiche" a non finire
Le "capitolazioni ideologiche della borghesia di fronte al marxismo" non devono essere intese come improvvisi ravvedimenti della classe dominante, dovuti a chissà quale presa di coscienza in merito alle malefatte del sistema. Esse sono piuttosto prese d'atto del fatto che la realtà materiale non corrisponde più alle elaborazioni delle vecchie ideologie. Ad esempio, nella fase di espansione capitalistica era più facile alimentare tra i proletari l'illusione del progresso, del quale tutti avrebbero beneficiato. Nella fase terminale del capitalismo, invece, i nodi vengono al pettine ed è sempre più arduo mascherare i limiti storici di questo sistema.
La critica del sistema "dall'interno del sistema" funge anche da elemento di auto-regolazione. Quando le tensioni interne aumentano, il linguaggio della classe dominante integra porzioni crescenti della critica al sistema stesso al fine di neutralizzarne la portata rivoluzionaria.
In questa direzione si collocano le elaborazioni che emergono dai centri di studio del capitalismo. Il numero del 16 maggio 2026 dell'Economist, dedicato al tema "The jobs apocalypse", prende in esame le conseguenze di quella che viene definita "disoccupazione tecnologica", mettendo in guardia i governi sul fatto che, se non si interverrà per tempo attraverso strumenti di ammortizzazione sociale — come forme di reddito di base universale o reti avanzate di sicurezza economica — potrebbero emergere problemi di tenuta per gli Stati, fino al realizzarsi di scenari di disordini diffusi con la prospettiva di conflitti sociali su ampia scala che potrebbero culminare con una rivoluzione.
Anche in questo caso il punto fondamentale non è la previsione in sé, ma la sua funzione interna al sistema: la descrizione anticipata della catastrofe dovrebbe dare la spinta ad agire preventivamente per evitare decorsi rivoluzionari. E fungere da retroazione negativa (o controreazione), al fine di ottenere un funzionamento più stabile del sistema.
In ogni caso, in un sistema dinamico come quello capitalistico, il feedback negativo non può interrompere quello positivo (l'accumulazione capitalistica), che è un meccanismo in cui il segnale di uscita viene reinserito all'ingresso del sistema, determinando un incremento dell'effetto prodotto. Gli appelli borghesi alla pace, alla cessazione delle ostilità, alla salvaguardia dell'ambiente, alla fine delle cosiddette disparità sociali, restano dei buoni intenti, ma non riescono a tradursi in pratica.
Analogamente, le dichiarazioni emerse in contesti come il World Economic Forum di Davos (gennaio 2026), in cui esponenti dell'alta finanza, tra i quali Larry Fink, CEO di BlackRock, segnalano il rischio di perdita di legittimità del capitalismo, non vanno lette come prese di coscienza individuali, bensì come forme di auto-monitoraggio del sistema finanziario globale. Il problema delle diseguaglianze, così come viene formulato da Fink, viene affrontato entro l'orizzonte delle soluzioni compatibili con il sistema stesso: redistribuzione della ricchezza, correzioni fiscali, aggiustamenti di governance. Non si esce dal vecchio paradigma, si cerca piuttosto di puntellarlo; ma proprio nel tentativo di conservarlo vengono messe in evidenza alcune delle sue contraddizioni interne.
Un altro esempio di "capitolazione" della borghesia nel suo complesso è rappresentato dalle interpretazioni della crisi dell'ordine internazionale elaborate da figure istituzionali come Mark Carney, primo ministro del Canada, intervenuto anch'egli al World Economic Forum di Davos, che ha aperto così il proprio intervento:
"Oggi parlerò della rottura dell'ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell'inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra grandi potenze non è più soggetta ad alcun vincolo."
E più avanti nell'intervento:
"Sapevamo che la storia dell'ordine internazionale basato su regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. Che il diritto internazionale veniva fatto valere con rigore variabile, a seconda dell'identità dell'accusato o della vittima. Questa finzione era utile. E l'egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici fondamentali: la libertà dei mari, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva, e quadri istituzionali per la risoluzione delle controversie... Questo patto non funziona più. Voglio essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione."
Gli fa eco Stephen Miller, uno dei più fidati consiglieri del presidente Trump che, in un'intervista televisiva alla CNN, ripresa dal New York Times il 6 gennaio 2026, ha affermato che "viviamo in un mondo in cui si può parlare quanto si vuole di etichetta internazionale e di regole, ma il mondo reale è governato dalla forza, dal potere e dalla capacità di imporli".
Queste dichiarazioni non descrivono semplicemente un cambiamento geopolitico, ma lo formalizzano in termini operativi: fine delle mediazioni, appello ai rapporti di forza nudi e crudi, riorganizzazione delle alleanze tra grandi e medie potenze. Ciò che appare come dissoluzione del diritto internazionale non è tanto una sua eliminazione, ma la sua trasformazione in una componente secondaria rispetto alla logica della forza militare.
Il marxismo da sempre sostiene che, in una società fondata su interessi di classe antagonisti, ciò che conta sono i rapporti di forza. Il "diritto" è scritto e imposto dai vincitori.
La crescita dei "transfughi di classe" non va intesa come fenomeno sociologico lineare, ma come effetto della crescente instabilità tra le diverse componenti del sistema. Le crisi non producono automaticamente organizzazioni o soggetti rivoluzionari, ma una proliferazione di posizionamenti intermedi, instabili, che il sistema tende – almeno finché ne ha la capacità - a riassorbire come varianti interne.
In quest'ottica, il lavoro di preservazione del patrimonio teorico della SCi è mantenimento di uno strumento essenziale per la comprensione delle transizioni sociali in corso e a venire. Conservazione come appropriazione della bussola teorica [22] , che permette di orientarsi rispetto a processi sociali complessi, in cui la distinzione tra crisi e normalità, guerra e pace, realtà e simulazione, è sempre più sfumata.
La natura della guerra nell'epoca delle reti digitali
Le guerre contemporanee non possono più essere interpretate esclusivamente come scontri tra eserciti nazionali. La forma della guerra si è progressivamente estesa a ogni ambito della vita sociale, economica e informativa, assumendo caratteristiche che sfuggono alle tradizionali categorie. Accanto ai conflitti armati convenzionali si sviluppano guerre civili diffuse, campagne di disinformazione, operazioni informatiche, sabotaggi delle infrastrutture strategiche, attacchi alle reti logistiche e battaglie combattute su Internet.
L'IA ha ulteriormente accelerato la trasformazione del modo di fare la guerra. Una tecnica di sintesi come i deepfake, capaci di generare immagini, video e registrazioni vocali artificiali ma realistiche, rende sempre più difficile distinguere tra realtà e rappresentazione manipolata. La guerra psicologica, già centrale nel Novecento, assume oggi una dimensione inedita grazie alla velocità di propagazione delle informazioni attraverso le reti digitali.
La crescente interconnessione del sistema mondiale produce effetti estremamente contraddittori. Da un lato aumenta la capacità di coordinamento e integrazione delle attività economiche e produttive; dall'altro amplifica la vulnerabilità dell'intero organismo sociale. Quanto più il sistema diventa interdipendente, tanto più un'interruzione locale può propagarsi rapidamente su scala globale, generando effetti imprevedibili. Assumono così un'importanza strategica crescente i choke points, cioè i punti di strozzatura della rete globale attraverso cui transitano merci, energia ed informazioni. Il commercio mondiale continua a dipendere in larga misura dalle rotte marittime, lungo le quali si concentra la maggior parte dei flussi di merci e di materie prime.
Gli Stati Uniti avevano costruito la propria supremazia sul controllo delle vie marittime globali, utilizzando la portaerei come strumento di dominio planetario [23] . Il dominio degli oceani non implicava l'occupazione dell'intero spazio marittimo, cosa di fatto impossibile, ma il presidio degli snodi fondamentali: gli stretti di Suez, Panama, Hormuz, Malacca e gli altri hub attraverso i quali passa una parte decisiva del flusso delle merci. Chi li controlla, controlla, in larga misura, la rete logistica su cui poggia la riproduzione del capitale su scala globale.
La ricerca del controllo di questi punti nevralgici produce adesso effetti opposti a quelli desiderati. Ogni tentativo di consolidare una posizione egemonica che è entrata irrimediabilmente in crisi - nello specifico ci riferiamo a quella americana -, non fa che alterare gli equilibri esistenti e generare nuove e più profonde frizioni e scontri geopolitici.
L'importanza dei choke points non riguarda solo il traffico di merci stipate nei container, ma anche infrastrutture invisibili ma fondamentali per il funzionamento del capitalismo: oleodotti, gasdotti, reti energetiche e cavi sottomarini. Gran parte delle comunicazioni digitali mondiali dipende da una rete di collegamenti fisici che attraversa mari e oceani. Un'interruzione prolungata di queste infrastrutture avrebbe conseguenze economiche e sociali enormi.
La fragilità delle catene logistiche globali è emersa chiaramente negli ultimi anni. Blocchi navali, crisi geopolitiche, pandemie e conflitti regionali hanno dimostrato quanto sia difficile mantenere in funzione un sistema produttivo fondato sulla sincronizzazione permanente di milioni di processi industriali distribuiti su scala planetaria. Interruzioni anche limitate possono compromettere la disponibilità di beni essenziali, dall'energia ai fertilizzanti, dai semiconduttori ai prodotti alimentari.
Le grandi concentrazioni urbane risultano quindi particolarmente vulnerabili. Milioni di esseri umani dipendono quotidianamente da reti di approvvigionamento altamente specializzate. La stabilità sociale delle metropoli presuppone il funzionamento di infrastrutture energetiche, logistiche e informatiche che devono operare senza soluzione di continuità.
Tali problematiche sono state affrontate da vari autori: negli anni Settanta l'ingegnere Roberto Vacca, nel saggio Il medioevo prossimo venturo [24] , descriveva la possibilità che sistemi tecnologici sempre più complessi potessero andare incontro a fenomeni di collasso. Recentemente, l'urbanista Adam Greenfield, nel saggio Emergenza. Come sopravvivere in un mondo in fiamme [25] , ha analizzato le conseguenze sociali e politiche delle crisi multiple che investono le infrastrutture globali, e che possono portare al crollo degli Stati:
"Anche se non si può ancora parlare di un vero e proprio collasso, la sensazione è quella che i sistemi di governo classici, con economie sviluppate, si stiano avvicinando a una soglia oltrepassata la quale non saranno più in grado di fornire beni essenziali ai propri cittadini; e questa cosa si può già dire oggi, all'alba di una nuova fase che metterà a dura prova la capacità dei governi di fare politica."
La questione fondamentale riguarda il rapporto tra la dimensione mondiale delle forze produttive e la persistenza delle forme nazionali. Gli Stati continuano a rappresentare il principale strumento di gestione politica e sociale di un dato territorio, ma si trovano a operare all'interno di un sistema economico che ha ormai oltrepassato i confini nazionali. Ne deriva una crescente difficoltà di coordinamento e una tendenza alla frammentazione delle decisioni politiche proprio nel momento in cui la produzione e la circolazione sono globalizzate. La Germania, ad esempio, ha annunciato di voler diventare di qui al 2039, la forza militare convenzionale più forte d'Europa ("Verantwortung für Europa", Responsabilità per l'Europa), ed invita gli altri paesi UE ad agganciarsi al suo carro, ma l'esperimento è denso di incognite, dovute in primis alla concorrenza economica tra gli stati membri.
Per questo motivo la guerra contemporanea appare sempre meno come uno scontro limitato tra Stati e sempre più come una manifestazione delle contraddizioni interne di un sistema mondiale. La guerra d'oggi consuma materiale bellico ad una velocità senza precedenti. Più i conflitti si prolungano nel tempo, più diventano economicamente, socialmente ed industrialmente insostenibili.
Se il dominio militare dei mari resta uno strumento fondamentale per il controllo dei flussi mondiali di valore, tuttavia la crescente complessità delle reti globali mostra come nemmeno la superiorità militare marittima sia sufficiente a garantire il controllo di un sistema tendente a produrre sempre nuovi focolai di caos. Lo sviluppo tecnologico trasforma sia la strategia che la tattica: nella guerra tra Stati Uniti-Israele e Iran, i missili ipersonici iraniani hanno costretto le navi da guerra americane a rimanere a debita distanza dalle coste del Paese.
Intelligenza Artificiale e automazione: verso la fabbrica autonoma
L'IA sta trasformando radicalmente la produzione industriale, l'organizzazione sociale e il modo di condurre la guerra. Si tratta di un salto qualitativo nello sviluppo delle forze produttive che investe ogni ambito della vita sociale. La crescente capacità delle macchine di elaborare informazioni, apprendere dall'esperienza e giungere a elaborare decisioni autonome apre scenari che fino a pochi anni fa appartenevano al mondo della fantascienza.
Di fronte a tali trasformazioni emergono reazioni di segno opposto. Come accadde nel XIX secolo con il luddismo, oggi si moltiplicano le manifestazioni e le campagne contro l'IA, accusata di distruggere posti di lavoro e di minacciare l'autonomia umana. PauseAI è un movimento politico nato nei Paesi Bassi e poi diffusosi Oltreoceano, che si batte per ottenere una moratoria temporanea nello sviluppo delle IA più avanzate. Altro esempio: il gruppo StopAI, molto attivo in California, mette in atto campagne pubbliche, dai sit-in ai boicottaggi, contro le aziende che lavorano in questo settore.
La costruzione dei data center provoca ingenti danni all'ambiente (consumo di suolo e acqua, nonché inquinamento atmosferico, acustico e luminoso) e contribuisce all'aumento del prezzo dell'elettricità, ma una critica materialistica al capitalismo non può avere come obiettivo la condanna della macchina in sé.
Nel Filo "Anima del cavallo vapore" [26] , si afferma chiaramente:
"La macchina, che nelle mani della collettività lavoratrice sarà fonte di benessere e riposo, diviene assassina nelle mani del capitale. Non, perciò, condanneremo la macchina."
La questione fondamentale non riguarda dunque la tecnologia, bensì i rapporti sociali entro i quali essa è impiegata. Le stesse innovazioni industriali che oggi generano disoccupazione e precarietà possono, in un diverso assetto sociale, ridurre drasticamente il lavoro necessario e liberare tempo di vita per l'intera specie.
Le trasformazioni in corso nella manifattura mostrano chiaramente la portata del fenomeno. The Economist (nell'articolo "The ChatGPT Moment Has Arrived for Manufacturing" del 7 gennaio 2026), osserva come l'IA stia assumendo un ruolo centrale nell'organizzazione della produzione, riportando la metafora usata da Peter Koerte, responsabile tecnologico di Siemens: essa sarà per le fabbriche ciò che il cervello è per il corpo, mentre le macchine costituiranno i muscoli del sistema produttivo.
L'hardware industriale ha già compiuto enormi progressi: i robot industriali, un tempo limitati a movimenti elementari lungo pochi assi, dispongono oggi di sei o più gradi di libertà, integrano sensori, telecamere e sistemi di visione artificiale, e sono in grado di svolgere autonomamente molteplici operazioni. Parallelamente, la riduzione dei costi e la diffusione della produzione di massa hanno accelerato la loro adozione su scala globale.
Stiamo passando dalla semplice automazione alla piena autonomia dei sistemi produttivi: le fabbriche del prossimo futuro saranno in grado di anticipare i guasti e le necessità operative, di coordinare automaticamente il flusso dei materiali e adattare la produzione in tempo reale rispetto alle variazioni della domanda. In tali impianti l'intervento umano tenderà progressivamente a spostarsi dal controllo diretto alla supervisione generale del sistema.
Questo processo è già visibile nelle cosiddette dark factories, gli stabilimenti che operano senza illuminazione perché senza presenza stabile di lavoratori. In questi impianti, robot e sistemi automatizzati assemblano prodotti ventiquattro ore su ventiquattro, mentre il monitoraggio avviene da remoto. Ci sono aziende che sperimentano da anni forme avanzate di automazione nelle quali robot costruiscono altri robot senza intervento umano.
Oggi l'integrazione dell'IA nell'industria conferisce a tali sistemi capacità completamente nuove. Grazie, infatti, all'integrazione di sensori distribuiti, infrastrutture di comunicazione, sistemi di visione artificiale e algoritmi di apprendimento automatico, le macchine sono in grado di acquisire informazioni, analizzare il contesto operativo, assumere decisioni autonome e migliorare costantemente l'efficienza dei processi produttivi. In questa prospettiva, la fabbrica assume sempre più le caratteristiche di un sistema dinamico e adattivo, cioè vivente, costituito da una rete di elementi interconnessi che rispondono in tempo reale alle variazioni dell'ambiente circostante.
Tale trasformazione trova interessanti antecedenti teorici nelle riflessioni sviluppate tra gli anni '40 e '50 del secolo scorso dal matematico John von Neumann. Nella sua opera, Teoria dell'auto-riproduzione automatica, pubblicata postuma nel 1966, von Neumann esplorò la possibilità di progettare macchine capaci di replicare sé stesse. In collaborazione con il fisico Stanisław Ulam, elaborò inoltre il concetto di automa cellulare: un modello costituito da unità elementari che, attraverso l'applicazione di semplici regole locali, è in grado di generare comportamenti complessi e strutture capaci di autoriprodursi.
Queste teorie, che al tempo in cui furono formulate sembravano fantascientifiche, oggi non lo sono affatto. Jack Clark, co-fondatore di Anthropic, azienda statunitense specializzata nello sviluppo di sistemi AI, afferma che, con una probabilità del 60%, entro la fine del 2028 un sistema di IA potrà essere in grado di produrre e addestrare il proprio successore senza alcun coinvolgimento umano. Quel momento segnerebbe l'inizio di un processo chiamato "auto-miglioramento ricorsivo" [27] . In genere, tali affermazioni ci stupiscono perché siamo troppo abituati a pensare alla maniera della società gerarchico-classista, cioè che qualcosa di complesso possa funzionare solo se vi è qualche autorità centrale che tutto controlla. Il nostro concetto di centralismo organico non è così stupido. Gli sciami o gli stormi, non hanno un "capo", ma si comportano in modo intelligente seguendo un programma elementare.
Von Neumann dimostrò sul piano teorico che l'autoriproduzione non costituisce una proprietà esclusiva dei sistemi biologici, ma può emergere anche all'interno di sistemi artificiali dotati di un sufficiente grado di complessità organizzativa. Nello stesso periodo, i teorici della cibernetica Warren S. McCulloch e Walter Pitts elaborarono un modello formale del neurone, concepito come unità logica elementare dell'attività cerebrale, sostenendo la possibilità di riprodurne il funzionamento mediante reti neurali artificiali implementate su supporto elettronico.
L'ipotesi di una macchina capace di progettare, costruire e perfezionare altre macchine rappresenta uno dei principali fondamenti teorici delle riflessioni contemporanee sull'automazione e sull'IA. Come evidenziato nell'articolo "Verso la singolarità storica" (n+1, n. 40), lo sviluppo congiunto delle reti informatiche, della robotica e dei sistemi distribuiti sta determinando una progressiva convergenza verso un'infrastruttura globale integrata, all'interno della quale sistemi basati sul silicio e sistemi biologici fondati sul carbonio instaurano forme di interazione sempre più strette e complesse.
Lo sviluppo delle forze produttive entra così in contraddizione crescente con i rapporti sociali esistenti. Da un lato, la produzione richiede sempre meno lavoro umano diretto; dall'altro, la società continua a fondarsi sul lavoro salariato come principale mezzo di accesso ai beni necessari alla vita.
Con la rivoluzione dell'IA si chiude il ciclo storico del capitalismo: il capitale morto sostituisce, in potenza, quello vivo, invalidando tutte le categorie del presente modo di produzione, a cominciare dalla formula trinitaria salario, profitto e rendita:
"Quando nessuno lavorerà sarà raggiunto lo scopo di godere tutti di rendita. Allora vivremo non lavorando, ma rubando a madre natura. Oggi non esiste rendita per un solo individuo che non sia rubata al lavoro dell'uomo. Neghiamo ai ladri l'alibi di scienza economica: il corpo del reato non l'ho sottratto a nessuno, è dono divino della natura, raggio partito col mio indirizzo dalla Stella di fuoco, roteante e rutilante nel Cielo." [28]
Un crack finanziario ben più grave di quello del 2008
Ogni grande capitalista è spinto dalla concorrenza a ridurre il lavoro vivo impiegato nella produzione, sostituendolo con macchine sempre più potenti. Tuttavia, il plusvalore, linfa vitale del capitalismo, deriva proprio dallo sfruttamento della forza-lavoro. Il capitalismo è dunque costretto a inseguire una dinamica che, portata alle sue estreme conseguenze, tende a erodere la stessa base della valorizzazione.
Nel mondo del software, il programmatore in carne ed ossa non è ancora scomparso, ma viene progressivamente ricollocato in funzioni di supervisione e controllo. L'aumento di produttività annunciato dalle aziende del settore hi-tech è il riflesso di un processo più ampio, nel quale quote crescenti di conoscenza vengono incorporate nelle infrastrutture automatiche, riducendo il peso dell'intervento umano. Come scrive Marx nei Grundrisse:
"L'accrescimento della produttività del lavoro e la massima negazione del lavoro necessario è la tendenza necessaria del capitale. La realizzazione di questa tendenza è la trasformazione del mezzo di lavoro in macchinario."
L'orizzonte della fabbrica completamente automatizzata rappresenta un limite storico per il capitale. Da un punto di vista tecnico, la produzione tende verso sistemi sempre più autonomi, integrati e interconnessi; dal punto di vista economico, però, la legge del valore continua a imporre i propri vincoli. Le forze produttive spingono verso una gestione unitaria e planetaria della produzione, mentre i rapporti sociali esistenti ne ostacolano continuamente lo sviluppo.
Come abbiamo visto nel corso del presente lavoro, il marasma sociale e la guerra in corso rappresentano la manifestazione di questa incompatibilità strutturale; non sono semplici incidenti di percorso o oscillazioni congiunturali, ma momenti nei quali emergono le contraddizioni profonde del sistema. Il meccanismo della valorizzazione si inceppa e diventa evidente l'inevitabilità del passaggio ad un'altra forma sociale.
Già negli anni '50 del secolo scorso la SCi descriveva questa dinamica esplosiva nel testo "Vulcano della produzione o palude del mercato?" [29] : da una parte la produttività del lavoro cresce incessantemente grazie al progresso tecnico; dall'altra il mercato, fondato sulla compravendita di merci e sulla capacità di acquisto dei salariati, si rivela sempre più insufficiente ad assorbire la massa crescente di beni prodotti. Più si accumula capitale, più aumenta la forza produttiva della società, più cresce la miseria relativa.
Il sistema ha esaurito la capacità di ritornare ai ritmi di crescita che avevano caratterizzato la sua fase ascendente. Gli incrementi relativi della produzione industriale, del commercio mondiale e della redditività del capitale evidenziano una tendenza di lungo periodo alla diminuzione del saggio di profitto [30] . La "finanziarizzazione dell'economia" è figlia di questo processo: di fronte alle difficoltà della valorizzazione nella sfera produttiva, enormi masse di capitale si riversano sui mercati finanziari alla ricerca di rendimenti futuri. Il capitale fittizio cresce molto più rapidamente della cosiddetta economia reale, alimentando bolle speculative di dimensioni sempre maggiori. Le aspettative legate all'IA sembrano inserirsi in questa dinamica generale: enormi investimenti vengono giustificati dalla prospettiva di trasformazioni future che però non generano i ritorni economici sperati.
Quanto più la produzione diventa automatizzata e socializzata, tanto più appaiono anacronistiche la forma mercantile e le forze che pensano di poterla regolare.
Il ruolo dello Stato incontra limiti sempre più evidenti. Negli ultimi anni le banche centrali sono intervenute ripetutamente per sostenere il sistema attraverso politiche monetarie, salvataggi bancari e sostegni alla spesa pubblica. La crisi del 2008 ha rappresentato una dimostrazione esemplare della funzione dello Stato ma anche i limiti di tale funzione: masse enormi di capitale fittizio, distribuite attraverso reti finanziarie mondiali, superano ormai per dimensione economica la capacità di intervento della maggior parte degli stati.
Il prossimo grande crack finanziario non sarà semplicemente una replica di quello del 2008, poiché si svilupperà in un contesto caratterizzato da livelli di indebitamento pubblico e privato molto più elevati (il debito mondiale ha raggiunto i 353.000 miliardi di dollari, circa tre volte il PIL mondiale), da una "finanziarizzazione" ancora più spinta, da tensioni geopolitiche crescenti e da un'accelerazione senza precedenti dell'automazione tecnologica.
Nell'articolo "Un modello dinamico di crisi", scritto nel 2008 (n+1, n. 24), abbiamo sostenuto, sulla base dei parametri economici allora disponibili e dell'evoluzione delle principali variabili del sistema capitalistico, che la dinamica complessiva avrebbe condotto a una crisi sistemica intorno al 2030. A quasi vent'anni di distanza dalla stesura del testo, gli sviluppi intervenuti non sembrano aver modificato la traiettoria di fondo. La crescente instabilità dei mercati, la crisi degli assetti geopolitici, il collasso degli ecosistemi, il proliferare delle guerre, la polarizzazione della ricchezza, l'aumento del debito, indicano che le contraddizioni descritte allora non solo persistono, ma si sono ulteriormente approfondite.
La previsione formulata nella rivista n. 24 (che si fonda su lavori come "Scienza economica marxista come programma rivoluzionario"; "La crisi storica del capitalismo senile"; "Dinamica dei processi storici – Teoria dell'accumulazione", da noi raccolti in quaderni) appare oggi sempre meno come un'ipotesi e sempre più come la descrizione di un processo in atto.
Note
[1] I "dossier Epstein" sono diventati noti in tutto il mondo per le migliaia di pagine di documenti relativi a due indagini penali sul traffico sessuale gestito dal finanziere Jeffrey Epstein, conosciuto per le sue relazioni con personaggi ricchi, famosi e influenti. Dopo la morte di Epstein nel 2019, il contenuto di questi dossier, i nomi citati, il contesto in cui venivano menzionati e la questione della loro eventuale pubblicazione sono diventati oggetto di un acceso e persistente dibattito politico e mediatico.
[2] Ed. Rizzoli, 2007.
[3] Battaglia Comunista n. 1 del 1951.
[4] Il programma comunista n. 4, 1953.
[5] Per Marx il passaggio dalla sussunzione formale a quella reale del lavoro al capitale è cruciale, non è solo un passaggio tecnico ma storico. Nella prima fase i lavoratori vengono espropriati dei mezzi di produzione e concentrati in massa in un unico luogo di lavoro, il che aumenta la produttività del lavoro. In questa fase persistono caratteristiche di quella precedente (artigianato, ecc.), ma dalla loro dissoluzione emerge l'industria moderna, il sistema di macchine: il capitale si crea così un mondo a propria immagine e somiglianza. Trovando dei limiti nella giornata lavorativa (rispetto alla produzione di plusvalore assoluto), il capitale intensifica lo sfruttamento (produzione di plusvalore relativo), grazie all'impiego massiccio delle macchine.
[6] "Il movimento dannunziano", Prometeo n. 1 e 2 del gennaio e febbraio 1924.
[7] Il biologo Richard Dawkins cercando un equivalente culturale del gene inventò la parola "meme". Se i geni sono unità di informazione biologica che si replicano da organismo a organismo attraverso la riproduzione, i "memi" sono unità di informazione culturale che si replicano da mente a mente attraverso l'imitazione.
[8] Il capovolgimento della prassi, nei testi della SCi, descrive il momento in cui il partito rivoluzionario, prodotto dalla lotta di classe, diventa a sua volta fattore attivo del processo storico. Non è la volontà soggettiva delle masse a creare le condizioni della rivoluzione, ma sono le contraddizioni interne al capitalismo a produrre l'organo politico capace di intervenire nel punto di massima crisi e orientare il passaggio a una nuova forma sociale ("Teoria e azione nella dottrina marxista", Bollettino Interno, n. 1, 10 settembre 1951).
[9] "L'asse Palantir-Ucraina per portare l'IA in guerra", InsideOver, 20.05.2026.
[10] Il drone russo MS001 è un velivolo senza pilota progettato per operare in modo autonomo grazie all'integrazione di un potente sistema di IA. Al centro del progetto c'è il Jetson Orin di Nvidia, un supercomputer dalle dimensioni contenute, paragonabili a quelle del palmo di una mano. La notizia è stata resa pubblica dal generale ucraino Vladyslav Klochkov attraverso un post su LinkedIn, nel quale ha definito l'MS001 un "predatore digitale", capace di osservare l'ambiente, prendere decisioni e colpire i bersagli in autonomia, senza la necessità di coordinate preimpostate o di comandi esterni.
[11] "Iran Unleashed. The dominant power in the Middle East from now on will not be the U.S. or Israel but Iran", The Atlantic, 23 agosto 2026, Robert Kagan.
[12] La "grande componenda" indica un accordo implicito o esplicito tra lo Stato e poteri criminali, economici o sociali radicati sul territorio. Il concetto richiama la tradizione della componenda siciliana, elevandola da pratica individuale di sanatoria a meccanismo collettivo di governo. In questa prospettiva, lo Stato rinuncia in parte all'applicazione rigorosa e universale della legge, accettando compromessi con soggetti che esercitano un potere di fatto. L'espressione è stata utilizzata dallo scrittore Andrea Camilleri per descrivere il processo attraverso cui lo Stato unitario, soprattutto nel Mezzogiorno, avrebbe progressivamente integrato e tollerato fenomeni come il brigantaggio, la mafia e altre forme di potere locale, privilegiando la mediazione e la pacificazione rispetto all'affermazione piena dello stato di diritto. Tale formula è stata ripresa da Limes nell'editoriale del numero 1/25, "L'ordine del caos".
[13] Battaglia Comunista, n. 23, 1950.
[14] "Imperialismo 'vecchio' e 'nuovo'", Battaglia Comunista n. 3, 1950.
[15] "Partito e azione di classe", Rassegna Comunista, anno 1, n. 4 del 31 maggio 1921.
[16] Battaglia Comunista n. 40 del 1949.
[17] Battaglia Comunista n. 1 del 1952.
[18] Rassegna Comunista, anno II, n. 17 del 30 gennaio 1922.
[19] "Forza, violenza, dittatura nella lotta di classe", Prometeo, n. 2 e 4 del 1946, n. 5 e 8 del 1947, n. 9 e 10 del 1948.
[20] Prometeo, n. 1 del luglio 1946.
[21] Stabilità strutturale e morfogenesi. Saggio di una teoria generale dei modelli, ed. Einaudi, 1980.
[22] "Bussole impazzite", Battaglia Comunista n. 20 del 1951.
[23] "L'imperialismo delle portaerei", Il programma comunista n. 2 del 1957.
[24] Ed. Mondadori, 1973.
[25] Ed. Einaudi, 2024,
[26] Il programma comunista n. 5 del 1953.
[27] "How artificial intelligence got better at building itself", The Economist, 7 giugno 2026.
[28] "Mai la merce sfamerà l'uomo", Prospetto introduttivo alla questione agraria, il programma comunista, n. 5, n. 21, 19 novembre - 3 dicembre 1953.
[29] Il programma comunista dal n. 13 al n. 19 del 1954.
[30] "L'aumentata massa dei mezzi di produzione destinati ad essere trasformati in capitale ha sempre a sua disposizione, per sfruttarla, una popolazione operaia accresciuta e perfino eccessiva. Nell'evoluzione del processo di produzione e accumulazione deve dunque esservi aumento della nassa del plusvalore acquisita e suscettibile di esserlo e quindi della massa assoluta del profitto acquisita dal capitale sociale, ma le stesse leggi della produzione e della accumulazione aumentano in proporzione crescente, insieme alla massa, il valore del capitale costante più rapidamente di quanto avviene nella parte variabile del capitale convertita in lavoro vivo. Le stesse leggi producono quindi per il capitale sociale un aumento della massa assoluta del profitto e una diminuzione del saggio del profitto" (K. Marx, Il Capitale, Libro III, Einaudi, 1975).