Lo shock energetico dovuto alla guerra in Medio Oriente e in Ucraina ha causato l'aumento del costo del greggio di circa il 40% nell'ultimo anno, e anche quello di gas e fertilizzanti. I paesi che importano energia sono ovviamente i più esposti. Prima della guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran, il FMI si aspettava una lieve frenata dell'inflazione, che invece è aumentata. Si tratta di un problema che incide immediatamente sul potere d'acquisto dei salari e che riguarda l'Europa, ma anche Regno Unito, USA e Giappone. Scrive il NYT in un articolo intitolato "La Francia si sta dirigendo verso una potenziale crisi del debito: un monito per il mondo":
"In Asia, la recente traiettoria del debito giapponese ha messo a dura prova i nervi del mercato. Il debito del Giappone è stato per molti anni più del doppio del PIL, ma le recenti promesse del governo di aumentare la spesa e tagliare le tasse hanno penalizzato gli asset finanziari giapponesi. Lo yen si è indebolito a tal punto che il Tesoro statunitense ha appoggiato un intervento per sostenere la valuta, e i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi a dieci anni si attestano ai massimi livelli degli ultimi trent'anni."
La BCE potrebbe intervenire con il suo bazooka in sostegno della Francia, ma creerebbe un precedente pericoloso, che indurrebbe gli altri paesi ad allentare il rigore dei conti. Da qualsiasi punto si guardi alla situazione economica, non ci sono exit strategy per il capitalismo. L'unico modo per rientrare dai deficit eccessivi e ridurre il debito pubblico sarebbe la crescita economica, cioè un aumento del PIL. Anche l'Italia comincia ad avere problemi con la gestione degli interessi sul suo debito, e difatti è tenuta sotto osservazione dai mercati. Un paese può vivere con un debito elevato se l'economia cresce rapidamente, ma quando i tassi d'interesse sono superiori alla crescita s'innesca una spirale che può sfuggire al controllo.
Dietro le proteste in Europa c'è dunque una serie di parametri economici sballati. Chiunque oggi vada al governo si trova alle prese con margini di manovra ridotti. La crescita dei partiti populisti è dovuta alla disillusione verso il quadro politico esistente. Quella che attanaglia il capitalismo dal 2008 (ma si potrebbe andare indietro fino al 1975) non è una crisi congiunturale. I problemi non possono essere risolti: si lascia che si ingigantiscano, e questo porta allo sgretolamento degli Stati, che riescono sempre meno a intervenire a livello economico e politico. In Spagna il primo ministro Sánchez ha sciolto il Parlamento e convocato elezioni anticipate, in Francia si andrà alle urne in una situazione politica complicata, in Germania il sistema politico è sempre più fragile.
Il modo di produzione capitalistico si regge sulla produzione di plusvalore; ma se il lavoro morto cresce a dismisura rispetto a quello vivo, è proprio questa produzione a essere intaccata. Il capitalismo contemporaneo porta alle estreme conseguenze la tendenza descritta da Marx: più si investe, più cala il saggio di profitto.
La finanza riesce in qualche modo a nascondere questo problema: finché ci sono solide aspettative sui rendimenti futuri, la giostra continua a girare. Ad esempio, Nvidia sostiene la costruzione dei nuovi data center di OpenAI, che comprerà i chip Nvidia per i suoi modelli IA. Il denaro investito torna così al punto di partenza, e nel frattempo figura tra i ricavi di Nvidia. Ingenti masse di capitale permettono a questo tipo di aziende di far crescere la propria quotazione in Borsa. Le aziende investono l'una nello sviluppo dell'altra, alimentando una bolla destinata a scoppiare.
Superata una certa soglia, il divario tra capitale anticipato e profitti realizzabili diventa troppo ampio, e allora gli investitori si sincronizzano sulla fatidica domanda: vale la pena investire in qualcosa che potrebbe andare in fumo? La crisi dei mutui subprime del 2008 ha mostrato chiaramente il meccanismo che porta gli investitori a liberarsi di titoli percepiti come tossici.
Oggi a spingere la "crescita" sono le grandi compagnie tecnologiche, a loro volta sostenute dai grandi fondi d'investimento che amministrano pensioni e assicurazioni. Quando questa bolla esploderà, le conseguenze saranno catastrofiche per il mercato, per gli Stati e per i cosiddetti consumatori. Se per Marx la caduta del saggio di profitto era una tendenza contrastata da cause antagonistiche, ormai tali "trucchi" sono stati tutti ampiamente utilizzati. La produttività raggiunta difficilmente può crescere ancora: non si può estrarre da un singolo operaio lo stesso plusvalore che si estrae da cento o mille.
La guerra non è affatto un elemento rivitalizzante per il capitale: per lo Stretto di Hormuz transitano un terzo dell'elio mondiale, indispensabile nella produzione dei chip, e metà del commercio marittimo di zolfo. IA, internet e data center non possono funzionare senza che le rotte marittime siano efficienti e gli stretti percorribili.
Debito, guerra, marasma sociale: tutto si tiene. Nel Diagramma degli incrementi relativi della produzione industriale dei maggiori paesi dal 1914 al 2008 riportato nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" (n+1, n. 24) si può notare l'assottigliamento della crescita della produzione industriale, e quindi del saggio di profitto. Tutte le maggiori economie procedono verso l'asintoto, e una non-crescita per il capitalismo vuol dire morte.
L'Europa non può permettersi il crollo della Francia, perché darebbe il via a un effetto domino. Si continuerà quindi a inondare i mercati di denaro e a far crescere l'inflazione. Il titolo del film Too Big to Fail - Il crollo dei giganti (2011) si riferiva alle grandi banche (era il 2008) ma, nel frattempo, sono gli Stati più importanti a trovarsi di fronte a problemi sistemici. Gli USA non possono lasciar fallire OpenAI, Anthropic o Palantir: sul piano militare ed economico queste aziende sono risorse fondamentali nella competizione con la Cina.
Da decenni gli USA hanno assunto il ruolo di paese rentier e difendono tale posizione per non collassare: il debito pubblico lordo americano supera i 40mila miliardi di dollari, oltre il 120% del PIL, e il deficit annuale è destinato a crescere. Ma il loro attivismo politico-militare accelera la crisi in cui sono precipitati, parte di una crisi più generale che riguarda l'intero capitalismo.
I recenti movimenti di piazza si scagliano contro il caro affitti, contro il carovita, contro i tagli alla spesa pubblica; hanno un vocabolario confuso, preso in prestito dall'avversario, e non sanno bene chi sia il "nemico". Ma esprimono istanze anti-sistema, ovvero richieste che non si possono ottenere all'interno della presente forma sociale. Comincia a farsi strada l'idea che il problema non sia la giusta distribuzione della ricchezza, ma farla finita con questo modo di produzione, che rappresenta un serio pericolo per la specie umana.