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  • Venerdì, 20 Febbraio 2015

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  • Resoconto teleriunione  17 febbraio 2015

Il capitalismo crolla?

La teleconferenza di martedì sera, presenti 12 compagni, è iniziata prendendo spunto da una recente corrispondenza sul "crollo del capitalismo", ovvero sulla natura transitoria del capitalismo e sulla sua inesorabile fine. È noto che Marx per "comunismo" intendeva una dinamica in corso e non uno schema sociale da raggiungere; dovrebbe essere altrettanto noto che egli intendeva per "dinamica in corso" la liberazione degli elementi di comunismo anticipati in questa società così com'è, altrimenti ogni tentativo di farla saltare sarebbe donchisciottesco. La profonda crisi sistemica che stiamo vivendo ha smosso la terra sulla bara dello zombie ed ecco che questi è di nuovo apparso fra i viventi e blatera seminando confusione: "attenzione, è vero che il capitalismo è transitorio, ma se non si dice che verrà abbattuto dal proletariato con la conquista del potere politico sarebbe come dire che, data la fine inevitabile, è inutile agitarsi, basta aspettare che cada da sé come una mela marcia".

Se una società è intrinsecamente transitoria a causa di certe leggi ben individuate e perciò è destinata ad essere sostituita, è così e basta, i particolari della morte vengono dopo. Cioè prima vengono le inesorabili leggi, poi le modalità secondo le quali si muovono gli uomini vincolati dalle leggi stesse.

Ora, può darsi che da qualche parte Lenin abbia premuto un po' troppo l'acceleratore sulla funzione primaria del partito e sull'insurrezione come "arte", ma non si è mai sognato di trascurare le leggi del divenire sociale per fornicare con lo stupido attivismo dei facitori di rivoluzioni a comando. La nostra corrente aveva precisato caricando la dose: le rivoluzioni non si fanno, si dirigono. Aveva semplicemente detto in altro modo ciò che i "marxisti" non capiranno mai: il comportamento sociale è trattabile secondo le stesse modalità scientifiche con cui trattiamo il comportamento della materia; "sospendere" il determinismo e le leggi oggettive quando si passa dal mondo fisico a quello sociale significa precipitare nella metafisica.

La teleriunione è proseguita analizzando l'avanzata dello Stato Islamico in Libia. Il governo italiano comincia a prendere in considerazione l'idea di un'azione militare in territorio libico. L'Italia, ha affermato il titolare della Farnesina, "sta sostenendo le Nazioni unite che cercano di trovare una mediazione tra le diverse forze", ma se non fosse possibile trovare una mediazione "bisogna porsi il problema con le Nazioni unite di fare qualcosa di più. Non possiamo accettare l'idea - ha proseguito Gentiloni - che a poche ore dall'Italia in termini di navigazione ci sia una minaccia terroristica attiva". Ma prima di qualunque mossa, gli occidentali devono darsi un progetto a lungo termine, trovare degli interlocutori in loco e stringere delle alleanze. Si tratta di intervinire in uno stato esploso dove sono in piedi due governi che si disconoscono a vicenda, e dove nessuno ha intenzione di mandare migliaia di soldati per controllare il territorio. Oramai allestire governi fantoccio eterodiretti dall'imperialismo è sempre più difficile, lo sta a dimostrare il fallimento del nation building in Iraq. Le consuete strategie non funzionano più: questa è la quarta guerra mondiale, quella del collasso degli Stati.

L'IS ha preso atto di questa realtà adottando una efficace strategia comunicativa globale, le azioni terroristiche a Parigi e Copenaghen ne sono la prova.

Il governo egiziano è molto preoccupato per l'evolvere della situazione nella confinante Libia e addirittura l'università al-Azhar (uno dei principali centri d'insegnamento religioso dell'Islam sunnita) si è scagliata contro lo Stato Islamico. Bisogna inoltre ricordare la variabile indipendente rappresentata dal proletariato: gli scioperi degli operai egiziani continuano e la repressione statale non si limita a colpire i Fratelli Musulmani, colpisce anche le componenti laiche che hanno partecipato alla rivolta di Piazza Tahrir, come ad esempio il Movimento 6 aprile. La situazione sociale egiziana è talmente carica di tensione che le manifestazioni arrivano subito a un livello altissimo di violenza.

Quando le popolazioni immiserite cominciano a non avere nulla da perdere se non le proprie catene, sono costrette ad armarsi e combattere: durante la rivolta di Piazza Tahrir in molti quartieri del Cairo sono nati comitati popolari di autodifesa. In Libia le milizie hanno saccheggiato caserme e depositi e per le strade si trovano mercatini in cui si vendono le armi. Cosa può succedere allora nelle megalopoli in caso di guerra su più fronti e collasso delle infrastrutture?

Abbiamo chiuso la teleconferenza segnalando un articolo del Sole24Ore sull'aumento del debito mondiale. In totale il debito pubblico e privato del nostro Pianeta sfiora, secondo un recente studio di McKinsey, i 200 mila miliardi di dollari, pari al 286% del Pil mondiale. E non accenna a fermare la sua crescita: "Non ci sono solo la Grecia, il Giappone o l'Italia. In tutto il mondo sviluppato la bomba atomica del debito continua a diventare sempre più ingombrante. E inquietante. Lo sanno bene gli americani che ogni giorno passano da Times Square, a New York, dove c'è un grande 'orologio del debito' che indica a che livello sono gli Stati Uniti. Dal 2007 la bomba a orologeria globale è aumentata di 57mila miliardi di dollari, ossia circa 25 volte l'intero debito pubblico italiano. Di questi, quasi la metà è composta proprio da debito governativo."

Tutto è collegato, per cui il crollo di un piccolo paese come la Grecia può innescare ripercussioni sull'assetto globale del capitalismo: il famoso battito d'ali di farfalla capace di provocare un uragano dall'altra parte del mondo.

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