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  • Resoconto teleriunione  24 marzo 2026

In un mondo integrato anche la guerra lo diventa

La teleriunione di martedì sera si è aperta con il commento all'articolo "Leggi di simmetria e scenari da incubo" (n+1, n. 10, 2002), collegando l'analisi sviluppata nel testo con il recente attacco israelo-americano all'Iran, nuovo capitolo della "politiguerra americana" al mondo.

A più di vent'anni dalla scrittura dell'articolo, le contraddizioni degli Stati Uniti si sono accentuate. L'aumento del deficit commerciale, il debito pubblico fuori controllo, la deindustrializzazione e la crescente polarizzazione della ricchezza hanno indebolito la proiezione di potenza del paese. Oggi gli USA possono mantenere la loro influenza soltanto difendendo la posizione di rentier. Ma l'integrazione mondiale (o globalizzazione) non può che esasperare la concorrenza, soprattutto in tempi di crisi. Già Marx, nel III libro del Capitale ("L'apparenza della concorrenza"), evidenziava come la concorrenza non determini le variabili del processo produttivo, ma ne sia essa stessa prodotta.

Anche i più acuti analisti geopolitici, che discettano della fine dell'Impero americano, tendono a trascurare che la guerra in corso ha come obiettivo l'accaparramento di quote di plusvalore. Conclusa per sempre la fase colonialista, la competizione oggi riguarda la sottrazione di flussi di valore ai concorrenti, che per gli USA sono il mondo intero. Questa lotta passa per l'applicazione di dazi, embarghi, rapimenti di presidenti, bombardamenti e altro ancora, costringendo gli USA ad intervenire per impedire alleanze in grado di minare la centralità del dollaro nei commerci mondiali.

In un mondo integrato, quando si spara, è molto facile spararsi sui piedi. L'attacco all'Iran ha avuto ripercussioni immediate negli USA, sia per quanto riguarda il rincaro del prezzo del carburante, sia per il subbuglio interno al movimento MAGA, che non vede di buon occhio l'invio di uomini e mezzi in teatri lontani.

"Ogni stato simmetrico può diventare instabile a causa di piccole perturbazioni, e allora la sua dinamica può assumere aspetti catastrofici" ("Leggi di simmetria..."). La cosidetta guerra asimmetrica, di cui parlano molti analisti, non esiste. Se una guerra è in corso, significa che si è stabilito un certo tipo di simmetria tra le parti. Quando gli eventi spingono il sistema verso situazioni di non equilibrio, allora può scatenarsi la corsa a nuove supremazie, con possibili esiti catastrofici anche sul piano della lotta di classe. La vera antitesi è, infatti, quella con la società futura.

Allo stato attuale, il tentativo di USA e Israele di ottenere un regime change in Iran non è riuscito: nonostante gli attacchi congiunti e l'eliminazione di alti esponenti della leadership, il governo iraniano non è stato rovesciato e mantiene capacità operative significative. L'Iran continua a lanciare missili e droni contro obiettivi israeliani e basi americane nella regione, e la sua influenza nello stretto di Hormuz resta un elemento critico del conflitto.

Per il sistema, l'incubo è una Palestina mondiale. Siria, Libia, Yemen, Sudan, Somalia, Libano, Ucraina: la lista delle aree fuori controllo inizia ad allungarsi, senza contare le immense periferie delle metropoli globali: "come per Israele contro i Palestinesi, ma a scala mondiale, per gli Stati Uniti il nemico è dunque l'ambiente che essi stessi producono. Solo che in questo caso l'ambiente – come abbiamo detto – è l'intero pianeta" ("Leggi di simmetria...").

Negli ultimi anni sta emergendo con chiarezza la crisi irreversibile della deterrenza americana, ovvero della capacità degli Stati Uniti di scoraggiare un avversario prima che questi possa pensare di dichiarare guerra. Ciò vale anche per Israele, che non riesce ad annientare il nemico: Hamas resiste, così come Hezbollah e gli Houthi. Anche in Iran, dove sono stati eliminati molti uomini chiave del regime, la struttura militare resta operativa, avvantaggiata dal fatto che fabbriche di armi e arsenali sono stati in gran parte trasferiti sottoterra.

Il blocco dello stretto di Hormuz da parte di Teheran ha paralizzato il commercio dei paesi del Golfo, con conseguenze negative non solo per Stati Uniti e Israele, ma potenzialmente per l'intera economia mondiale. Il conflitto rischia di avviare processi che gli stessi USA potrebbero non riuscire a controllare. L'annunciato patto tra Pakistan, Turchia, Egitto e Arabia Saudita, tutti paesi a maggioranza sunnita, è significativo per gli equilibri regionali. I paesi del Golfo non si sentono più protetti dall'ombrello americano e potrebbero cercare nuovi alleati.

Gli interessi di USA e Israele vanno in parallelo quando le operazioni militari procedono secondo i piani, ma di fronte alle difficoltà nel raggiungimento degli obiettivi prefissati cominciano a confliggere. Così come la concorrenza è un prodotto della struttura dei rapporti capitalisti, così lo è la guerra. Come affermato in passato, la guerra tende a diventare permanente: a quella tradizionale, combattuta dagli eserciti, si è affiancata da tempo una guerra ibrida, che coinvolge attori non statali (Hamas, Houthi, Hezbollah) e stati che tendono ad adottare strategie una volta prerogative di forze irregolari.

Lo strapotere di USA e Israele si scontra con la reale capacità di piegare il regime iraniano, di assoggettarlo alle proprie "volontà". Le guerre non si vincono solo con i bombardamenti. L'Iran, con una superficie cinque volte quella dell'Italia e quasi 100 milioni di abitanti, è praticamente impossibile da occupare militarmente. Già dopo la prima settimana di conflitto, si è manifestato ciò che ci si attendeva da una guerra moderna, ovvero la carenza di munizioni.

L'imperialismo non ha un nome, l'America è un paese imperialista così come lo sono altri. Lenin afferma che l'imperialismo è la sovrastruttura ultima raggiunta dal capitalismo, la cui dinamica storica marcia dai monopoli di Stato di Federico di Svevia o delle Repubbliche Marinare all'odierno capitale autonomizzato. Oltre non si può andare (restando all'interno delle categorie capitalistiche).

Mentre l'attenzione del mondo resta concentrata sull'Iran, della guerra in Ucraina si parla ormai poco. C'è però un paese che funge da cerniera geopolitica tra i due conflitti: la Turchia. Membro della NATO, il Paese rappresenta una sfida per Israele, a causa delle sue ambizioni imperialistiche nell'area Mediorientale. Il Mar Nero, su cui si affaccia, è teatro dello scontro tra Russia e Ucraina. Ankara possiede una proiezione regionale significativa: è un ex impero (a differenza degli Stati Uniti) e vanta una radice nazionalista turcofona che si estende fino alla Cina. In Siria ha praticamente spodestato Al Assad; in Libia mantiene alleanze con la fazione dei Fratelli Musulmani; e ha siglato accordi militari con il Qatar in cambio di riserve di gas. Nel "wargame" in corso, la Turchia ha sperimentato un uso innovativo dei droni, sviluppando una nave porta-droni che rappresenta un cambio di paradigma.

In chiusura di teleconferenza, si è accennato agli esiti del recente referendum sulla giustizia in Italia. Al di là del suo contenuto e delle tensioni tra le fazioni della borghesia, è significativa la polarizzazione che ha spinto milioni di persone ai seggi. Come un'intelligenza di sciame, in cui l'imitazione tra le componenti conta più della consapevolezza dei singoli, una volta raggiunta una certa soglia le "molecole sociali" si aggregano attorno a dei "memi", siano essi una consultazione popolare o la bandiera della Palestina. Oggi i social network contribuiscono a muovere grandi masse, soprattutto i giovani: solo nel corso del 2025 ci sono state manifestazioni e rivolte in Madagascar, Indonesia, Sri Lanka, Bangladesh, Nepal, Perù, Birmania, Thailandia, Tanzania, coordinate tramite gruppi WhatsApp e Discord.

Lo scontro tra passato e futuro tenderà a chiarirsi, e tutte le illusioni demo-riformiste finiranno nel cestino. La lotta di classe è generata dal sistema stesso, "ma non può rimanere eternamente al suo interno, può solo farlo saltare, liberandone uno di livello superiore. È un'antitesi che produrrà gli strumenti adatti, trasformando la simmetria speculare fra capitale e lavoro in una simmetria del tutto diversa, quella fra la negazione dell'umanità e la sua affermazione, attraverso l'internazionalizzazione del proletariato e della sua rete d'organizzazione a tutti i livelli" ("Leggi di simmetria...").

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