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A proposito di "Scienza e rivoluzione"

Ho letto la vostra opera in due volumi Scienza e rivoluzione. Lo sviluppo rivoluzionario della forza produttiva capitalistica, la pretesa conquista del cosmo e la teoria marxista della conoscenza e l'ho trovata di grande interesse. In essa si trovano molte informazioni e considerazioni sull'argomento della "questione spaziale", che ne danno un quadro sufficientemente chiaro. Su tale questione c'è una grande ignoranza e l'ampia opera che avete preparato servirà a indirizzare verso uno studio corretto, soprattutto per capire ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Qui, forse, si trovano le maggiori correzioni rispetto agli articoli di Amadeo Bordiga in Il Programma comunista a cavallo tra gli anni 1950 e 1960.

E' assolutamente vero che la "conquista" della Luna non è paragonabile alla conquista dell'America (anche se Bordiga non ha lasciato niente di scritto, ricordo, en passant, che Amadeo considerava un caso, un colpo di fortuna, la riuscita della missione). Più precisamente è un rapporto tra costi e benefici, intesi in senso capitalistico, in termini di denaro, così come tutto in questa società. La società borghese appiccica su ogni cosa un'etichetta pubblicitaria ingannevole, il che è un effetto del feticismo delle merci, l'importante è capire che cosa si nasconde sotto l'etichetta. A ragione si afferma che non si è entrati in un'epoca nuova.

Rimane, però, un punto ancora in sospeso, che non è stato trattato in modo convincente nel testo. Qui si formula la tesi che la scienza moderna, sorta con la stessa borghesia, non sia una vera scienza, cioè non abbia un reale contenuto di conoscenza, ma sia solo un accumulo di tecnologia su una base scientifica alquanto praticona. La rozzezza, e quindi l'insoddisfazione, per la scienza moderna è - come giustamente da voi sottolineato - presente negli stessi ambienti accademici. Tuttavia la scienza moderna rappresenta un salto di qualità rispetto alle antiche concezioni mistiche del mondo umano e non umano (Marx ed Engels scrissero nelManifesto: la borghesia "per prima ha mostrato che cosa possa l'attività umana. Essa ha creato ben altre meraviglie che le piramidi d'Egitto, gli acquedotti romani e le cattedrali gotiche"). Va da sé che nel comunismo la scienza dovrà permeare tutti gli aspetti della vita sociale e si trasformerà a sua volta, ma ora la domanda a cui rispondere è: la frantumazione dell'atomo, la nuova concezione (non empirica) del tempo e dello spazio, la meccanica quantistica e la genetica rappresentano uncontenuto di conoscenza dal quale non si potrà prescindere neanche nel comunismo? Se la risposta è affermativa, così come io credo, non si può ridurre la scienza alla tecnologia e la conoscenza ad un accumulo di macchine. Anche per costruire macchine serve la conoscenza della materia. Infatti, Marx parlava esplicitamente di scienza come forza produttiva del lavoro, e non poneva a essa limiti.

Ho letto il nome del matematico Luigi Fantappié. Questi attirò la mia attenzione nel 1992 con la lettura del suo Principi di una teoria unitaria del mondo fisico, perché tentava di spiegare tutti i fenomeni dell'Universo, partendo da una semplice discussione dell'equazione di D'Alembert per le onde sferiche. I risultati non sono convincenti, perché si sostiene il finalismo, ma i ragionamenti sull'entropia e la termodinamica possono ancora leggersi.

Infine, una nota "storica". Per U. Bartocci la formula di equivalenza tra massa ed energia E = m c 2, che Einstein presentò nel 1905, era in realtà già stata pubblicata nel febbraio del 1904 dall'italiano Olinto De Pretto. Einstein forse ne era già a conoscenza nel 1905. Sicuramente valuterete con interesse l'uscita di questa ricerca, che non è scollegata da Scienza e rivoluzione, infatti se la formula fosse dovuta al De Pretto, senza nulla togliere alle grandi capacità di Einstein, avremmo un'ulteriore conferma del marxismo, il quale afferma l'inesistenza del genio creatore di teorie. E' l'epoca storica che le fa sorgere. Einstein non fu solo nello sviluppare la fisica classica, a raggiungere la fisica moderna, perché le nuove idee non sarebbero mai nate se non le avessero richieste le potenti forze sociali della produzione capitalistica e l'ideologia di quella che Lenin chiamava "la fase suprema del capitalismo".

 

Innanzitutto ti ringraziamo per la bella lettera. Non ci conosciamo, ma fa assai piacere constatare ogni tanto che è possibile, tra militanti, abbracciare tutto il campo della conoscenza e non limitarsi ai soliti discorsi sul "fronte unico", sulla "questione sindacale" ecc. La nostra nuova rivista dovrebbe dare un contributo proprio in questo senso.

Leggendo attentamente gli articoli di Bordiga, a noi non sembra che egli avesse "paura" di qualche prova borghese rispetto al determinismo. Egli era sicuro che questa prova non sarebbe venuta, neppure dalle esasperazioni della scienza moderna. Non negava la possibilità dell'abbandono della crosta terrestre da parte dell'uomo: negava la possibilità della vita lontano da campi gravitazionali cui l'organismo era sottoposto da sempre. Bordiga non negava neppure che fosse possibile ottenere una simulazione di gravità: negava che questa fosse equivalente a quella dovuta alla massa di un pianeta. Di qui la risposta, da noi pubblicata, di J. P. che, da fisico qual è, sottolineava giustamente l'importanza fondamentale del principio di equivalenza, pilastro della teoria einsteniana, che Bordiga avrebbe negato.

La differenza fra campo inerziale e campo gravitazionale per corpi abbastanza grandi è un fatto, e quindi Bordiga ha teoreticamente ragione, ma non sappiamo se tale differenza abbia influenza sull'organismo umano. Sembra che la condizione di imponderabilità sia, di per sé stessa, portatrice di gravi malanni, ma Amadeo cercava una prova scientifica legata al campo. A parte il problema della gravità e della vita nel cosmo, egli era particolarmente testardo sulle questioni scientifiche in generale, e se ne capisce il motivo: i militanti mostravano un pericoloso punto debole nel pensare che la borghesia potesse essere una classe sdoppiata, in grado di superare nel campo scientifico ciò che in campo politico la rendeva reazionaria. Se questa dicotomia fosse vera, se cioè la scienza potesse avanzare mentre la società e l'ideologia s'impantanano, il marxismo avrebbe un grave difetto e, secondo la teoria dell'invarianza, crollerebbe come una costruzione globalmente fasulla.

Ciò che stiamo dicendo non contrasta con ciò che dici nella tua lettera: la scienza borghese è vera scienza, non è solo tecnologia; la teoria della relatività e, ancor di più, la meccanica quantistica hanno prodotto risultati formidabili che sono patrimonio dell'umanità indipendentemente dalle classi, ci vorrebbe. Ma… c'è un "ma" grosso come una montagna. Come l’ideologia, la scienza non è uscita dal paradigma di quest’epoca. La vera rivoluzione epistemologica, quella che ha fondato la scienza nuova della borghesia nascente risale al '600; la sistemazione definitiva, quello che tu chiami superamento della mistica è contemporanea a Marx e s'impone col nome dei Darwin, dei Maxwell, dei Boltzmann, dei Klein, dei Poincaré e di tanti altri. Ideologicamente molti scienziati non sono affatto materialisti, qualcuno è decisamente idealista, ma sono i risultati che contano, e questi conducono molti a tenere un piede in due staffe. E meno male: sarebbe un bel guaio se questa società non anticipasse per nulla alcuni contenuti di quella futura. Guardiamo per esempio a un Mach, che non era certo uno dei nostri, ma che per primo intravide la possibilità di concepire l'universo come un continuum e che spianò la via ad Einstein, il quale gli fu certo debitore e, a sua volta, portò a compimento l'opera di Galileo senza inventare nulla, mettendo semplicemente a posto (esattamente come fece Marx) scoperte che erano già state fatte e che attendevano solo di essere collegate, messe in relazione.

Quindi il problema posto da te è reale e forse si potrebbe rendere più evidente la risposta contenuta, secondo noi, anche nel nostro testo "spaziale". Alla domanda "fu vera gloria?" non rispondiamo "ai posteri l'ardua sentenza". Qualcosa sappiamo subito. Non vi fu gloriosa epopea missilistica: vi furono tentativi tipo fai-da-te, molta applicazione di ipotesi probabilistiche e non sempre buona tecnologia; non vi fu salto scientifico di qualità: vi fu applicazione non sempre intelligente di tante cose che si sapevano già; non vi fu, quindi, "vera scienza" nel senso inteso dagli apologeti del salto in una nuova epoca, vi fu vera scienza dell'epoca borghese e niente di più. Questo voleva dire Bordiga, che del resto era affascinato dalla scienza borghese più di quanto volesse ammettere.

Vale tutto ciò in generale o solo per quanto riguarda la sarabanda astronautica? Sappiamo che vi fu un'applicazione al massimo grado del lavoro sociale, e questo è certamente un risultato qualitativo, perché la quantità a questi livelli si trasforma di sicuro in qualità. Abbiamo citato la vicenda dell'Apollo 13 per sottolineare la concentrazione di energia socialeche portò a casa gli astronauti vivi, risultato secondo noi immensamente superiore a quello di tutte le missioni riuscite, che si risolsero, dopo la prima, in noiose routine. Questa è scienza "vera" nel senso che è pure la base della rivoluzione futura (sviluppo della forza produttiva sociale).

Il problema non è se l'uomo abbandonerà la Terra "fra molte migliaia di anni", lo farà molto prima, anche se per ora l'ipotesi è accantonata dagli stessi borghesi; il problema è di sapere cosa ci andrà a fare nello spazio in quanto uomo capitalistico (a parte il problema della vita senza campo di gravità, che attende prova sperimentale).

L'aumento della forza produttiva sociale s'incarica di muovere i cervelli che debbono risolvere problemi pratici, quindi anche l'epistemologia borghese non può che esserne coinvolta. E' perciò inevitabile che la borghesia tenda qualche volta ad uscire dai limiti imposti dalla sua stessa conoscenza scientifica. Esempi ve ne sono parecchi. Pensiamo al secondo principio della termodinamica che non piaceva ad Engels per la sua intrinseca contraddizione, ma che con la teoria dell'informazione trova un complemento su cui lo stesso Engels si sarebbe certo gettato avidamente in quanto utile per la dimostrazione della dialettica in natura (detto per inciso, il povero Engels dovette fare salti mortali - e non tutti ben riusciti - pescando nella scienza dell'epoca, ma oggi, proprio per i motivi che dici tu, sarebbe in grado di portare a termine il suo lavoro in modo assai più esaustivo; Bordiga nel '29 traccia un piano del genere). Citiamo la filosofia moderna, che non vuole morire ma che è costretta a fare i conti con la scienza, compenetrandosi con essa fino ad assottigliare la distinzione fra l'una e l'altra, proprio come previde Marx.

Il salto di qualità da te ricordato va quindi affrontato in maniera molto cauta, cioè tracciando prima di tutto un condiviso quadro di riferimento, altrimenti finiremmo per dire cose incompatibili nonostante l'intenzione di condurre una discussione "scientifica". Dovremmo partire da un confronto col passato e stabilire quali siano le caratteristiche del salto di qualità precedente, che collochiamo per comodità a Galileo, come abbiamo detto. Fatto questo, dovremmo spingerci verso il futuro e guardare al presente chiedendoci quali potrebbero essere le caratteristiche del salto di qualità necessario oggi. Dovrebbe allora essere possibile percepire, nella rete di relazioni oggi esistenti, che cos'è che potrebbe rappresentare l'avvisaglia di un salto della portata di quello galileiano. Galileo non avrebbe potuto inglobare l'aristotelismo nella nuova scienza (anche se ne adoperò gli argomenti proprio per demolirlo), mentre la moderna teoria della relatività, per esempio, ingloba tutta la precedente conoscenza borghese senza uscirne affatto. L'esempio della meccanica quantistica è ancora più chiaro: essa "funziona" meravigliosamente, ma è lontana dal fornire risposte esaurienti rispetto alla stessa conoscenza borghese ed ha prodotto addirittura scuole metafisiche.

Si può dire allora che siamo al culmine della scienza borghese, al confine con una conoscenza nuova che rende insopportabili agli stessi scienziati le contraddizioni in cui si muovono, ma che l'avvento del nuovo è impedito dal persistere di questa società, dalla mancanza della rivoluzione come fatto demolitore e risolutivo (la rivoluzione come cambiamento verso il comunismo è un fatto permanente). I tentativi dei Fantappié e degli innumerevoli scienziati misconosciuti che hanno intravisto qualcosa ma non hanno potuto rendere compiuto il loro lavoro, sono forse da indagare proprio in questo senso. Come oggi possiamo dimostrare che la "rivoluzione copernicana" è solo un modo di dire moderno e che la vera rivoluzione venne dopo, con Galileo, così domani potremo dimostrare ad esempio che la "rivoluzione quantistica" è qualcosa di analogo (i razzi sono ad un livello molto più basso, fuori discussione).

Chissà quanti Olinto de Pretto esistono e non beccano nemmeno uno straccio di dottorato nelle università, chissà quante anticipazioni esistono già, di cui ora nessuno può valutare l'importanza.

Non siamo riusciti a dimostrarlo, ma siamo convinti che Amadeo conoscesse Fantappié attraverso letture dell'epoca e anche attraverso la sua conoscenza di matematici come Caccioppoli e Severi. Abbiamo letto diversi volumi pubblicati dall'editore attuale di Fantappié, dei suoi allievi e di altri scienziati che in un modo o nell'altro si collegano ai loro studi (sono in bibliografia nel libro "spaziale"). Alcuni di questi autori sono impregnati di mistica bergsoniana e non sono ben visti dal fronte del materialismo volgare. Comunque, il fatto che tu abbia letto gli stessi misconosciuti autori ai quali la nostra ricerca ha deterministicamente condotto, è molto significativo.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 1 - settembre 2000.)

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