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Parole d'ordine a ruota libera

La guerra è un grosso problema e capire quella d'oggi non è facile. È vero, come dite, che si deve cercar di capire non solo le manifestazioni guerresche ma soprattutto il travaglio economico sociale e politico del capitalismo per cercare di scorgerne in anticipo le tendenze generali. Solo in esse si possono individuare le future strade della ripresa dei fermenti sociali e dei moti classisti. È un compito arduo, che ha impegnato la nostra corrente, la quale però all'incirca verso la meta' degli anni sessanta si era fermata. Purtroppo non si possono trovare delle risposte pre-confezionate semplicemente rileggendo quanto in proposito ha scritto fino a quella data. E mi sembra effettivamente fuori dalla realtà il ripetere, come fa qualcuno, formulette tipo "guerra alla guerra", o "trasformazione della guerra imperialista in guerra civile", o "Fuori l'Italia dalla NATO" (o "Fuori la Nato dall'Italia"), che di per sé non significano nulla. Lo sforzo che va fatto è quello per giungere a una sintesi teoria-prassi, cogliendo le particolarità delle trasformazioni del mondo capitalistico almeno in questi ultimi trent'anni. Quello pubblicato sulla rivista n. 11, dedicata alla "politiguerra americana", mi sembra un buon passo, anche se ho difficoltà a immaginare un'azione conseguente.

So per esempio che alcuni non sono d'accordo con voi, perché secondo loro la Sinistra Comunista avrebbe abbandonato la vecchia parola d'ordine leninista sulla trasformazione della guerra in rivoluzione. Ovviamente non è vero. Se però non si tratta di "aggiornare" alcunché, bisogna saper utilizzare al meglio gli strumenti d'analisi anche per contrastare il pacifismo idealistico, anzi, sentimentale. Tali strumenti sono a disposizione di chiunque voglia cercare di guardare alla guerra moderna ormai da un secolo e mezzo, al di là dell'impressionante cortina fumogena delle interpretazioni correnti.

 

Lenin, si sa, sottolineava l'enorme differenza esistente fra il blaterare genericamente sulla pace e il lottare per la pace quando il proprio paese è in guerra. Sulla "trasformazione della guerra imperialista in guerra civile" è vero, abbiamo avuto discussioni con nostri interlocutori che criticavano la Sinistra Comunista perché, secondo loro, non si era attenuta rigorosamente al dettato di Lenin. Ora, a parte i fenomeni di arroccamento in difesa che hanno una loro spiegazione e giustificazione, queste discussioni lasciano il tempo che trovano proprio dal punto di vista che anche tu sembri condividere: non si tratta affatto di "aggiornare", ma di utilizzare al meglio la tensione verso il futuro che nei nostri testi del dopoguerra era evidentissima. È quello che abbiamo cercato di fare con il testo sulla "politiguerra".

Non si può suddividere il patrimonio della Sinistra in compartimenti stagni, questo va, quest'altro non va. Ogni separazione è arbitraria, anche se è ovvio che, a causa della maggiore maturità storica del capitalismo, noi privilegiamo ad esempio la ricerca sui punti dedicati al programma della rivoluzione futura piuttosto che sulle antiche "questioni" (sindacale, nazionale, fronte unico, ecc.). L'Italia ha inviato truppe di occupazione al seguito di un esercito invasore: per non far solo chiacchiere bisognava impedirlo, ma ci voleva una forza qualsiasi. Ad esempio la Spagna ha risolto il problema per via elettorale, cambiando governo. Ovviamente l'ha potuto fare perché non si trattava di una guerra importante per quella borghesia, ma solo una questione di rapporti di facciata con quella americana. I comunisti hanno sempre avviato iniziative contro la guerra, ma esse hanno senso solo se servono a "fare" qualcosa di serio per impedirla (come ha fatto il movimento USA contro le guerre in Vietnam e Iraq), non a riprodurre il cretinismo parlamentare.

Insistiamo nel descrivere l'invasione e l'occupazione dell'Iraq come "capitolo" della guerra generale iniziata dagli USA contro il mondo perché non è una novità ma un processo già ben conosciuto. Anche nelle nostre Tesi del dopoguerra del 1946-47 e in articoli come Aggressione all'Europa del 1949 esso è descritto più volte. Allo scatto dell'invasione avevamo ripreso un passo di questo articolo sul nostro sito Internet, per dare una valutazione dei fatti immediata ma non impulsiva. Avevamo infatti già una risposta, derivante da un arco storico nel quale gli Stati Uniti emergono come potenza veramente mondiale e incontrastata.

È ovvio che ci troviamo di fronte a un imperialismo che per salvarsi fa ben altro che la guerra. Il contesto della discussione è l'imperialismo, non solo la politica di uno stato imperialista. Tale contesto dovrebbe essere condiviso, con una pacata discussione senza pregiudizi, semplicemente riprendendo il discorso dove Lenin l'aveva lasciato. Non è qui il caso di riesumare la polemica contro Kautsky, ma occorre ricordare che la socialdemocrazia usava il concetto di imperialismo nel contesto della sua politica gradualistica, scambiando la struttura del capitalismo giunto a questa fase, con le politiche di guerra e di conquista delle cancellerie.

Gli Stati Uniti sono rimasti soli con un "fardello dell'uomo bianco" dal peso storico immane: diventati potenza mondiale spazzando via quelle europee, adesso devono fare i conti con un mondo capitalistico che li deve mantenere in quella funzione senza avere i mezzi per farlo. In testi come L'Imperialismo delle portaerei o Lebbra dell'illegalismo bastardo la Sinistra Comunista ironizza su coloro che pretendono di ridurre l'anti-imperialismo ad uno slogan surreale, mentre una potenza assai realistica schiavizza il pianeta. Naturalmente ciò ha riflessi anche dal punto di vista della "questione militare" che riguarda il proletariato: Trotsky ad esempio notava come nessuna rivoluzione sia possibile fin quando la forza militar-poliziesca del vecchio modo di produzione è intatta.

Comunque noi abbiamo sempre sostenuto che gli Stati Uniti hanno bisogno di manifestare la loro forza e far vedere gli artigli non perché la loro condizione di superpotenza sta crescendo, ma perché è in decadenza. Lo nota Marx per l'Inghilterra, a maggior ragione lo si nota oggi. Solo che non c'è chi possa sostituire gli Stati Uniti, la sequenza classica degli imperialismi si ferma. Ecco spiegata la necessità materiale della guerra preventiva, rivendicata nei documenti ufficiali come azione atta ad impedire a chiunque di diventare una potenza mondiale. Molti guardano alla Cina. È vero che fra un paio di decenni i dati economici cinesi potrebbero superare quelli americani, ma questo è esattamente ciò che gli Stati Uniti devono impedire, non certo solo con le bombe.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 19 - aprile 2006.)

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