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  • Venerdì, 18 Aprile 2014

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  • Resoconto teleriunione  15 aprile 2014

Rete neuronale globale

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 15 compagni, è iniziata dal commento all'articolo di Jeremy Rifkin pubblicato sul blog dell'Huffington Post il 7 aprile scorso, e intitolato The Internet of Things: Monopoly Capitalism vs. Collaborative Commons.

Le innovazioni tecnologiche introdotte nell'ultimo quarto di secolo hanno avuto effetti estremamente dirompenti nella società. Del passaggio dalla società del possesso a quella dell'accesso, e di altri temi cari a Rifkin, abbiamo parlato diffusamente qualche settimana fa in occasione della lettura di un altro suo articolo. In questo testo, un estratto da The Zero Marginal Cost Society: The Internet of Things, the Collaborative Commons, and the Eclipse of Capitalism, ultima fatica dello scrittore americano, viene analizzato un nuovo potente elemento di trasformazione della società: The Internet of Things (IoT), una sorta di rete neuronale globale che, attraverso i miliardi di sensori collegati alle strutture produttive e logistiche, è in grado di raccogliere enormi quantità di informazione (Big Data) dalla società, connettendo tutto e tutti, dalle grandi aziende capitalistiche ai prosumers, quei produttori/consumatori che condividono nei vari network i prodotti e i risultati delle loro esperienze. Lo sviluppo di questa nuova piattaforma tecnologica è talmente potente che ha posto le basi per la nascita di un'economia ibriba, da una parte capitalista e dall'altra fondata sui Collaborative Commons. E' proprio su questo terreno che Rifkin individua il grande conflitto del futuro, e cioè la battaglia per assumere il controllo di questa enorme infrastruttura globale.

L'articolo prosegue con l'analisi dei maggiori attori capitalisti impegnati sul fronte: le grandi compagnie di telecomunicazione e di fornitura elettrica, e i monopolisti della Rete come Facebook, Twitter, Amazon, ecc. A cui però si contrappongono i milioni di persone che utilizzano Internet per collaborare, condividere e sviluppare "beni comuni" e che sono quindi slegati dal meccanismo di profitto: "The new prosumers, on the other hand, are increasingly banding together in lateral networks, producing and sharing information goods, renewable energy, 3D printed products, and an array of services on a global Collaborative Commons at near zero marginal costs, disrupting the workings of capitalist markets." Nei prossimi vent'anni, dice Rifkin, assisteremo ad uno scontro di paradigmi, alla lotta tra la cooperazione globale e i monopoli capitalistici (produzione sociale, appropriazione privata).

L'articolo ci ricorda quanto scritto, sul numero cinque della rivista, in Manifestazioni del cervello sociale. Molti, nel corso del nostro lavoro, ci hanno accusato di scientismo, contrapponendo un atteggiamo di chiusura verso le innovazioni tecnologiche o scientifiche. Riteniamo invece che l'osservazione e la comprensione di quanto accade nel sistema produttivo siano necessarie per capire gli effetti di quegli stessi processi in campo sociale:

"Il mondo come organismo unico ha fatto molto in fretta a passare da metafora a modello, ed ora a realtà vivente che sta cercando il suo sbocco a un livello di ordine più alto, obbligando gli uomini a correre dietro al fenomeno come marionette. Lo chiamano globalizzazione e già si sono schierati, fautori da una parte, negatori dall'altra, come in una guerra di religione. Mentre il processo va avanti, inarrestabile, preparando le condizioni per la comparsa di cellule mutagene, nuove, diverse da tutto, anticipatrici della nuova società."

L'Internet delle cose, la piattaforma neuronale globale che permette, già adesso, lo sviluppo produttivo svincolato dalla legge del valore, assume i contorni di un organismo bio-cibernetico fatto di relazioni complesse e ricorda quanto diceva Marx nei Grundrisse in merito al General Intellect.

La Sinistra Comunista "italiana" ha sempre difeso e portato avanti una visione del partito fondata sul centralismo organico. Oggi è la stessa struttura produttiva a trasformarsi in un cervello sociale (reti, flussi, informazione). Nel Capitolo VI inedito del Capitale, analizzando il passaggio dalla manifattura alla grande industria, Marx descrive la transizione successiva, ovvero il passaggio dall'industria del "discreto" a quella del "continuo".

L'eco di un nuovo paradigma, in lotta col vecchio, arriva anche in Italia. Se ne fa portavoce Beppe Grillo che, durante la conferenza stampa alla Camera, spiega che ormai "fuori" le cose funzionano diversamente e che bisogna quindi tenerne conto. E' il caso, ad esempio, del binomio reddito/lavoro: i due aspetti vanno trattati separatamente perché se da una parte la società ha sempre meno bisogno di lavoro, dall'altra i cittadini hanno bisogno del reddito. E se un Pil cinese alto è sinonimo di un elevato grado di inquinamento, il Pil non è più un parametro valido per misurare il benessere di un Paese. Insomma, mentre in Parlamento si perde tempo a parlare di un mondo preistorico, fatto di tatticismi e dibattiti politici fini a se stessi, fuori la realtà è quella dell'Internet delle cose e non può essere più ignorata. A questo punto però, non si capisce cosa ci facciano Grillo e il M5S nelle polverose aule parlamentari.

In Occupying the Digital Mainstream, Paolo Gerbaudo analizza l'impatto delle innovazioni tecnologiche sui movimenti di protesta di cui studia i sistemi di comunicazione. Dal 2011, dalla Primavera araba in poi, si è verificato un importante passaggio organizzativo e politico. Un cambiamento rispetto a quel passato rappresentato dal movimento anti-globalizzazzione nato a Seattle e morto al G8 di Genova, in un tempo "remoto" in cui Internet non era ancora molto diffuso.

Il cantante punk Jello Biafra diceva: non odiare i media, diventa tu media. Il concetto riassume lo spirito che per un po' di tempo ha animato parte del movimento controculturale, poi adottato dal movimento no-global, per cui la creazione di un Internet alternativo, attraverso la riproposizione delle zone temporaneamente autonome (TAZ) - pensiamo a Indymedia, Rise up, autistici, ecn, ecc. -, mirava a dar vita a spazi e tempi fuori dal controllo dello Stato e del Capitale. Tutte queste esperienze "chiuse" si sono esaurite o sono diventate marginali. Con i movimenti del 2011 si è messo in moto un processo sociale e politico che coinvolge milioni di uomini, che non mirano certo a chiudersi in isole autonome online o in zone alternative offline, ma utilizzano i mezzi di comunicazione messi a disposizione dal Capitale per organizzarsi nelle piazze e nelle strade. I movimenti anticapitalisti devono uscire dai loro ghetti politici e riconnettersi con il 99%. Ecco perché bisogna occupare il mainstream digitale (Facebook, Twitter, ecc.), secondo Gerbaudo.

La teleconferenza si è conclusa con un breve accenno a quanto sta avvenendo in Ucraina, dove si sta rompendo il delicato rapporto tra Russia e Ucraina, a sua volta strettamente interconnesso con quello tra Usa e Russia. Gli eventi potrebbero precipitare trascinando con sè le due potenze globali. Lo scontro è inedito e gli attori statali in campo, lungi da esserne gli artefici, si trovano invece a doverlo controllare. L'orizzonte della guerra potrebbe aprirsi: quando parliamo di politiguerra ci riferiamo ad una cronicizzazione dei conflitti, delle rivolte e delle guerre. Non si tratta solamente degli intrecci di interessi fra paesi imperialisti alleati, concorrenti o decisamente nemici, bensì dei riflessi locali della crisi del mondo capitalistico. A parte qualche appello alla solidarietà di classe da parte di gruppi politici ucraini e russi, siamo già ad una frattura di tipo nazionalistico; le proteste spontanee sembrano essere state canalizzate nel nazionalismo borghese. Avremo modo di riprendere l'argomento a breve.

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