Più del 73% dell'acciaio mondiale è prodotto in Asia. La Cina è di gran lunga il maggiore produttore: nel 2022 ha realizzato oltre 1.013 milioni di tonnellate, pari al 54% della produzione globale.
Nel capitalismo la guerra è la continuazione della politica e dell'economia con altri mezzi. La borghesia, anche la più pacifista, non può che soggiacere a determinate spinte, come la ricerca di nuovi mercati e di nuovi sbocchi per la valorizzazione del capitale. In una fase di generale asfissia dell'attuale modo di produzione, segnata dalla caduta del saggio di profitto, la concorrenza tra capitali spinge alla ricerca di nuove aree di investimento e di espansione. La Germania e l'Ucraina hanno recentemente siglato accordi per la produzione di droni, impiegati da Kiev nella guerra con la Russia. Da anni i paesi europei sostengono l'economia ucraina attraverso l'erogazione di prestiti e la fornitura di armamenti.
Nell'aprile del 2026 il Ministero della Difesa tedesco ha pubblicato un documento di strategia militare, Verantwortung für Europa ("Responsabilità per l'Europa"), motivato dalla crescente insicurezza determinata dall'espandersi della crisi e dei conflitti, soprattutto nei paesi limitrofi. Il piano militare si pone l'obiettivo non soltanto di fare della Germania l'esercito convenzionale più importante d'Europa, ma di svilupparne il ruolo di forza guida del Continente. Dopo una prima fase (2026-2029) orientata al rapido potenziamento delle capacità difensive e al consolidamento delle forze esistenti, nella seconda fase (fino al 2035) è previsto un significativo incremento militare in tutti i settori, al fine di assumere un ruolo centrale in Europa. La terza fase, da completarsi entro il 2039, prevede il raggiungimento della superiorità tecnologica. In ballo ci sarebbero 355 miliardi di euro di investimenti da spalmare in 15 anni.
Nella prefazione a "Vae victis Germania!" si ripercorre la storia della Germania, partendo dall'analisi di uno scritto di Engels del 1877, "Ciò che attende l'Europa". Il testo mette in evidenza l'effetto delle umiliazioni storiche sul comportamento militare della nazione tedesca e del suo esercito. La sconfitta e l'umiliazione furono salutari portatrici di un insegnamento immediato, ma la Germania non riuscì a trasformare quell'esperienza in un patrimonio permanente. La dottrina militare aveva registrato le cause materiali della sconfitta, ma non riuscì ad influenzare la società tedesca nè l'esercito.
Oggi la Germania punta a costruire una forza militare di 460 mila uomini, di cui 200 mila riservisti. Un progetto di questa portata implica una rivoluzione interna, sul piano politico, economico e culturale. Ma in questo mondo in guerra, alle prese con il marasma sociale, vi è un terzo incomodo capace di mandare all'aria tutti i piani della borghesia: il proletariato, l'esercito dei senza riserve che cresce ovunque e non ha nulla da perdere in questa società.
L'industria tedesca, compreso il settore bellico, essendo subordinata a quella americana, cerca spazi di autonomia. Repubblica Ceca, Romania, Paesi baltici e Paesi Bassi rientrano nella sfera d'influenza tedesca. La Bundeswehr ha stabilito relazioni bilaterali formali con gli eserciti di Austria, Norvegia, Svezia ed Estonia. La Germania, da periferia del blocco egemone statunitense, punta a diventare il centro d'Europa, cercando di trasformare la propria debolezza in forza, cioè di volgere a proprio vantaggio l'insicurezza europea determinata dall'offensiva russa in Ucraina e la "ritirata" degli USA dalla NATO. Pena il proprio declino, il paese tedesco è costretto a muoversi, provocando contraccolpi tutto intorno.
L'industria automobilistica tedesca è minacciata dalla concorrenza cinese: i tre colossi dell'auto, BMW, Mercedes-Benz e Volkswagen, hanno perso un quinto dei volumi di vendita rispetto allo scorso anno. Il Corriere della Sera lancia l'allarme: nel corso del 2026 la Cina potrebbe arrivare ad esportare 10 milioni di automobili, oltre il doppio rispetto all'export giapponese (4 milioni) e tedesco (3,2 milioni). Nel solo mese di giugno Pechino ha registrato un aumento del 71% delle esportazioni di veicoli rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente, con un avanzo commerciale di 126 miliardi di dollari.
Il pianeta è piccolo, non c'è spazio per tutti. La riconversione bellica dell'industria tedesca non è dunque un'opzione politica contingente ma una risposta automatica del sistema ("Vulcano della produzione o palude del mercato?", 1954), così come lo sono i dazi americani.
Berlino scopre di non essere più la locomotiva d'Europa e nemmeno il grande esportatore di automobili (e sistemi di macchine), e inizia a fare i conti con i grandi marchi cinesi, che mettono in campo costi più competitivi. Volkswagen ha annunciato la chiusura di diversi stabilimenti in Germania e il licenziamento di 50mila dipendenti (alcune fonti ipotizzano fino a 100mila esuberi). Il sistema industriale tedesco si era orientato intorno alla produzione di automobili. Negli ultimi decenni la fabbrica si è distribuita sul territorio attraverso una fitta rete di fornitori e subfornitori, cui sono state affidate produzioni specializzate di singoli componenti. In questo ecosistema produttivo è coinvolta anche una parte della struttura industriale del Nord Italia.
Nei lavori sulla socializzazione fascista (n+1, n. 47), abbiamo visto come la Volkswagen (letteralmente: auto del popolo) sia stata il modello che, con la sua realizzazione, contribuì alla trasformazione della Germania, portando alla costruzione di autostrade e ponti, e all'ammodernamento del territorio, anche dal punto di vista geopolitico. I licenziamenti annunciati dal grande gruppo automobilistico rappresentano la crisi di un modello politico e sociale.
Il tentativo di riconvertire l'industria automobilistica non è così semplice: il potenziamento dell'industria bellica implica l'impiego di sistemi produttivi automatizzati. Inoltre, la crisi industriale ed economica si accompagna a quella politica. Il partito populista AFD, secondo i sondaggi, si attesta intorno al 30% delle preferenze; al suo interno sono presenti componenti filorusse. La prospettiva di un nuovo patto corporativo, attraverso la militarizzazione in breve tempo dell'industria e della società, appare di difficile attuazione, anche perché le giovani generazioni non accettano di buon cuore di farsi intruppare. Le spinte disgregatici provengono dall'esterno, ma anche dall'intero del sistema.
Nei prossimi anni in Germania potrebbero innescarsi spirali catastrofiche determinate dalla crescita della disoccupazione, dall'affermazione di partiti populisti come l'AFD, dalla recessione e dall'eventuale scoppio di una bolla finanziaria. Questo insieme di fattori potrebbe mettere in moto il proletariato tedesco, uno dei più organizzati, che potrebbe utilizzare la "disciplina di fabbrica" per fini diversi dalla valorizzazione del capitale.
Dal fronte mediorientale giungono altri elementi che confermano il quadro di instabilità generale, tra marasma sociale e guerra. Il memorandum d'intesa tra Stati Uniti e Iran del 17 giugno si è dimostrato senza futuro. Sono ripresi i bombardamenti americani e con essi il blocco dello Stretto di Hormuz. Le ostilità tra i due paesi sembrano senza via d'uscita. Anche Israele si trova in un vicolo cieco: Tel Aviv, come fa notare Lucio Caracciolo, oltre ad avere sette fronti di guerra aperti, ne ha un ottavo al proprio interno. Gli ebrei ultraortodossi non riconoscono lo Stato di Israele e si rifiutano di entrare nell'esercito; a questi si somma un 20% della popolazione israeliana di origine araba, esentata dal servizio militare. Ci sono poi i Refuseniks, i giovani israeliani che rifiutano la guerra per ragioni politiche, etiche o morali. Migliaia di riservisti israeliani sono da tre anni al fronte, non lavorano e l'economia ne risente. Dopo l'Iran, il nuovo nemico esistenziale per Israele è rappresentato dalla Turchia, che sta penetrando in Siria, paese confinante con lo Stato ebraico. Il problema è che la Turchia è il secondo esercito più potente della NATO, dopo quello degli Stati Uniti.

