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  • Resoconto teleriunione  14 ottobre 2025

Invarianza fra scale diverse di fenomeni sociali

La teleriunione di martedì sera è iniziata riprendendo gli argomenti trattati durante lo scorso incontro redazionale (11-12 ottobre).

Nel nostro lavoro il principio di "invarianza" è fondamentale: che si tratti di una rivoluzione, di una rivolta o di uno sciopero, possiamo trovare fenomeni di auto-somiglianza a diversità di scala.

La lotta di classe è insopprimibile all'interno della presente forma sociale, per questo non ci può essere armonia tra le classi, ma solo il tentativo di contenere il disordine. Il capitalismo si è storicamente dotato di diversi strumenti per auto-regolarsi: dal fascismo al keynesismo, fino alla realizzazione delle istanze riformistiche della socialdemocrazia ("La socializzazione fascista ed il comunismo").

In "Struttura frattale delle rivoluzioni" abbiamo sostenuto che un sistema come quello capitalistico può restare stabile per decenni mediante l'auto-regolazione dei propri processi, proprio come un termostato che interviene quanto la temperatura si abbassa (accendere la caldaia) o quando fa troppo caldo (spegnere la caldaia).

"La rottura, o biforcazione catastrofica, è preceduta da uno stato caotico in cui ogni minima fluttuazione può essere estremamente amplificata da fenomeni di feedback positivo. Il futuro del sistema diventa imprevedibile se non si conosce la storia delle condizioni al contorno che hanno provocato lo stato attuale (René Thom, determinista; gli indeterministi sostengono invece che il sistema diventa imprevedibile e basta). In tale stato, una fluttuazione più ampia o una sincronia di condizioni catapultano il sistema ad uno stadio superiore il quale procede in un nuovo stato stabile." ("Struttura frattale delle rivoluzioni")

Giunti alla fase senile del capitalismo, superata una certa soglia, i meccanismi di autocontrollo vanno in crisi e la retroazione da negativa (equilibrio) diventa positiva, portando il sistema ad una profonda instabilità. Quando le situazioni sono mature determinati processi, che prima venivano contrastasti dall'auto-regolazione dei flussi di energia interna al sistema, diventano ingovernabili. In diverse aree del mondo scendono in piazza centinaia di migliaia di persone: se le formiche comunicano attraverso i feromoni, gli uomini lo fanno tramite gli smartphone e i social network ("Mille città").

Anche la guerra è un fenomeno invariante che punteggia l'evoluzione della nostra specie. Nella fase senile del capitalismo essa non è un incidente di percorso, ma il modo di essere di una società che non ha altre strade percorribili. La guerra è tra Stati e all'interno degli stessi, e tra classi sociali. Negli articoli sul wargame abbiamo visto come lo sviluppo di tali modelli debba tenere presente di un determinismo soggiacente. Le Tesi sulla tattica del PCd'I (Roma, 1922) sono un wargame prodotto dall'esperienza maturata dal proletariato, dal bilancio fatto sulle esperienze passate; sono un prodotto storico ed allo stesso tempo un fattore di storia. Perché ci sia un wargame bisogna che ci siano almeno un paio di giocatori; se aumenta il numero di giocatori, il sistema diventa complesso perché ci sono feedback multipli ed incrociati, azioni e retroazioni che non dipendono dalla "volontà" di qualcuno. Basta seguire con attenzione le dinamiche geopolitiche mondiali per capire che nessuno è libero di fare ciò che vuole, perché ogni Stato, ogni attore geopolitico, è condizionato dalle azioni altrui.

Nella produzione dei wargame contano sempre di più i computer, le tecnologie di intelligenza artificiale, i sistemi automatici di raccolta dati. La società di investimento BlackRock dispone di un software, Aladdin (acronimo di "Asset liability and debt derivates investment network"), che elabora i dati ricevuti da una vasta rete di sensori e "decide" di conseguenza dove indirizzare gli investimenti. Gli operatori umani diventano sorveglianti di un sistema che tende ad autonomizzarsi.

Le classi ed i loro rappresentanti agiscono non perché abbiano preso coscienza, ma perché ci sono forze più grandi di loro che li spingono a farlo. Vi sono specie animali che mutano per adattarsi all'ambiente, mentre altre si estinguono. Lo stesso discorso vale per le correnti politiche e per i modi di produzione: solo i più adatti sopravvivono. La corrente a cui facciamo riferimento ha avuto una sua evoluzione, ha fatto dei bilanci, ha cristallizzato le lezioni delle controrivoluzioni in un corpo di Tesi, diventate una guida per l'azione. Al pari delle altre specie, l'uomo esplora l'ambiente circostante alla ricerca di ciò di cui necessita, e lo fa adoperando la funzione se... allora. Se quell'alimento è indigeribile, allora cercane un altro. Se la situazione generale è negativa, allora scendi in piazza.

Al momento della biforcazione rivoluzionaria, andare a destra oppure a sinistra non è dovuto al caso, non è, cioè, un elemento irriducibilmente casuale, aleatorio, come sostengono gli indeterministi, ma è determinato da tutto il passato e dall'intorno (condizioni al contorno) che ha portato a quell'evento. In ultima analisi, possiamo dire che la biforcazione esiste solo per noi, che non sappiamo sempre stabilire il suo esito. Il libero arbitrio non esiste e anche la volontà non è libera, in quanto deriva da una causa, e questa da un'altra ancora ("Sul libero arbitrio").

Come scrive il fisico Giuseppe Trautteur nel saggio Il prigioniero libero:

"Se la mente, tramite il cervello, ha la libera facoltà di indirizzare il corso dell'Universo in una specifica direzione tra due o più direzioni ipoteticamente possibili, ciò significa che occorre rivedere cos'è una legge di natura. Ci sarebbe una fondamentale e ancora sconosciuta connessione tra coscienza, volontà e natura ultima della materia."

Le rivoluzioni non sfuggono alle leggi della fisica. Nei "nostri" schemi di catastrofe facciamo rientrare la volontà delle masse come fattore storicamente determinato. Il superamento del dualismo oggetto/soggetto, auspicato da Marx e Bordiga, è oggi dato per assodato anche dagli studi sull'autorganizzazione: in un sistema qualunque, che sia un laser o una società, le varie parti si ordinano per mezzo del movimento sincrono dei singoli elementi asserviti. Nell'articolo "Rivoluzione anti-entropica" abbiamo messo a confronto tre schemi: quello di un sistema fisico, chimico o biologico basato sui concetti di "ordinatore" e "asservito" (sinergetica), quello disegnato da Einstein per rappresentare il processo della conoscenza ("Einstein e alcuni schemi di rovesciamento della prassi"), e quello marxista del capovolgimento della prassi ("Teoria e azione nella dottrina marxista").

Le notizie sulla cessazione dei combattimenti nella Striscia di Gaza hanno qualcosa di paradossale. Dopo mesi di bombardamenti e devastazione con migliaia di abitazioni ridotte ad un cumulo di macerie, dopo quasi 70 mila vittime di cui oltre 20 mila bambini, tutti i media esaltano l'operato del presidente americano, portatore di pace. Ma, propoganga a parte, è chiaro che le cause che hanno portato al conflitto sono ancora agenti. La guerra non dipende dalla volontà dei Grandi Uomini ma dalle contraddizioni interne al modo di produzione dominante, ad esempio dallo sviluppo ineguale del capitalismo. Dall'attuale situazione di marasma sociale e guerra si uscirà solo superando il capitalismo. Gli USA vedono il proprio ruolo di sbirro globale messo in discussione dall'emergere di altre potenze, che devono perciò contrastare, innescando così una serie di reazioni e contro-reazioni che hanno come teatro il mondo intero. La Cina, ad esempio, sta penetrando in diverse aree dell'Africa, della penisola arabica (Gibuti), del Sud America.

Nel Manifesto del partito comunista si afferma che la storia non la fanno i singoli, e nemmeno generici gruppi umani, ma le classi. Esse sono formate da molecole sociali che hanno interessi comuni e sono orientate da forze impersonali. La traiettoria generale dallo scontro tra classi è determinata dallo scontro sottostante tra modi di produzione.

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    "La guerra in epoca capitalistica, ossia il più feroce tipo di guerra, è la crisi prodotta inevitabilmente dalla necessità di consumare l'acciaio prodotto, e dalla necessità di lottare per il diritto di monopolio a produrre altro acciaio."

    Anche se non è detto che sia "ancora l'acciaio l'indice espressivo del modo di produzione capitalistico, utile al confronto dello sviluppo industriale tra i vari paesi", esso resta comunque un indicatore significativo.

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