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Il "piccolo movimento" e i suoi "gruppi di lavoro"

Cari compagni, le lettere da voi pubblicate sullo scorso numero mi inducono a qualche considerazione sulla scomparsa del Partito Comunista Internazionale.

[…] I vecchi militanti che costituivano il nucleo di lavoro dell'organizzazione nel dopoguerra sono quasi tutti scomparsi. Erano ovviamente molto affezionati al concetto di partito per la semplice ragione che molti di loro avevano partecipato direttamente alla sua storica formazione a Livorno nel '21 e altri erano cresciuti alla scuola della vecchia guardia. Forse però non avevano sottolineato abbastanza, nonostante fosse scritto nelle tesi, che questa piccola organizzazione non avrebbe mai potuto essere trasformata in periodo del tutto sfavorevole, con aggiustamenti successivi, in un grande partito. Intendiamoci, la vecchia organizzazione non era un gruppetto qualsiasi, aveva una struttura consolidata e rappresentava una buona macchina da lavoro, centralizzata e disciplinata, meno chiassosa ma molto più efficiente di tante organizzazioni che c'erano all'epoca. Ma non era ancora "il" partito. Bisogna chiedersi perché sulle Tesi di Milano, del '66, si parla di "piccolo movimento attuale" dal "perimetro ristretto" in grado di prepararsi per "il vero partito, per il periodo storico in cui le masse insorgenti saranno all'avanguardia della storia". Troppo spesso si dimentica la dinamica, appunto, della storia.

Data la situazione di quegli anni, i "gruppi di lavoro" (come spesso venivano chiamate le sezioni) collegati in doppia direzione al centro, erano l'unico strumento possibile, l'unico in grado di cogliere, grazie alla sua peculiare natura giudicata dagli altri un po' extraterrestre, le linee di forza delle classi - e dei partiti che ad esse si richiamavano - che andavano a snodarsi laggiù sulla superficie di questo mondo tribolato. Erano l'unico strumento possibile che poteva mantenere il programma del futuro, quello adatto al momento in cui la società si sarebbe nuovamente polarizzata e le classi e le mezze classi si sarebbero nuovamente collocate al loro posto per il nuovo urto rivoluzionario. Era l'unico strumento possibile al fine di ridefinire il ruolo del partito di classe, delle organizzazioni di lotta per obiettivi immediati, ecc. E questo strumento - bisogna che sia chiaro - non poteva essere niente altro che un particolare momento nella storia del partito di classe. Ciò che è stato dimenticato è che sviluppo delle condizioni materiali, ripresa di classe e ripresa del partito sono sinonimi, mentre qualcuno incominciò a teorizzare una strana divergenza fra il movimento materiale, molto avanti nella storia, e un "ritardo" delle masse e del partito, cosa evidentemente pazzesca dal punto di vista marxista […].

 

Caro compagno,il "qualcuno" che incominciò a teorizzare la divergenza fra le curve del movimento reale e la formazione del partito non era qualche individuo isolato ma era il partito nel suo insieme, a partire dagli organi centrali. Per quanto oggi ci dia persino fastidio riparlare di quegli anni, è chiaro che bisogna serbare memoria di tutto questo, non tanto perché abbia importanza la personale appartenenza di alcuni di noi al piccolo movimento, ma perché queste cose si ripetono con micidiale uniformità di contenuti e si accumulano le verifiche sperimentali degli assunti teoretici della Sinistra. I costruttori di partiti e di rivoluzioni sono sempre all'opera, anche se in modo del tutto empirico si può facilmente constatare quanto riescano effettivamente a costruire.

Dal canto nostro abbiamo deciso di parlare poco, nei nostri lavori, di vecchie polemiche, ma abbiamo pubblicato molti testi che dovrebbero, di per sé, chiarire ai militanti quale sia il problema reale da affrontare di fronte ai ricorrenti rigurgiti di attivismo e immediatismo: tra gli altri il volume sul Comitato d'Intesa, che è una raccolta di scritti utilissimi proprio a questo scopo e che, nella parte finale, dedica una sezione a un confronto fra testi lontani decenni l'uno dall'altro. Molto materiale è ancora da pubblicare e purtroppo gran parte è andata perduta, specie riunioni registrate e mai pubblicate e una gran quantità di lettere che, come si capisce dal quel poco che siamo riusciti a recuperare, erano assai significative. Tutti i compagni della prima generazione, quelli che rappresentavano una continuità fisica con la Sinistra storica, sono ormai scomparsi, come osservi (molti anche della seconda), ma la tragedia è che se ne sono andati senza poter lasciare un'eredità assimilabile dalle nuove generazioni.

Il fatto che tutto il materiale in loro possesso, non fosse che le raccolte dei periodici, sia stato distrutto dai parenti, sta a dimostrare che i vecchi compagni, granitici sul passato, avevano qualche problema col futuro. Essi avevano fisicamente vissuto gli anni della critica alla socialdemocrazia storica, della costituzione dell'Internazionale Comunista, della sua degenerazione e infine della riproposizione integrale delle tesi comuniste originarie: non potevano non sentirsi in continuità non solo col partito storico ma anche col partito formale; evidentemente però il futuro era un'incognita, se non avevano potuto tener conto del banale termine fisico dell'esistenza e non hanno quasi mai lasciato ai giovani le loro raccolte, i loro archivi. Certo, vi erano questioni materiali che impedivano tale lungimiranza, tra le quali senz'altro la qualità di chi doveva raccogliere il testimone della staffetta generazionale. Sta crescendo adesso la quinta generazione di militanti da quando prese corpo la Sinistra Comunista: forse da un pezzo i vecchi rivoluzionari non vedevano nuove leve che meritassero fiducia, come qualcuno della seconda generazione ci ha confessato ancora recentemente per lettera.

Può darsi che queste considerazioni appaiano banali, ma ciò è dovuto al fatto che la situazione attuale è immersa nella banalità delle piccole cose, mentre quei compagni avevano vissuto fatti di portata immensa e mondiale. Anche per questo, non certo per manìa collezionistica, lavoriamo ad un archivio storico. Il vecchio partito soffriva del contatto con la realtà d'oggi perché aveva un retroterra storico di portata mondiale e doveva fare i conti con la difficile sopravvivenza.

Lo stesso Bordiga era immerso in questa contraddizione. Ma, per quanto agisse e parlasse inevitabilmente come un capo rivoluzionario che fu parte viva di una lotta di decenni, era molto attento a non definire partito formale il piccolo movimento degli anni '50-'70 con i suoi effettivi in formazione. Per quanto ribattesse i chiodi sul passato per ricavare esempi utili al fetido presente, era il più lanciato verso il futuro e spesso non era capito. Sentiva l'esigenza della "staffetta fra generazioni", ma non poté fare nulla per preservare un nucleo di giovani che rappresentasse la continuità. Non è un mistero per nessuno che nell'ultimo periodo della sua vita si tenesse in disparte rispetto al lavoro del partito.

Gli epigoni delle nuove generazioni continuarono imperterriti a sentirsi nei panni di quelle vecchie e così nacque un mostruoso connubio fra ciò che era ormai storia e le velleità di rappresentazione della stessa a tutti i costi. Ancora oggi, purtroppo, non tutti hanno imparato la lezione, mentre è evidente che Bordiga aveva già incominciato a rendere storia la sua stessa vita, spersonalizzandola, cercando di impedirne l'iconizzazione, di trasformarla in esperienza ed energia che anticipasse l'organicità del futuro partito. Invece gli autoproclamati eredi non fanno che rimasticare logore formulette marxiste-leniniste.

Bisogna rendersi conto che Bordiga, nel periodo tribolato che precedette le Tesi di Organizzazione (che egli non avrebbe voluto scrivere: "non costringetemi per bestialità vostra a formalizzare tesi organizzative", disse) tentò in tutti i modi di dimostrare attraverso il lavoro di partito che l'intero arco rivoluzionario deve essere relativizzato, storicizzato, messo in connessione con il concetto marxiano di "rivoluzione in permanenza". Ciò significa che la Prima, la Seconda e la Terza Internazionale furono degli episodi transitori, com'è transitorio tutto ciò che riguarda la rivoluzione, per la quale si può parlare di sconfitta solo riguardo ai suoi episodi transitori, mai riguardo all'intero processo.

Non ci furono problemi rispetto alle prime due Internazionali, ma il lavoro sulla Terza non poté essere compiuto: come l'umanità non può dare un giudizio su sé stessa senza astrarre dal momento in cui vive, la critica al movimento terzinternazionalista non fu possibile da parte di coloro che ancora se ne sentivano parte. L'unica eccezione fu Bordiga, che brandì come un'arma una serie di testi e tesi del passato per dimostrare che non potevano essere usati per un atteggiamento conservatore. Sfiorò la provocazione rispolverando un ultra-semi-lavorato come Origine e funzione della forma partito, di qualche anno prima (oggi rinnegato da tutti), cercando di arginare la concezione democratoide e gerarchica del partito, in difesa della concezione dinamica, organica. Non ci riuscì, e ancor oggi ne subiamo le conseguenze, dato che è ben difficile trovare qualcuno che si richiami alla Sinistra e che non abbia propensioni terzinternazionaliste.

Noi riteniamo passata e criticabile la Terza Internazionale degenerata, esattamente come è passata e criticabile la Seconda; riteniamo, anche se spesso usiamo il termine, che non sia del tutto corretto definire in blocco "Sinistra Comunista" indifferentemente il Circolo Giovanile Carlo Marx di Napoli, la Frazione Astensionista, il PCd'I dopo Livorno, la Frazione all'estero e il Partito Comunista Internazionale; riteniamo che non esista più da molto tempo una corrente cui si possa dare quel nome, anche se alcuni gruppi sostengono addirittura di esserne la continuità fisica; riteniamo infine che la situazione attuale ponga gli stessi problemi sorti in seguito al fallimento delle tre Internazionali: la riaffermazione integrale della teoria rivoluzionaria. Questa riaffermazione non è possibile se si continua la ripetizione dei testi alla lettera senza comprenderne il contenuto.

Giustamente, come dici, ripresa di classe e ripresa del partito sono sinonimi: la possibilità e capacità di svolgere il lavoro di cui abbiamo parlato non dipendono dalla volontà di chichessìa. Non si va da nessuna parte continuando a discutere, tanto per fare un esempio, della "questione sindacale" o della "questione nazionale", cioè di tattiche proprie di un movimento internazionale di massa, come ne avrebbero discusso i bolscevichi con i menscevichi: oggi i sindacati sono tutta un'altra cosa e le colonie non ci sono più; chi continua come se non esistesse la dinamica storica non solo commette un errore, ma sancisce la propria non-esistenza come comunista. L'invarianza, come non ci stanchiamo di ripetere da anni e come tu stesso hai ben ribadito in altra lettera, è una proprietà matematica e passa nel tempo secondo trasformazioni. Non c'è neppure bisogno di scomodare la dialettica per cose così semplici, basterebbe capire quelle due paginette di Marx sul metodo nella famosa Introduzione del 1857.

(Doppia direzione pubblicata sulla rivista n° 3 - marzo 2001.)

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