Dal Web 2.0, basato su reti a riccio con al centro i server proprietari che accumulano e smistano grandi masse di dati, si sta passando al Web 3.0, fondato su infrastrutture decentralizzate in cui una rete distribuita di nodi mantiene e verifica la blockchain. Internet, progettato in ambito militare, nasce per fare in modo che una struttura organizzativa regga anche se alcuni hub vengono colpiti e neutralizzati. Con il Web 2.0 c'è ancora una prevalenza di pochi grandi hub, mentre con il Web 3.0 le funzioni di controllo e validazione sono distribuite sull'intera rete, che diventa essa stessa "garanzia" del proprio funzionamento. Il registro degli spostamenti di valore (ma un domani potrebbero esserci soltanto quantità fisiche), garantito da un protocollo condiviso, porta ad un cambio di paradigma.
Questa è la società dove il denaro è sempre meno "materializzazione diretta del tempo di lavoro generale". Il processo di autonomizzazione del denaro va di pari passo con la dissoluzione del valore entro il sistema del valore ("Dimenticare Babilonia"). Ciò genera caos, dato che le vecchie strutture non sono più adeguate al funzionamento della società. L'umanità è divisa dai confini nazionali, ma il lavoro associato è ormai una realtà globale. L'involucro non corrisponde più al contenuto. Tutti gli elementi che abbiamo elencato rientrano nella grande transizione di fase che stiamo vivendo.
In Australia, due uomini armati hanno aperto il fuoco contro i partecipanti a una festa ebraica a Bondi Beach: 15 i morti accertati, diversi i feriti, gravi due poliziotti. Secondo i media, gli attentatori si sarebbero "radicalizzati" su Telegram e addestrati nelle Filippine. La guerra in corso è per forza di cose planetaria, è ibrida, e si svolge a colpi di attacchi informatici, disinformazione, droni, "terrorismo". Ogni fatto è collegato all'altro: lo Stato Islamico, che ha agito per anni a cavallo tra Siria e Iraq, è stato ridimensionato ma non è scomparso del tutto. In questa Terza guerra mondiale combattuta a pezzi (papa Franceso), il conflitto a Gaza arriva fino in Australia.
La guerra d'oggi è un fenomeno esteso, integrato, totale. È guerra civile diffusa (newsletter n. 220, 2016).
Nel podcast di Limes "Per rifare i francesi Parigi punta sul nuovo servizio militare" si fa riferimento alla possibilità di una guerra civile in Europa, tra nazioni ma soprattutto al loro interno, in conseguenza della perdita di stabilità economica, politica e sociale. Ecco allora che l'introduzione della leva è funzionale al controllo del fronte interno, alla militarizzazione della società.
Con il ritorno della coscrizione, si liberano le unità professionali da compiti statici e non d'assalto, si riduce l'usura operativa dei reparti di punta, si aumenta la profondità difensiva dello Stato e si crea una riserva addestrata realmente impiegabile, capace di sostenere nel tempo uno scenario di crisi prolungata senza ricorrere a misure improvvisate. Un esercito professionale moderno è costoso perché altamente specializzato, quindi impiegarlo in compiti di presidio territoriale significa sprecare risorse. La "leva volontaria" non duplica l'esercito, ma lo completa, occupando lo spazio funzionale che oggi resta scoperto.
Nel capitalismo senile cresce l'esercito dei senza riserve, coloro che non hanno nulla da perdere se non le proprie catene. Lo Stato fatica a tenere insieme i pezzi di cui è composta la società, e quindi tende ad inflazionarsi.
In Francia sono scesi in strada agricoltori e coltivatori in risposta all'applicazione degli accordi commerciali tra Unione Europea e Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela). In Grecia ci sono state manifestazioni, blocchi alla circolazione, occupazione di aeroporti e porti. Si chiedono più fondi europei per sostenere gli agricoltori, dato che il settore è diventato una sorta di "servizio all'alimentazione" pagato dalla società. Le non classi, storicamente conservatrici, preoccupate di precipitare nel girone infernale dei senza riserve, cominciano ad agitarsi.
Recentemente ci sono stati scioperi generali in Portogallo e Belgio, mentre in Bulgaria manifestazioni di massa hanno fatto cadere il governo. In Tanzania, tra la fine di ottobre ed l'inizio di novembre, in seguito alle elezioni e ai presunti brogli, si sono verificati pesanti scontri: il numero dei morti oscilla tra i 700 e i 3mila. La Tanzania è un paese importante dell'Africa orientale, fino ad ora considerato tra i più stabili. Tutto il mondo fibrilla dato che l'attuale modo di produzione perde energia, non funziona più. I manifestanti si scagliano contro il governo di turno, contro una particolare legge, contro la corruzione, ma il collante è il disagio sociale dovuto al malfunzionamento della società.
Nella rivista n. 58, che è stata chiusa a dicembre, c'è un articolo sul retroterra storico di n+1: la Sinistra Comunista è stata l'unica corrente ad aver impostato la grande questione della rivoluzione con uno schema di rovesciamento della prassi che potremmo definire di tipo cibernetico. Il cambiamento radicale dipende dallo stato del sistema: da anni assistiamo ad ondate di rivolte contro l'esistente. Masse di uomini si scontrano con l'impossibilità di un cambiamento reale finché vengono adoperate le categorie politiche esistenti (parlamentarismo, democrazia, ecc.); si fa dunque strada l'idea di un cambio di paradigma. La rivoluzione, intesa come movimento reale che abolisce lo stato di cose presente, scava nel sottosuolo sociale, e porta alla dissoluzione delle vecchie forme e alla nascita di nuove ("Necessarie dissoluzioni"). Dietro le rivolte, le manifestazioni, gli scioperi, vediamo agire una freccia del tempo. La società futura agisce sul presente, il comunismo è quel movimento che si sviluppa all'interno del presente modo di produzione. Esso è lo sviluppo del lavoro associato su scala planetaria, che con la logistica e le reti tende a rompere le barriere aziendali.
I sistemi fisici, quando sono sulla soglia di una transizione di fase, manifestano i comportamenti più interessanti. Un crollo del dollaro ed il tentativo di utilizzare monete virtuali mostra la portata della crisi dello Stato, non più sovrano della moneta. Da Marx in poi sappiamo che un modo di produzione si dissolve perché è sempre meno in grado di governare le forze produttive che esso stesso ha generato.