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  • Resoconto teleriunione  31 marzo 2026

Imperialismo con l'acqua alla gola

La teleriunione di martedì sera è iniziata con alcune considerazioni riguardo le recenti manifestazioni negli Stati Uniti.

Dopo le mobilitazioni di giugno e ottobre dello scorso anno, sabato 28 marzo una nuova protesta sotto lo slogan "No Kings" ha portato in strada oltre 8 milioni di persone solo negli Stati Uniti. Nella stessa giornata, manifestazioni con lo stesso slogan si sono svolte a Berlino, Roma, Londra, così come in Australia e Giappone. In Israele, le proteste contro la guerra sono state duramente represse a Haifa e Tel Aviv. Cosa spinge piazze così distanti a sincronizzarsi?

Come abbiamo scritto in "Wargame. Parte seconda", le determinazioni materiali che spingono milioni di persone a manifestare, scontrarsi con la polizia, ecc., vanno ricercate nella crisi della legge del valore. Da anni osserviamo come i senza riserve di tutto il mondo dispongano di strumenti potenti per coordinarsi — smartphone, social network, app — strumenti che vanno intesi come forze produttive fuoriuscite dai confini aziendali e che rendono gli uomini spontaneamente "organizzati".

Al di là dello slogan "No Kings", lanciato da alcune forze "progressiste" in risposta alle politiche dell'amministrazione Trump, le manifestazioni hanno avuto un chiaro profilo anti-guerra, proprio come avvenuto nello scorso autunno per le mobilitazioni Pro-Pal. Milioni di persone percepiscono un drastico peggioramento delle proprie condizioni di vita: guerra significa insicurezza, disagio, aumento del costo della vita. Quando si muovono masse di "atomi sociali", non si possono ridurre le manifestazioni agli slogan lanciati dagli organizzatori; la nostra sonda ci permette di andare oltre ciò che i singoli, o persino i movimenti, dicono di sé stessi.

Durante la scorsa teleriunione abbiamo ripreso l'articolo "Leggi di simmetria e scenari da incubo"; nello stesso numero della rivista (n+1, n. 10, 2002) era pubblicato anche l'articolo "Imperialismo con l'acqua alla gola", in cui abbiamo cercato di dimostrare come l'allora amministrazione Bush avesse messo nero su bianco la strategia americana per gli anni a venire:

"La nuova dottrina [statunitense] revoca il costituzionale divieto di attaccare per primi, cancella il precedente modello militare del 'contenimento' del nemico e contempla solo la sua distruzione. Infine, fa carta straccia di mezzo secolo di teorie sulla deterrenza."

La "politiguerra americana" al mondo non è dunque iniziata con Trump: al tempo del conflitto in Iraq, così come oggi con quello in Iran, "il controllo dei flussi petroliferi vuol dire controllo sui flussi di plusvalore proveniente dai settori produttivi e dai paesi che consumano più energia".

The Economist ha pubblicato un articolo intitolato "The nightmare scenario for global trade", corredato da una mappa animata che illustra i flussi logistici attraverso i principali stretti del mondo. Il modello è dinamico e si basa sulle rotte ottimali, stimando il volume del commercio marittimo lungo ciascun percorso. Dalla mappa emerge chiaramente che il problema non riguarda soltanto lo Stretto di Hormuz, finito al centro dell'attenzione con la guerra all'Iran, ma anche altri punti di strozzatura che, in una situazione di tensione globale, diventano critici per il funzionamento del capitalismo. Lo Stretto del Bosforo, lo Stretto di Taiwan, il canale di Suez e lo Stretto di Bab el-Mandeb sono punti altrettanto strategici. Per l'Europa, ad esempio, una chiusura simultanea di Gibilterra e Suez rappresenterebbe un disastro economico. Al momento a preoccupare sono soprattutto lo Stretto di Hormuz e, in parte, di Bab el-Mandeb (recentemente gli Houthi hanno lanciato due missili verso Israele); ma, avverte The Economist, la situazione potrebbe peggiorare.

Secondo Dan Jørgensen, commissario europeo all'Energia, dopo il primo mese di guerra in Iran i governi europei devono prepararsi a ridurre i consumi a causa della carenza di alcune materie prime: "A breve termine desta particolare preoccupazione la dipendenza dell'Ue dalla regione del Golfo Persico per i prodotti petroliferi raffinati, aggravata dalla limitata disponibilità di fornitori alternativi e di capacità di raffinazione per prodotti specifici all'interno dell'Ue". La mancanza di petrolio e gas sta causando problemi di approvvigionamento anche in Egitto, Sri Lanka, India ed in generale in tutto il Sud-Est asiatico. In Thailandia (70 milioni di abitanti) e nelle Filippine (120 milioni di abitanti), la carenza di benzina ha spinto migliaia di persone a scendere in strada: autisti e driver hanno lanciato scioperi e sit-in.

La guerra all'Iran è stata definita dalla stampa "la guerra per l'energia", ed effettivamente l'energia è una delle armi attraverso cui questo conflitto mondiale viene combattuto.

Uno dei modi per analizzarlo è quello del wargame: i conflitti in Ucraina, a Gaza, in Libano e in Iran sono parti di un unico insieme, nel quale ciascuna forza retroagisce sull'altra. Se la guerra riflette la società e le armi ne rispecchiano l'industria, oggi ci troviamo di fronte a un conflitto altamente automatizzato e potenzialmente fuori controllo. Dall'impiego iniziale di droni in Ucraina, siamo passati ad una "blitzkrieg" con cui Hamas è riuscita a colmare il divario tecnologico con Israele, stabilendo una nuova simmetria. Per arrivare, con l'attacco all'Iran, ad un conflitto che vede da una parte l'uso di droni a sciami e missili ipersonici, e dall'altra l'impiego massiccio di missili Tomahawk (del costo di 3,6 milioni di dollari l'uno). Rimane il fatto che la guerra non si vince solo con bombardamenti e tecnologia: restano imprescindibili i fantaccini terrestri.

Un secondo piano di analisi, di natura più generale, punta il detector sulla struttura materiale del capitalismo. L'Imperialismo è l'ultima fase del capitalismo, quella in cui è stata raggiunta la massima socializzazione del lavoro. In un contesto ultra-integrato, dove il debito dei principali paesi è alle stelle, il saggio di profitto si assottiglia e milioni di senza-riserve si trovano con l'acqua alla gola, l'attuale modo di produzione ha ancora le energie per rigenerarsi?

Lo scenario più realistico sembra essere quello di un collasso globale, con ingolfamenti catastrofici dell'economia mondiale, come già osservava Roberto Vacca nel suo saggio Il medioevo prossimo venturo.

Dal dopoguerra in poi, gli USA sono stati l'unico paese con una proiezione di potenza tale da poter muovere guerra al resto del mondo. Oggi, però, cominciano ad avere il fiato corto e, nel tentativo di difendere la propria posizione di rentier globale, innescano dinamiche caotiche, con effetti potenzialmente catastrofici in diverse aree del mondo. La situazione in cui si trovano deriva dallo sviluppo del capitalismo su scala globale. Il loro debito, pari al 130% del PIL, non è una loro "colpa": l'intero sistema mondiale ha sostenuto, volente o nolente, questa condizione, sia attraverso il risparmio riversato nei grandi fondi d'investimento americani (Europa, Giappone), sia tramite il petrodollaro (Paesi del Golfo), ossia l'ancoraggio del petrolio al dollaro. Il capitalismo, inteso come insieme di rapporti sociali, come modo di produzione transitorio, ha generato e determinato l'attuale struttura degli USA, spingendoli a intraprendere azioni volte a tutelare il loro ruolo. L'imperialismo ha l'acqua alla gola, e nessuno degli elementi interni al sistema potrà uscire vincitore da questa crisi storica.

La competizione tra Stati Uniti e Cina per la supremazia nel settore dell'intelligenza artificiale rende difficile qualsiasi controllo sullo sviluppo di queste tecnologie. La variabile IA avrà, nel breve e medio termine, effetti esplosivi sulla società. Esistono discussioni e proposte tra gli addetti ai lavori per una moratoria sull'IA, finalizzata a regolarne lo sviluppo, ma finora non hanno prodotto risultati rilevanti... a causa della mercantile anarchia.

La corrente cui facciamo riferimento ha condotto lavori fondamentali sul corso storico del capitalismo, individuando una precisa traiettoria ("Un modello dinamico di crisi"). Così come si verificano accelerazioni nella crisi storica del capitalismo senile, allo stesso modo se ne osserveranno dal punto di vista della lotta di classe. Oggi la produzione di plusvalore diventa sempre più asfittica, gli investimenti sono per lo più indirizzati alla speculazione finanziaria, l'agricoltura è quasi completamente uscita dal circuito mercantile e sostenuta massicciamente da sussidi statali ("L'uomo e il lavoro del Sole"). In tale contesto, le popolazioni diventano estremamente sensibili al rincaro di beni essenziali: se venisse meno l'intervento regolatore dello Stato in un settore così strategico, le rivolte potrebbero divenire incontrollabili.

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