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Unico tipo di guerra possibile?

"Sono stato colpito da una vostra affermazione: in una vostra newsletter e nell'ultima riunione pubblica a Torino avete detto che l'attentato a Washington e New York rappresenta il solo tipo di guerra possibile oggi contro gli Stati Uniti. Sono d'accordo con voi sul fatto che non si tratta di un attentato alla Sante Caserio ma di un gesto che richiede preparazione, competenza, capacità esecutiva, vasta struttura operativa, organizzazione moderna ed efficiente. È certo giusto inquadrare queste "pulsioni dei rapporti materiali" nel complesso della crisi e dei rapporti intraborghesi anche per la destinazione della rendita petrolifera. Ma non riesco a capire in che modo questi attentati e la susseguente reazione "antiterroristica" rappresentino la forma unica della guerra attuale, sia pure contro un paese imperialistico ultrapotente. Chi ci impedisce di ipotizzare che, nell'acuirsi delle contraddizioni del modo di produzione dominante, non si aprano delle crepe nella coalizione superimperialistica apparentemente compatta, per ricostruire dei contrasti "classici" fra gruppi di stati in concorrenza fra loro per il dominio capitalistico?

Dobbiamo credere che il dominio imperialistico USA è dato per sempre e che l'unica alternativa sia o rivoluzione o dominio USA? Non sarebbe questa un'ipotesi da "fine della storia"? Non è pensabile che il dominio del gendarme globale possa essere contestato da altre forze o coalizioni di Stati pronti e disponibili a sfidarlo sul terreno della supremazia imperialistica? In fin dei conti assistiamo in questi giorni al tentativo di Francia e Germania di contrastare la strapotenza americana proprio sul piano della guerra che gli Stati Uniti preparano in Medio Oriente. Questo fenomeno potrebbe estendersi: anche Russia e Cina stanno frenando, anche se ovviamente per ora con effetti pari a zero".

 

Sul sito, nei volantini e nelle riunioni pubbliche sul tema, abbiamo insistito nel definire "guerra" l'attacco agli Stati Uniti, ma non esiste certo una nostra peculiare "teoria dell'unica possibilità". Il 12 settembre, cioè il giorno dopo i fatti, sapevamo ben poco sulla loro dinamica (e nulla sulle forze coinvolte), ma eravamo certi che qualunque essa fosse, si inseriva perfettamente nel processo di guerra continua che la nostra scuola voleva sistematizzare con un lavoro (mai fatto purtroppo) su una teoria della guerra imperialistica (riunione di Bologna, 1960).

Nell'epoca dell'imperialismo di segno americano, nessuno può fare guerra frontale agli Stati Uniti con metodi classici e le "pulsioni dei rapporti materiali" si debbono per forza esprimere attraverso manifestazioni "improprie" della guerra. A meno di non immaginare un mondo in cui la guerra la fanno solo gli americani contro gli altri, ma in questo caso cadrebbe la definizione stessa di "guerra" e ci troveremmo automaticamente a discutere di un altro tipo di fenomeno.

Dunque non ci sembrava corretto chiamare semplicemente "attentati" quelli di Washington e di New York, ed era facile prevedere che la cosa non finisse lì. D'altra parte non è vero che concepiamo questa guerra come l'unica forma di guerra possibile degli Stati Uniti e contro di essi; ci sono le guerriglie, le guerre commerciali sotterranee e soprattutto finanziarie, la guerra del petrolio che dal '74 sottrae plusvalore all'Europa e al Giappone. Sosteniamo che per ora non vi siano all'orizzonte possibilità reali di guerra "classica" agli Stati Uniti, neppure da parte di coalizioni di altri stati, per la semplice ragione che il colosso americano è importatore netto e a tutt'oggi il compratore delle merci di Europa e Giappone, che invece sono esportatori netti con gravi problemi per mantenersi tali.

Insomma, per ora i concorrenti degli USA sono anche i primi a guadagnare dalla salute dell'America. C'è poi una questione "tecnica" che per la sua imponenza diventa "politica" o, se vuoi, continua la politica con altri mezzi, annichilendo ogni velleità bellicosa contro gli USA: la superiorità dell'armamento americano in ogni senso. Essa non si manifesta solo con aerei migliori o bombe intelligenti, aggeggi che anche gli europei e i giapponesi saprebbero produrre; la superiorità americana si manifesta con il riflesso del lavoro sociale nella guerra come sistema militare planetario. Nessuno è in grado di opporre a questo stato di cose un qualcosa di diverso, perché ogni sistema locale europeo e giapponese non è che un tassello del sistema globale americano, che ovviamente non è fatto per condurre una guerra contro sé stesso. Un riassetto di questi sistemi locali verso un sistema generale "federato" contro gli USA richiederebbe decenni e non avrebbe nessuna possibilità di realizzarsi per la semplice ragione che non potrebbe essere realizzato in segreto al di fuori dei rapporti esistenti.

Da molto tempo prima che fosse pubblicata la dottrina americana della "guerra preventiva" diciamo che gli Stati Uniti, di fronte all'emergere di un'altra potenza pari alla loro (Cina, India, fra qualche decennio), si vedrebbero costretti ad agire in prevenzione, e un eventuale paese ribelle sarebbe subito messo sotto tiro con armi "non convenzionali", di tipo finanziario, terroristico, separatista, ecc., fino all'intervento diretto di tipo iugoslavo (cfr. L'imperialismo delle portaerei, "Progr. Com." n. 2 del 1957). Il Giappone avrebbe bisogno di espansione economica attraverso mercati controllati, specie nel continente asiatico, ma la sua condizione insulare lo mette in una situazione di vulnerabilità estrema; lo sfogo sulla terraferma e la libertà di traffico nel Pacifico gli sono entrambi negati, per questo motivo sta soffocando per troppo capitale.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 10 - dicembre 2002.)

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