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  • Resoconto teleriunione  23 settembre 2025

Un esercito di senza-riserve

La teleconferenza di martedì è iniziata con il commento di due articoli dell'Economist sulla situazione della forza lavoro cinese.

In "China's 200m gig workers are a warning for the world" si parla della più grande concentrazione al mondo di gig-workers, i 200 milioni di lavoratori precari cinesi. In Cina il capitalismo si è sviluppato molto rapidamente e circa il 40% della forza lavoro urbana è coinvolto nel processo di precarizzazione del lavoro, con salari spesso insufficienti per acquistare una casa e fare dei figli (nel paese il problema demografico è rilevante). Questa platea di lavoratori è la più avanzata al mondo e dimostra un'estrema facilità ad accedere alle piattaforme digitali, dato che il rapporto economico non è più con un datore di lavoro in carne ed ossa ma con applicazioni e software. La diffusione delle app, sia tra i consumatori che tra i lavoratori, è diventata molto importante in tutta l'Asia: l'Economist collega le lotte scoppiate nelle ultime settimane, ad esempio in Indonesia, ai fenomeni di trasformazione della forza lavoro, sottolineando come la carenza di buoni impieghi sia una delle ragioni per cui i giovani di diversi paesi dell'area si sono sollevati in protesta contro i loro leader politici.

Le forme di lavoro occasionale e flessibile si sono estese al settore manufatturiero, dove milioni di lavoratori, circa un terzo del proletariato industriale, ricoprono impieghi on demand, su richiesta. A differenza della gig-economy occidentale, quasi interamente incentrata sui servizi, in Cina circa 40 milioni di lavoratori qualificati sono pagati a giornata o a settimana per lavorare in fabbrica. Secondo un'indagine di Zhang Dandan dell'Università di Pechino, nei più grandi complessi manifatturieri del paese i precari arrivano a costituire l'80% della forza lavoro. Parallelamente, stime semi-ufficiali indicano che circa 84 milioni di cinesi sono impiegati in aziende online, consegnando cibo e pacchi o guidando taxi.

App permettono di acquistare merci e servizi, app permettono di acquistare ore-lavoro. Il problema non è la legge o la precarizzazione del lavoro, ma il processo retrostante ovvero quello della completa sottomissione alle leggi del mercato.

Nel secondo articolo dell'Economist preso in esame, "China's future rests on 200m precarious workers", si analizzano anche le nuove tendenze di rifiuto del lavoro. In Cina, i giovani gig-workers stanno imparando a sfruttare le app a proprio vantaggio, con l'obiettivo di lavorare il minor tempo possibile. I lavoratori passano da un lavoro all'altro senza problemi, spesso prestando poca attenzione all'azienda presso cui operano. Resta tuttavia il fatto che milioni di loro vivono senza fissa dimora, insoddisfatti e senza prospettive future. Si tratta di fenomeni globalizzati ed estesi a tutto il mondo, ma la differenza è data dal fatto che in Asia i numeri sono enormi: sono milioni i lavoratori socializzati al massimo, connessi, senza un luogo e un datore di lavoro. Che lavori in fabbrica o consegni pacchi, il proletariato mondiale è accomunato dalla sua condizione di senza riserve, privato delle difese classiche del capitalismo, con uno smartphone in tasca e nulla da perdere.

A Washington come a Pechino o Parigi, più il capitalismo si sviluppa, più cresce la sovrappopolazione relativa, latente e stagnante; essa col tempo si consolida e diventa assoluta: un esercito di senza-riserve.

Che senso ha l'organizzazione per cellule di fabbrica se milioni di proletari si muovono da un posto di lavoro all'altro? Ciò che serve è un'organizzazione di tipo territoriale, come propugnato dalla Sinistra Comunista "italiana" negli anni '20. La lotta alla UPS del 1997 ha indicato quale sarebbe stata la strada: la società borghese è costretta a modificare costantemente sé stessa, i rapporti di produzione e i rapporti sociali. Il nemico non è più il singolo datore di lavoro, ma un capitale autonomizzato che si manifesta attraverso piattaforme, algoritmi e software.

Il becchino del capitalismo è un proletariato diffuso sul territorio che si auto-organizza grazie alla rete. La struttura del capitalismo resta la stessa, ma cambia la modalità con cui si estrae il plusvalore e, soprattutto, cambiano le forme della lotta, non essendoci più garanzie né tantomeno briciole da spartire. Nella rubrica "Proletari, schiavi, piccolo borghesi o... mutanti?" scrivevamo che "la struttura mondiale del lavoro sociale, la socializzazione crescente della forza produttiva umana, non possono non avere effetti materiali sulle forme in cui si manifesta lo sfruttamento."

È significativo che nelle rivolte in Indonesia, Nepal e Filippine sia comparsa la bandiera della serie manga One Piece (un teschio, due ossa incrociate ed un cappello di paglia), il cui protagonista combatte le ingiustizie. Anche questo è un segno delle mutazioni sociali in atto. I giornalisti hanno battezzato l'attuale ondata di lotte "Gen Z protests".

Il fine determina i mezzi per raggiungerlo. Il nostro fine è una forma sociale completamente diversa da quella esistente, dove non ci sono più le mediazioni determinate dal valore. Non si possono utilizzare gli strumenti della vecchia società per raggiungere quella nuova, bisogna invece anticipare i caratteri di quest'ultima. All'interno del partito comunista non ci sono operai, borghesi, piccolo borghesi, ma individui che si sono strappati di dosso la classificazione in cui li inscrisse l'anagrafe di questa società in putrefazione. Le crisi che hanno ripetutamente colpito la "nostra" corrente sono tutte spiegabili con le spinte a conformarsi all'ambiente borghese, per avere successo, per aumentare gli effettivi, per ottenere risultati effimeri. Nessuno può mutare il corso storico, al massimo lo si può assecondare. Nel 18 Brumaio di Luigi Bonaparte Marx scrive:

"Gli uomini fanno la propria storia, ma non la fanno in modo arbitrario, in circostanze scelte da loro stessi, bensì nelle circostanze che essi trovano immediatamente davanti a sé, determinate dai fatti e dalla tradizione."

Gli esseri umani sono determinati a muoversi dalle circostanze, dalle determinazioni materiali, non dal loro presunto libero arbitrio.

Nell'articolo "Civil War Comes to the West, Part II: Strategic Realities", a cura di David Betz, professore del King's College di Londra, si sostiene che la principale minaccia alla sicurezza e al benessere dell'Occidente non è esterna, ma interna. La polarizzazione sociale, il peggioramento delle condizioni di vita, il crollo della fiducia nelle istituzioni sono tutti fenomeni che portano ad uno scenario di conflitto. Betz individua nella Francia e nell'Inghilterra i paesi del Vecchio Continente più a rischio di collasso, e ovviamente una guerra civile nel cuore d'Europa porterebbe a violenze anche nei paesi confinanti. L'autore pone la seguente domanda: se la guerra civile in Occidente è imminente, cosa dovrebbero prepararsi a fare ora i comandanti? Risposta: è necessario un drastico riorientamento di mentalità da parte dell'apparato difensivo occidentale.

Diversi centri studi rilevano un mutamento in corso, una profonda trasformazione della società. Le rivolte in Asia e in Sud America, così come le manifestazioni sovraniste e populiste in Inghilterra ed Olanda, testimoniano l'aumento della temperatura sociale. Nei nostri due articoli sul tema del wargame abbiamo visto che il problema per lo Stato non è rappresentato soltanto dal partito antisistema bensì anche dallo stesso partito della conservazione. La borghesia studia il problema delle guerre civili, simula scenari e cerca soluzioni, ma non può arrestare lo sgretolamento del suo sistema.

Da più parti comincia a farsi strada l'idea che, nella progettazione industriale, bellica e persino sociale, sia necessario ispirarsi al funzionamento della natura (banchi di pesci, stormi, sciami) per ottenere risultati più efficaci. In natura non c'è un leader che decide cosa fare ma, soprattutto, non c'è democrazia.

Durante lo sciopero generale del 22 settembre, organizzato dai sindacati di base in solidarietà al popolo palestinese, si sono verificati blocchi del traffico e scontri con la polizia in alcune città italiane. Al di là di slogan e bandiere, quando decine di migliaia di persone decidono di scendere in strada, ciò è indice di un profondo disagio. In questi ultimi anni il malessere sociale ha portato in piazza milioni di persone in tutto il mondo, persino con prospettive contrastanti. La società fibrilla e la causa va ricercata nella rivolta contro la legge del valore: gli atomi sociali si muovono in tutte le direzioni e poi sono costretti dalle circostanze, come dice Marx, a darsi degli indirizzi, come ben rappresentato nello Schema del rovesciamento della prassi della Sinistra ("Teoria e azione nella dottrina marxista", 1951).

Se nel 2009 ("Marasma sociale e guerra") erano principalmente il Medioriente ed il Nordafrica ad essere interessati dalle rivolte, oggigiorno è in subbuglio il mondo intero. La guerra (e la paura delle conseguenze) è sicuramente un elemento in grado di sconvolgere le vecchie abitudini. I cambi di paradigma avvengono sull'onda di rivoluzioni sociali, allora la teoria si salda con la prassi.

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