Dato che il rapido sviluppo delle forze produttive toglie il terreno sotto ai piedi al capitalismo, accelerando l'avvento della singolarità storica, ci viene posta con una certa frequenza la fatidica domanda: "che fare?" A questo scopo, è stata ripresa la lettera ai compagni "Militanti delle rivoluzioni" (1996). È il comunismo che seleziona i suoi militanti e li spinge a fare determinate attività e non altre; ed esso va inteso come un "movimento reale", non un'ideologia o un'organizzazione cui si aderisce. Un militante della rivoluzione non è un attivista, non è un politicante o un bonzo sindacale, non è un venditore porta a porta di una particolare merce, è colui che si immedesima nel filo del tempo:
"Le violente scintille che scoccarono tra i reofori della nostra dialettica ci hanno appreso che è compagno militante comunista e rivoluzionario chi ha saputo dimenticare, rinnegare, strapparsi dalla mente e dal cuore la classificazione in cui lo iscrisse l'anagrafe di questa società in putrefazione, e vede e confonde sé stesso in tutto l'arco millenario che lega l'ancestrale uomo tribale lottatore con le belve al membro della comunità futura, fraterna nella armonia gioiosa dell'uomo sociale." ("Considerazioni sull'organica attività del partito quando la situazione generale è storicamente sfavorevole", 1965)
Bordiga ha scritto diversi articoli contro attivisti e immediatisti, contro coloro che misurano la rivoluzione con il metro della propria esistenza. In "Militanti delle rivoluzioni" gli individui vengono assimilati a molecole, parte di movimenti materiali che producono comportamenti collettivi. Diversi scienziati hanno "capitolato" producendo testi in cui dimostrano come tutte le reti abbiano in comune un ordine e si comportino secondo le medesime regole (A.-L. Barabási), come la materia abbia capacità di autorganizzazione (S. Kauffman), e come si possa analizzare la materia sociale al pari di quella fisica (M. Buchanan).
Prima di stabilire "che fare" bisogna dunque comprendere cos'è il comunismo (motore) e cosa sono i comunisti (strumenti). La controrivoluzione ha prodotto nuove religioni, tra le quali il marxismo-leninismo, e anche delle reazioni a queste, come il lavoro di n+1. Il concetto di antiforma, già presente nel "Tracciato d'impostazione" (1946), descrive quei movimenti che, prima di avere consapevolezza dei caratteri del nuovo ordine, sono costretti a rompere il vecchio assetto sociale, provocando l'emergere di nuove forme.
Per la corrente a cui facciamo riferimento, il partito rivoluzionario è una collettività di uomini che, pur vivendo nella società capitalistica, è proiettata nel futuro. Il movimento Occupy Wall Street (che aveva dei caratteri antiformisti) diceva di essere un organismo alieno che dal futuro chiamava a raccolta contro il capitalismo. I militanti delle rivoluzioni sono catturati da un processo materiale che produce effetti prima nelle loro pance e poi nelle teste. Prima viene la passione, poi l'algebra. Non si tratta di costruire qualcosa in questa società, che sta crollando, ma di difendere la linea del futuro di specie ("Proprietà e Capitale").
La teleriunione è proseguita con il commento del risultato delle elezioni in Germania, nel Land Sassonia-Anhalt, vinte dal partito AfD con oltre il 44% dei consensi.
Il Paese, negli ultimi decenni, ha vissuto una fase di relativa stabilità politica ed economica, che ora è messa a repentaglio. L'establishment tedesco ha provato di tutto per liquidare la formazione di destra AfD, ma non ha fatto altro che rafforzarla. In Germania, in particolare nell'est, ci sono problemi legati al rincaro energetico, alla chiusura delle fabbriche, alla fuga dei giovani e alla concorrenza micidiale con la Cina. La locomotiva d'Europa si riscopre non essere più tale e la società fibrilla, non trovando risposte adeguate nei partiti tradizionali. L'instabilità governativa riguarda un po' tutti i paesi. La polarizzazione economica, la miseria crescente, il disagio sociale, portano quote crescenti di elettorato a preferire le forze che si presentano come antisistema.
In passato abbiamo svolto una serie di riunioni sul "populismo", analizzando fenomeni recenti come Forconi, Grillini, Gilet Jaunes, fino agli esperimenti storici come il "Fronte dell'uomo qualunque" in Italia, il poujadismo in Francia e il peronismo in Argentina. I movimenti di massa che delegittimano il parlamento e le istituzioni sono soggetti a una freccia nel tempo: dalla protesta antipolitica si passa, in maniera non certo lineare, a quella antisistema. Quando parliamo di traiettoria catastrofica del capitalismo, intendiamo un processo caotico. Nei sistemi dinamici complessi, specie organici, è implicita la coesistenza di continuità e di transizione di tipo "catastrofico". Nei casi appena ricordati c'è rottura della continuità, anche se il fattore tempo ci direbbe che i fenomeni sono avvenuti gradualmente. Continuità e discontinuità sono quindi in unione dialettica e la loro individuazione dipende dal tipo di quadro di riferimento che adottiamo per la descrizione dei fenomeni. Il populismo contemporaneo registra invarianze con quello del secolo scorso, ma anche elementi di profonda trasformazione: tratto tipico delle transizioni di fase, esso oggi si diffonde attraverso i social network (Trump ha vinto anche grazie a QAnon) ed entra nelle istituzioni, accrescendo il caos invece di limitarlo.
Le classi dominanti faticano a darsi un assetto stabile e precipitano in maniera più o meno brusca in quella che Limes chiama "Caoslandia", processo che è arrivato a lambire il cuore politico-economico d'Europa.
In Inghilterra, un gruppo anti-immigrazione legato all'estrema destra ha bloccato il porto di Dover, mentre scontri tra polizia e manifestanti anti-migranti si sono verificati a Portsmouth. Da guerra civile latente si può passare velocemente a quella combattuta per le strade.
Nella lettera ai compagni "Globalizzazione" (1999) scrivevamo che il Capitale tende ad avere effetti globali su tutta la società umana da quando si è presentato sulla scena storica in quanto tale. La cosiddetta globalizzazione non è altro che l'ulteriore sviluppo e socializzazione delle forze produttive che, raggiunta una certa soglia, si sono rivoltate contro ciò che le ha generate. Si tratta di quelle dinamiche descritte da Marx nel Libro III del Capitale, cap. 14 ("Cause antagonistiche"), ovvero le influenze antagonistiche che contrastano o neutralizzano l'azione della legge generale della caduta del saggio di profitto. Negli ultimi decenni industrie europee ed americane hanno delocalizzato in Asia, soprattutto in Cina, perché il costo del lavoro era più basso. Pechino, accogliendo le tecnologie occidentali, ha compiuto un balzo notevole, sviluppando una propria industria locale e bruciando le tappe dell'accumulazione capitalistica, diventando un temibile concorrente dell'Occidente. Insomma, il capitalismo può superare nell'immediato le proprie contraddizioni, ma solo spostandole nel futuro ed ingigantendole. Non c'è all'orizzonte un secolo capitalista postamericano: la crisi attuale dell'America rappresenta la crisi storica del capitalismo senile.
Tra i vari problemi con cui deve fare i conti l'attuale forma sociale, c'è il cambiamento climatico. Il governo britannico ha pubblicato un documento ("Global biodiversity loss, ecosystem collapse and national security") in cui mette in guardia dalla possibilità concreta del collasso di alcuni ecosistemi (come le barriere coralline nel Sud-Est asiatico e le foreste boreali) a partire dal 2030, e di altri (foreste pluviali e mangrovie) a partire dal 2050. Tutti i paesi sono esposti a questo rischio, sia all'interno che all'esterno dei propri confini.
Il segretario generale dell'ONU, Antonio Guterres, ha lanciato l'allarme sulla situazione climatica: "El Niño sta assumendo proporzioni gigantesche. La scienza non lascia spazio a dubbi: il pianeta si trova in acque inesplorate, e quelle acque si stanno riscaldando. Le temperature continuano a salire e il mondo si trova nella zona di pericolo delle condizioni meteorologiche estreme". Questa problematica incide direttamente sugli Stati, mettendone in discussione la tenuta. Ondate migratorie, disastri climatici, blackout energetici, collasso delle infrastrutture. Nell'articolo "Un modello dinamico di crisi" avevamo preso in considerazione vari parametri, dall'indice della biologicità del pianeta all'impronta ecologica dell'umanità, arrivando alla conclusione che il sistema collasserà intorno al 2030.