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  • Venerdì, 30 Dicembre 2016

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  • Resoconto teleriunione  27 dicembre 2016

Crisi cronica, guerra infinita

La teleconferenza di martedì sera, presenti 5 compagni, è iniziata commentando gli effetti della guerra generalizzata.

Un compagno ha segnalato la marcia civile per la pace da Berlino ad Aleppo, partita lo scorso 26 dicembre con lo scopo dichiarato dagli attivisti di raggiungere la martoriata città siriana e porre fine alla guerra. A parte gli slogan senza alcun contenuto empirico, è fin troppo evidente che la guerra moderna tocca il mondo intero e schiera partigiani, mobilitando tutta la società. Il pacifismo borghese è un moto morale dell'individuo completamente slegato dalla realtà dei fatti, assolutamente incapace di influire sugli avvenimenti; e quindi non è neppure da prendere in considerazione se non come fenomeno sociale.

La corrente a cui facciamo riferimento ha prodotto diverso materiale sul pacifismo, durante la teleconferenza abbiamo letto alcuni passi dal filo del tempo Tartufo o del pacifismo:

"Il marxista non è pacifista, per ragioni identiche a quelle che non ne fanno, ad esempio un anticlericale: egli non vede la possibilità di una società di proprietà privata senza religione e senza chiese, ma vede finire chiese e credenze religiose per effetto della abolizione rivoluzionaria della proprietà. L'ordinamento della schiavitù salariata vivrà tanto più a lungo quanto più a lungo i suoi complici faranno credere che, senza sovvertirne le basi economiche, sia possibile renderlo immune da superstizioni religiose, o eliminarne la eventualità di guerre, e togliergli gli altri suoi caratteri retrivi, o brutali".

Ad una crisi cronica deve corrispondere una guerra cronica, addirittura infinita, che i borghesi sono arrivati a teorizzare. La guerra non può essere staccata arbitrariamente dal contesto sociale e produttivo del quale fa parte, non la si può eliminare senza abolire il sistema della schiavitù salariata.

Aleppo rasa al suolo o Berlino sotto attacco sono due manifestazioni di una stessa condizione cronica in cui versa il capitalismo. Più volte abbiamo affermato che l'accumulo di potenziale tellurico che ha incominciato a sconvolgere il mondo nel 2011 è un fenomeno unitario dovuto alla crisi senile del capitalismo. È arbitrario e quindi sbagliato collocare su piani diversi i movimenti di paesi diversi, come ad esempio Egitto e Stati Uniti. In Siria c'è stata un'accelerazione che ha prima disintegrato lo Stato (stessa sorte per la Libia, lo Yemen, l'Iraq, giusto per restare in Medioriente) e poi ha precipitato la situazione in un cataclisma generale dove decine di fazioni si scontrano per procura, un caos in cui nessuno, nemmeno gli Stati Uniti, riescono a trovare una qualche forma di controllo.

Per uscire dal vortice di contraddizioni capitalistiche non si può certo restare all'interno del sistema stesso, bisogna cambiare paradigma. L'estrema dissipazione di energia sociale è evidente in tutti i campi, basti vedere la necessità sempre più massiccia di ricorrere a pillole e psicologi per sopravvivere alla vita senza senso.

In chiusura di teleriunione si è accennato alla polarizzazione sociale emersa con il referendum costituzionale: la stragrande maggioranza dei giovani ha votato No manifestando un disagio molto più profondo di quello legato ad una X da apporre su di un cartoncino. Saranno gli effetti materiali della legge della miseria crescente intesa come aumento di coloro che restano senza riserve? In molti affermano che il movimento Occupy Wall Street è stato sconfitto. Poniamo che sia vero, ma con ciò non sono sparite le determinazioni che l'hanno fatto nascere (we are the 99%) e diventare quello che è stato. Vorrà dire che morto OWS nascerà un altro movimento che ne raccoglierà il lascito fondamentale e butterà finalmente alle ortiche gli orpelli demo-pacifisti.

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    La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie riguardanti le tecnologie impiegate nelle guerre moderne.

    Secondo le stime più recenti, l'Ucraina produce circa quattro milioni di droni l'anno, ma nel 2026 punta quasi a raddoppiarne la produzione; la Russia procede in modo simmetrico, aumentando a sua volta i propri ritmi produttivi. Se Kiev mantiene un vantaggio negli attacchi con droni a lungo raggio, sta però esaurendo i missili intercettori, e in alcuni casi il tasso di intercettazione dei missili balistici russi è sceso fino quasi allo zero.

    Da anni producono droni a scala industriale anche l'Iran e la Turchia, che si sono candidati a offrirli sul mercato: si tratta di vettori di vario tipo e natura, sempre più difficili da intercettare. Negli ultimi anni, con l'avvento di sensori e attuatori autonomi, di velivoli senza pilota e di missili ipersonici, sta cambiando il modo di fare la guerra. Come in fabbrica, gli uomini sono divenuti appendici delle macchine.

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    L'editoriale di Limes, "Professione: tedesco", sottrae la logica del riarmo tedesco alle sue cause materiali, economiche e sociali, per ricondurla allo spirito di un popolo in crisi d'identità. Al contrario, il nostro punto di riferimento non sono le idee, ma i dati, ad esempio quelli relativi alla produzione di acciaio. Nel filo del tempo "Sua maestà l'acciaio" (1950), leggiamo:

    "La guerra in epoca capitalistica, ossia il più feroce tipo di guerra, è la crisi prodotta inevitabilmente dalla necessità di consumare l'acciaio prodotto, e dalla necessità di lottare per il diritto di monopolio a produrre altro acciaio."

    Anche se non è detto che sia "ancora l'acciaio l'indice espressivo del modo di produzione capitalistico, utile al confronto dello sviluppo industriale tra i vari paesi", esso resta comunque un indicatore significativo.

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    Come abbiamo scritto in "Capitale e teoria dello sciupìo", lo sciupìo più grande è quello che non si vede, quello del lavoro non pagato:

    "Lo sciupìo nascosto sta proprio lì: se siamo arrivati a un così alto rapporto fra lavoro e pluslavoro significa che la dissipazione di energia umana nel solo ciclo produttivo è pari almeno a quel rapporto."