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  • Venerdì, 14 Giugno 2019

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  • Resoconto teleriunione  11 giugno 2019

Conservare la linea del futuro

La teleconferenza di martedì sera, presenti 11 compagni, è iniziata commentando le manifestazioni in corso ad Hong Kong.

Sono più di un milione, secondo gli organizzatori, le persone scese in strada nell'ex colonia britannica per contestare il progetto di legge che prevede l'estradizione in Cina dei cittadini sospettati di un crimine con pena superiore ai sette anni di detenzione. Il timore che l'indipendenza giudiziaria venga meno a causa dell'ingerenza cinese sarebbe stata la scintilla che ha fatto scattare la rivolta, ma al di là dei problemi specifici quando scende in strada un numero così ampio di persone vuol dire che c'è qualcosa che va oltre l'immediato. Hong Kong non è nuova a queste vampate di collera sociale: nel 2014 il movimento Umbrella Revolution aveva riempito le piazze per giorni e giorni.

Nella regione amministrativa speciale vivono circa 7,5 milioni di persone con una densità di 6500 abitanti per kmq; questo significa che uno su sette ha partecipato alle proteste. Insieme alla vicina Shenzhen, che conta 12,5 milioni di abitanti, o ad altre città cinesi, che raggiungono i 30, la città-stato di Hong Kong fa parte della schiera delle metropoli monster: immensi insediamenti umani sempre più difficili da controllare.

Proteste anche molto violente sono in corso in Albania, e in Sudan dove le manifestazioni sono iniziate lo scorso 18 dicembre in seguito all'annuncio del governo di voler triplicare il prezzo del pane. Dopo mesi di assedio ai palazzi governativi e di scontri con la polizia, i manifestanti hanno ottenuto la cacciata di Al Bashir che è stato sostituito dall'esercito. Il "movimento" ha continuato a protestare pretendendo l'azzeramento dei vertici militari e una transizione del potere ai civili, e ha organizzato un presidio permanente davanti al quartier generale dell'esercito a Khartoum. Nei giorni scorsi i soldati hanno violentemente sgomberato il presidio, uccidendo più di un centinaio di persone e provocando centinaia di feriti. L'occupazione in pianta stabile di un'area urbana ricorda il modus operandi di Occupy Wall Street: prendere uno spazio, liberarlo dall'influenza della società presente, e dare vita a nuovi rapporti sociali.

Che sia in corso un cambio di paradigma? C'è da augurarselo: se non si rompe con l'ideologia dominante, nessun cambiamento sarà possibile. Detto questo, bisogna tener presente che:

"Una formazione sociale non perisce finché non si siano sviluppate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza." (K. Marx, Prefazione a Per la Critica dell'economia politica)

E' almeno dal 2010 che assistiamo a un susseguirsi di manifestazioni, proteste e rivolte in giro per il mondo. Se esiste una freccia del tempo (ed esiste) si andrà sempre più nella direzione di movimenti di massa non rivendicativi. OWS si è spento in un modo un po' freddo, ma così facendo ha evitato di diventare l'ennesimo partitino-movimento di sinistra. L'opportunismo non è più quello di una volta, centralizzato, ben organizzato e influente sulle masse proletarie. E' difficile immaginare i moderni precari organizzarsi in sindacati corporativi e ottenere condizioni lavorative e contrattuali stabili: quel mondo si sta dissolvendo.

Tutto è in movimento. Le principali capitali africane sono mine pronte ad esplodere. Luanda, la capitale dell'Angola, ha 2,5 milioni di abitanti; Kinshasa 17 milioni; Il Cairo 18 e Lagos più di 16. Lo sviluppo caotico e rapidissimo del continente africano degli ultimi anni (vedi i giganteschi investimenti cinesi) ha portato l'area a vette di assurdità: quando 10 o 15 milioni di esseri umani vengono urbanizzati in pieno deserto, di che razza di capitalismo si sta parlando? Sono metropoli dove intorno non c'è nulla. Cosa potrebbe succedere se saltasse il sistema di approvvigionamento di viveri e beni di prima necessità?

Sul fronte italiano sono state segnalate le diverse crisi aziendali che colpiscono migliaia di lavoratori. La settimana scorsa sono scesi in sciopero i lavoratori pubblici, preceduti dai pensionati. Per il prossimo 14 giugno è prevista lo sciopero generale dei metalmeccanici. Sono centinaia le vertenze sul tavolo del Mise: dall'Ilva con circa 1400 lavoratori in cassaintegrazione, al caso Whirlpool con 1400 esuberi, a quello del Mercatone Uno, e tanti altri. All'interno delle grandi fabbriche solo una parte dei lavoratori è "stabile", mentre è sempre più grande la porzione assunta con contratti precari. Secondo gli stessi studi della borghesia, dentro e intorno ai grossi siti chimico-industriali, uno tra tutti l'Ilva di Taranto, sono in aumento le patologie, i tumori e le morti per inquinamento. I movimenti ecologisti e quelli contro le devastazioni ambientali, se fossero conseguenti, dovrebbero scagliarsi contro il capitalismo e non semplicemente contro i suoi effetti.

Ritornando allo scontro capitale-lavoro, da mesi è un susseguirsi di incidenti, anche mortali, nel settore del food delivery. L'ultimo è avvenuto a Bologna dove a perdere la vita è stato un fattorino di 51 anni, investito da una volante della polizia. Immediatamente è scattata una manifestazione a Bologna e poi a Firenze, e numerosi striscioni sono stati esposti in varie città d'Italia. Qualcosa di molto simile si era verificato la settimana precedente quando un lavoratore di Glovo era stato investito a Barcellona. Del tutto spontaneamente si era messa in moto una rete di solidarietà fatta di azioni di lotta e di mutuo appoggio che superava i confini nazionali. E' vero che per adesso i numeri dei lavoratori coinvolti sono esigui, ma è altrettanto vero che il futuro del lavoro, soprattutto per le nuove generazioni, è precarietà e zero garanzie. I confederali scrivono piagnosi comunicati di solidarietà quando muore un salariato, ma la verità è che non fanno niente per fermare questo stillicidio. Se il rapporto di lavoro diventa selvaggio, anche la lotta lo diventa. Classe contro classe, senza alcuna mediazione. La lotta è per la sopravvivenza, per la vita, che viene messa a repentaglio dalle folli esigenze di accumulazione del Capitale.

Per concludere: urge un cambio di paradigma, urge il superamento di quello democratico basato sui diritti e sui doveri. Serve cambiare aria per non rimanere soffocati. Il movimento Occupy, come abbiamo detto, ha espresso caratteri universali, essendo una critica globale al sistema dell'1%; nemmeno il movimento dei gilet jaunes, che da mesi scende in piazza scontrandosi con la polizia, è riuscito a raggiungere quel tipo di critica allo stato di cose presente. Sono pochi oggi i militanti che cercano di rappresentare l'antiforma, che lottano quindi contro ogni omologazione, sia quella riformista e conformista borghese, sia quella falso-alternativa (terzinternazionalista o movimentista). Nostro compito è "conservare la linea del futuro" di classe (Proprietà e capitale, cap XVII), continuando ad elaborare sulla base dei potenti semilavorati che la nostra corrente ha lasciato in eredità, da quelli sullo sciupìo capitalistico e quelli sullo sviluppo organico del partito della rivoluzione.

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