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  • Resoconto teleriunione  27 ottobre 2026

Non basta la fotografia dell'evento, serve la cinematografia

La teleriunione di martedì sera è iniziata con la segnalazione di alcune notizie circa l'impiego sempre più massiccio dell'Intelligenza Artificiale (IA) in diversi ambiti.

La sezione "medica" di Microsoft ha sviluppato un sistema di IA in grado di compiere il percorso diagnostico di un paziente sulla base dei dati contenuti nelle cartelle cliniche: secondo gli sviluppatori i risultati sono notevoli e presentano un'accuratezza superiore a quella dei medici. Il sistema di Microsoft adotta una serie di agenti virtuali, che utilizzano approcci diversi: alcuni analizzano i dati, altri avanzano ipotesi, altri ancora richiedono esami mirati mettendo in luce aspetti specifici, procedendo con cautela ed evitando gli accertamenti non necessari. Il CEO di Microsoft AI, Mustafa Suleyman, parla apertamente di superintelligenza "medica" in grado di monitorare la salute del paziente.

In una puntata di "Eta Beta", un programma di Rai Radio 1, è stato affrontato il tema dei moderni maker ("artigiani digitali") che, anche utilizzando sistemi di IA, sviluppano progetti e producono prototipi di ogni tipo. Avendo a disposizione un sistema di IA non è più indispensabile essere "specializzati" né avere una laurea in ingegneria, né tantomeno saper programmare o usare il CAD: basta formulare una richiesta in linguaggio naturale e il sistema la traduce in codice o in progetto.

Sta emergendo un sistema complesso che riesce a trovare soluzioni a svariati problemi. In campo matematico, ad esempio, si stanno sviluppando nuovi metodi e si risolvono congetture che sembravano inaccessibili. L'IA ci riesce perché può esaminare miliardi di informazioni, cosa che un cervello umano faticherebbe a fare. L'avanzata di tali sistemi è stata possibile grazie all'immane quantità di dati che la nostra specie ha prodotto e accumulato nel corso del tempo, oggi diventata materia prima per le macchine.

L'enciclopedia contemporanea risiede ormai nel Web, e Wikipedia ne è una manifestazione. Nell'articolo "L'intelligenza al tempo dei Big Data" (n+1, n. 56) avevamo visto come si fossero formate due "scuole di pensiero": da una parte i difensori del metodo scientifico e dall'altra coloro che sostengono che i dati sarebbero in grado di autorganizzarsi e quindi la teoria non servirebbe più. Chris Anderson, che fa parte di una corrente ideologica che scaturisce dall'ambiente tecno-libertariano della Silicon Valley, è tra i sostenitori della tesi secondo la quale il diluvio di dati renderebbe antiquato il metodo scientifico. In realtà, metodo scientifico e analisi statistica - i Big Data - si compenetrano: la nostra conoscenza procede per assemblaggi, grazie a sensori e sistemi che abbiamo sviluppato nel corso dell'evoluzione, e l'intelligenza emerge dal comportamento collettivo di cellule, individui, algoritmi, ecc.

In un articolo pubblicato sul Corriere della Sera e in un'intervista all'Adnkronos, la fisica, scrittrice e divulgatrice scientifica Gabriella Greison propone di utilizzare la fisica dei sistemi complessi per "comprendere" quanto accade in questi giorni nelle piazze. Il rapporto tra esseri umani e reti non può essere compreso partendo da categorie filosofiche o politiche; il manifestarsi di comportamenti collettivi emergenti può essere letto con gli strumenti della fisica (anche Giorgio Parisi affronta questi argomenti nel saggio Le simmetrie nascoste). Sovente si rivolge l'attenzione all'individuo che scrive un comunicato, alla formazione politica dei partecipanti a una manifestazione, ai loro slogan o alle bandiere, mentre ciò che è fondamentale è il contesto sociale che produce determinate configurazioni, le quali retroagiscono sulla società permettendo a un dato fenomeno di autoalimentarsi. Evidentemente, se una forma organizzativa "prende il sopravvento" è perché collega in modo nuovo qualcosa che c'è già in Rete e riesce a diventare un attrattore per chi cercava quel tipo di soluzione.

Il "Movimento 17 Ottobre", di cui la polizia avrebbe individuato il presunto organizzatore, non è il prodotto di una mente singola ma di un processo sociale. I media scrivono del ruolo dei Russi, degli Iraniani, dell'Islam politico, che avrebbero "creato" a tavolino il movimento. Per scendere in piazza e produrre qualcosa di nuovo non servono tutti questi soggetti: basta guardare le bollette e il carrello della spesa, che pesano sulla grande maggioranza della società.

Il M1710 non ha fatto altro che registrare qualcosa che era "nell'aria" e riassumerlo in poche righe, producendo effetti sulla società: dall'allarmismo interessato di giornali e politici al tam-tam sui social, che ha sincronizzato la voglia di scendere in piazza. Ciò che è successo in Italia nelle ultime settimane si inserisce in quanto succede nel resto del mondo, dalla Francia al Portogallo, dall'Albania alla Serbia, dagli USA al Brasile. Il furto di futuro è uno slogan che si sente frequentemente nei cortei e si legge sui cartelli, scritto e scandito soprattutto dalle giovani generazioni. È una bella conferma di quanto abbiamo scritto nell'articolo "Dov'è finito il Futuro?" (n+1 n. 46).

Limes dedica allo stesso tema un video ("La fine del futuro. Le proteste in Francia e Italia. Malessere dei giovani e frattura generazionale") e gli stessi redattori arrivano alla conclusione che i giovani che scendono in piazza non hanno prospettive nelle condizioni attuali, tra precarietà, miseria, guerre, crisi, ecc. Il "teppista" che infrange le vetrine nel centro di Milano è un prodotto di questa società, e la costringe a schierarsi, a polarizzarsi.

In queste settimane decine di migliaia di manifestanti sono scesi in strada in tutte le maggiori città italiane. L'aspetto generazionale conta sulle modalità organizzative perché i protagonisti sono soprattutto giovani e giovanissimi, i quali hanno un altro rapporto con la tecnologia, con i social network. La polizia, durante il fermo dei ragazzi, soprattutto a Milano, sequestrava proprio gli smartphone, alla ricerca delle reti di relazioni. Dalle foto e dai video delle manifestazioni del 17 e soprattutto del 24 ottobre si capisce che le fiumane di persone nelle varie piazze non sono inquadrabili con il classico schema destra/sinistra: il marasma sociale coinvolge tutti, giovani che non erano mai scesi in piazza prima, licei e università occupate, operai e camionisti, obbligando i sindacati a indire scioperi generali.

Le concezioni "terzinternazionaliste" della lotta di classe sono tutto sommato delle forme di idealismo gradualista: si mitizza l'operaio di fabbrica, quello con la tuta blu, e si ignora quella parte di proletari che non hanno contratto né un padrone in carne ed ossa, ma prestano servizio occasionalmente, magari tramite un'app. Milioni di giovani precari, senz'altro orizzonte se non tirocini, stage, contratti a termine, non esistono per questi operaisti fuori tempo massimo. Quelli che una volta erano considerati lavoratori atipici sono diventati tipici, e viceversa. Già lo sciopero dell'UPS del 1997 aveva dimostrato come i driver super-precari, utilizzando gli strumenti di lavoro quotidiano, fossero in grado di scioperare e raccogliere una grande solidarietà per la loro lotta ("I sedici giorni più belli", n+1, n. 3).

Il futuro agisce già sul presente, e seleziona i propri strumenti, determinando estinzioni ed evoluzioni. Il vero "soggetto inedito" è il cervello sociale della rivoluzione, un organismo che sta facendo piazza pulita dell'approccio politicante al comunismo. C'è una tendenza inesorabile alla dissoluzione di partiti, gruppetti e partitini, mentre si sta facendo strada un movimento antiformista, di cui i "terzinternazionalisti" nemmeno presagiscono l'esistenza ("Tracciato d'impostazione", "Avanti, barbari!").

Solo in Italia, secondo le stime borghesi, oltre 5,4 milioni di persone sono in povertà assoluta. La società capitalista è una struttura che negli anni accumula contraddizioni, finchè ad un certo punto si verificano delle discontinuità. I camionisti bloccano le strade, gli studenti occupano le scuole, i sindacati organizzano scioperi generali. Ma non basta la fotografia dell'evento: serve la cinematografia, metafora che sta ad indicare che bisogna ricondurre ogni evento alla dinamica complessiva.

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