Stampa questa pagina
  • Venerdì, 26 Aprile 2024

Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  23 aprile 2024

L'attenzione verso il linguaggio

La teleconferenza di martedì sera è iniziata riprendendo gli argomenti trattati durante la riunione pubblica tenuta a Milano lo scorso 20 aprile.

La conferenza, incentrata sul tema "Guerra e nuove tecnologie", si è tenuta presso il circolo anarchico Bruzzi-Malatesta. Al termine della riunione sono state poste alcune domande riguardo la socializzazione del capitale e le strutture fisiche alla base della guerra cibernetica, che ci hanno dato l'occasione di ribattere alcuni chiodi teorici. L'impressione che abbiamo avuto è stata positiva sia per la presenza di giovani che per l'attenzione del "pubblico" durante lo svolgimento di tutta la relazione.

L'acutizzarsi della guerra e lo sviluppo di nuove armi fanno parte di un processo unico, di una dinamica di crisi strutturale del capitalismo. I fatti hanno la testa dura, dice Lenin, e la realtà si incarica di fare piazza pulita delle vecchie "questioni" che in passato sono state motivo di interminabili dibattiti (partito, sindacato, ecc.). Nell'introduzione alla relazione di Milano è stato ribadito che il capitalismo non può funzionare senza l'estrazione di plusvalore, e che la guerra, fenomeno invariante, si è trasformata nel tempo essendo soggetta al modo di produzione che la esprime. Engels nota che l'innescarsi della dialettica cannone/corazza porta all'intensificazione del conflitto, motivo per cui, ad esempio, ben presto le barricate risultano obsolete rispetto all'impiego dell'artiglieria.

La guerra è il modo di essere del capitalismo, e la stessa borghesia comincia ad accettare il fatto che è sparita la pace (La pace è finita. Così ricomincia la storia in Europa, Lucio Caracciolo). Sono in corso delle accelerazioni e ciò che adesso possiamo fare è registrarle e spiegarne le cause. Abbiamo sempre dato molta importanza alla "doppia direzione" (feedback) con i lettori, dato che questa permette alla rete di allargarsi e, soprattutto, di verificare la maturità della situazione sociale.

Recentemente, un compagno ha segnalato un passaggio tratto dalla rivista n. 15-16 richiedendone un commento:

"Noi non possiamo fare a meno di utilizzare la lingua così com'è, impregnata di significati connessi alla proprietà, al possesso e al valore, ma d'altra parte è proprio conoscendo il problema che possiamo e dobbiamo evitare il gergo pseudorivoluzionario scaturito dalla controrivoluzione staliniana. La logica soggiacente al linguaggio ci svela sempre, con precisione, quando nelle proposizioni politiche vi sia coerenza realistica oppure vuoto di contenuto empirico."

Il linguaggio è un mezzo di produzione, non si può inventare a piacimento ("Linguaggio come sovrastruttura?", newsletter n. 206). Tuttavia, facciamo attenzione nel suo uso, rifiutando il linguaggio luogocomunista condito di slogan, fatto per "addetti ai lavori". Il nostro riferimento non è il gruppettaro di sinistra, ma il lettore universale, anche quello digiuno di marxismo. Il linguaggio si trasforma nel tempo: determinati termini sono stati deformati dalla storia, basti pensare alle parole comunismo, rivoluzione, partito, che a molti fanno venire in mente Cuba, la Cina, ecc. La rottura rivoluzionaria è simile alla transizione di fase che si verifica nel passaggio dall'acqua al ghiaccio, e che non si può certo spiegare con un linguaggio politico-sociologico. Le riunioni di Bordiga sulla teoria rivoluzionaria della conoscenza hanno come obiettivo il superamento dei dualismi: è assurdo pensare che la società umana risponda a delle leggi diverse da quelle che governano il resto della natura, difatti nella società futura ci sarà una sola scienza (Marx, Manoscritti del 1844).

A proposito di linguaggio, anche in ambito marxista persiste un utilizzo eccessivo dei pronomi personali (io, noi, voi, ecc.), eppure la teoria scientifica elimina proprio il ricorso alle opinioni. Nel Codice redazionale di n+1 è negato l'abuso dell'io, e si invita a fare a meno anche del noi, sostituendoli con forme impersonali. L'articolo Sul libero arbitrio mira proprio a farla finita con l'approccio volontarista alla rivoluzione: nella storia delle strutture sociali non c'è spazio per il volontarismo, ma solo per l'azione impersonale delle grandi collettività umane, e con ciò intendiamo il movimento di milioni di uomini.

Il gergo pseudo-rivoluzionario, come portato materiale della controrivoluzione in corso da oltre un secolo, coinvolge tutti, compresi coloro che apparentemente ne sono estranei. In questi ultimi tempi circolano volantini con slogan come "guerra alla guerra" oppure "usciamo della NATO", che empiricamente non vogliono dire nulla.

Le manifestazioni nelle università americane in solidarietà ai Palestinesi hanno fatto emergere un malessere diffuso nella società. Negli ultimi giorni gli studenti hanno montato le tende in vari campus. Il crollo del fronte interno americano è il prerequisito di qualsivoglia cambiamento: gli USA sono direttamente coinvolti nella guerra in Medioriente armando e sostenendo Israele, e molte università sono impegnate nella ricerca bellica (manifestazioni ci sono state anche al MIT di Boston). La mobilitazione è partita dalla Columbia University di New York, ma nel giro di pochi giorni gli accampamenti si sono visti in tante altre università del paese: ci sono stati centinaia di arresti tra gli studenti e in seguito hanno aderito alla protesta centinaia di docenti. Forse, in questi sommovimenti, c'è qualcosa che va oltre la questione israelo-palestinese e riguarda la situazione del mondo, il ruolo degli USA nell'attuale disordine internazionale. La durezza della polizia nei confronti dei manifestanti, tutto sommato pacifici, è la dimostrazione che lo stato centrale è preoccupato, teme che le mobilitazioni si diffondano. All'epoca della guerra in Vietnam, un nutrito numero di ragazzi americani si rifiutava di andare in guerra e le università erano diventate poli di organizzazione; oggi la situazione è diversa ma ciò che si sta preparando è uno sconvolgimento più grande ed esteso. Non a caso, nelle sale è uscito il film Civil War, che porta sul grande schermo uno scenario di guerra civile proprio nel "ventre della balena".

Non basta partire da quanto un movimento dice di sé stesso per capire le sue cause e la sua traiettoria. Non è da escludere che quanto sta succedendo nelle università americane faccia da innesco a qualcosa di più grande, magari con la riedizione di un movimento come Occupy Wall Street. La lotta contro la guerra, in un paese come gli USA, è qualcosa di diverso dal pacifismo nostrano. La rivoluzione pura non esiste, ed è logico che con i grandi sommovimenti a muoversi siano varie classi, in primis la piccola borghesia. L'America, essendo il cuore del capitalismo, assomma su di sé tutte le contraddizioni che ci sono nel mondo.

Siamo all'interno di una transizione di fase, di un cambiamento generale determinato dal livello raggiunto dalle forze produttive sociali. La polarizzazione economica acuisce quella sociale. Il capitalismo è precipitato in una crisi da cui non si vedono vie d'uscita. Quando parliamo di irreversibilità dei processi storici, lo facciamo tenendo a mente la crisi della legge del valore, l'automazione, la guerra che diventa un fatto endemico. I movimenti cominciano con un obiettivo, un pretesto, ma strada facendo l'obiettivo cambia o si precisa. Le manifestazioni americane contro il massacro nella Striscia di Gaza stanno diventando mobilitazioni contro la repressione da parte della polizia, contro gli sgomberi, contro il fatto che gli atenei sono blindati.

Nel campo della guerra guerreggiata, la Camera USA ha approvato un finanziamento di 95 miliardi di dollari per gli aiuti militari a Ucraina, Israele e Taiwan (articolo di Analisi Difesa). Si tratta di fondi che servono principalmente per sostenere l'industria bellica americana, e per far sì che l'esercito ucraino abbia i soldi per acquistare tecnologie USA. Parte di questi finanziamenti vengono dati agli Israeliani (26 miliardi) sotto forma di scorte di armi e munizioni e di fondi per rinforzare il sistema Iron Dome. Un'altra parte (8 miliardi) è spesa per la sicurezza nella regione dell'Indopacifico, che rappresenta la vera sfida strategica per gli USA.

La serie storica dell'imperialismo si è interrotta, non ci sarà un secolo di capitalismo a guida cinese. La Cina ha un grande problema relativo alla massa di laureati che escono dalle università e sono disoccupati o costretti a fare lavoretti, come i loro coetanei occidentali (The Economist, "Why so many Chinese graduates cannot find work"). Un paio di anni fa è nato il movimento dei "fogli bianchi" contro le restrizioni per la pandemia da Coronavirus e contro il regime, prima ancora il "tangping", la protesta dei giovani lavoratori che invitava a sdraiarsi a terra piuttosto che farsi rubare la vita dal capitale. Insomma, come gli indici di crescita delle varie economie si stanno via via sincronizzando, così faranno anche le lotte.

Articoli correlati (da tag)

  • Il problema del controllo

    La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie riguardanti le tecnologie impiegate nelle guerre moderne.

    Secondo le stime più recenti, l'Ucraina produce circa quattro milioni di droni l'anno, ma nel 2026 punta quasi a raddoppiarne la produzione; la Russia procede in modo simmetrico, aumentando a sua volta i propri ritmi produttivi. Se Kiev mantiene un vantaggio negli attacchi con droni a lungo raggio, sta però esaurendo i missili intercettori, e in alcuni casi il tasso di intercettazione dei missili balistici russi è sceso fino quasi allo zero.

    Da anni producono droni a scala industriale anche l'Iran e la Turchia, che si sono candidati a offrirli sul mercato: si tratta di vettori di vario tipo e natura, sempre più difficili da intercettare. Negli ultimi anni, con l'avvento di sensori e attuatori autonomi, di velivoli senza pilota e di missili ipersonici, sta cambiando il modo di fare la guerra. Come in fabbrica, gli uomini sono divenuti appendici delle macchine.

  • Capitalismo che abolisce capitalismo

    La teleriunione di martedì sera si è aperta con il commento all'intervista che Elon Musk ha rilasciato lo scorso 23 luglio a Zanny Minton Beddoes, direttore di The Economist - la prima uscita pubblica estesa dopo la quotazione in borsa di SpaceX (12 giugno), che ne ha fatto il primo trilionario della storia.

    Musk torna a parlare di Intelligenza Artificiale (IA), sostenendo che entro i prossimi dieci anni robot e sistemi di IA sostituiranno gran parte del lavoro umano. Si aprirebbe così un'epoca di "abbondanza" in cui il lavoro diventerà opzionale, mentre il denaro, legato per sua natura alla scarsità delle risorse, perderà di senso.

    Si tratta di posizioni già affrontate nell'articolo "Ideologie di un capitalismo che nega sé stesso" (n+1, n. 57), nel quale avevamo passato in rassegna le diverse correnti - accelerazionista, lungotermista, transumanista, ecc. - per lo più legate, se non geograficamente almeno culturalmente, all'ambiente della Silicon Valley. Nell'intervista Musk fa esplicito riferimento al Ciclo della Cultura, una serie di romanzi fantascientifici di Iain Banks, che immagina una società spaziale post-scarsità in cui uomini e robot convivono senza lavoro né denaro. Non è un riferimento casuale: è lo stesso percorso culturale ricostruito da Fabio Chiusi nel saggio L'uomo che vuole risolvere il futuro. Critica ideologica di Elon Musk (2023), legata all'eredità del nonno materno, membro negli anni Trenta della sezione canadese del Technocracy Incorporated - il movimento che voleva sostituire la politica democratica con un governo di ingegneri, unici capaci di amministrare "scientificamente" produzione e distribuzione dei beni. Altri individuano in alcune dichiarazioni di Musk dei riferimenti al cosmismo russo di fine Ottocento, corrente mistico-scientifica che vedeva nella conquista dello Spazio e nel superamento della morte il compimento dell'evoluzione umana, e da cui discende per altre vie il transumanesimo oggi diffuso nella Silicon Valley, e non solo. Di qui il "soluzionismo tecnologico" di Musk, l'idea cioè che problemi storici e sociali - il lavoro, la scarsità, la morte stessa - siano problemi tecnici, risolvibili con l'ingegneria aggirando la politica come mediazione tra interessi contrapposti. Coerentemente con questa impostazione, Musk ha proposto un istituto che chiama "universal high income", una sorta di reddito universale destinato a distribuire la ricchezza.

  • Il riarmo tedesco

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dalle ultime notizie riguardanti la Germania.

    Due i testi che abbiamo preso in considerazione: il numero di luglio di Limes ("Vogliamo la guerra totale?"), quasi interamente dedicato alla questione tedesca, e la prefazione del 1999 del nostro Quaderno "Vae victis Germania!".

    L'editoriale di Limes, "Professione: tedesco", sottrae la logica del riarmo tedesco alle sue cause materiali, economiche e sociali, per ricondurla allo spirito di un popolo in crisi d'identità. Al contrario, il nostro punto di riferimento non sono le idee, ma i dati, ad esempio quelli relativi alla produzione di acciaio. Nel filo del tempo "Sua maestà l'acciaio" (1950), leggiamo:

    "La guerra in epoca capitalistica, ossia il più feroce tipo di guerra, è la crisi prodotta inevitabilmente dalla necessità di consumare l'acciaio prodotto, e dalla necessità di lottare per il diritto di monopolio a produrre altro acciaio."

    Anche se non è detto che sia "ancora l'acciaio l'indice espressivo del modo di produzione capitalistico, utile al confronto dello sviluppo industriale tra i vari paesi", esso resta comunque un indicatore significativo.