Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  17 marzo 2026

La guerra come rottura di simmetria

Durante la teleriunione di martedì abbiamo ripreso alcuni passaggi dell'abstract del numero monografico "Teoria e prassi della nuova politiguerra americana" (n+1, n. 11), mettendoli in relazione con il conflitto in corso in Medioriente.

A oltre vent'anni di distanza da quando fu pubblicato, il numero monografico resta valido per capire l'evoluzione del mondo capitalistico, posto di fronte ad una crisi di natura strutturale riconducibile alla difficoltà di produzione di plusvalore. In tale contesto, il capitale spinge gli Stati Uniti a intraprendere azioni che finiscono per danneggiare i loro stessi interessi. Se da una parte il capitale punta alla libera circolazione di capitali e merci, dall'altra l'anarchia che ne deriva richiede forme di controllo sempre più centralizzate.

Il governo americano, non potendo assumere il ruolo di governo unico del capitalismo mondiale, piega le esigenze del capitale ai propri interessi particolari; di conseguenza, il controllo del mondo si trasforma nel contrario di ciò che dovrebbe essere, diventando inefficace, se non addirittura controproducente. D'altronde, rimanendo all'interno dell'insieme capitalistico non si può che riprodurne le contraddizioni. Il resto del mondo non potrà sostenere gli Stati Uniti per sempre, ma allo stesso tempo fatica a svincolarsi dalla loro egemonia: "Gli avversari dell'America sono costretti a morire d'asfissia 'graduale' per sfuggire quella caotica, nello stesso tempo in cui l'America deve morire per iper-ossigenazione per sfuggire l'asfissia."

La politiguerra preventiva al mondo è motivata dalla necessità di preservare un ordine che si sta sgretolando. Gli Stati Uniti ed il loro presidente non possono però fare ciò che vogliono: la negazione del libero arbitrio non si impone esclusivamente a chi deve subire l'effetto di una qualsiasi forza, ma anche a chi impone la forza.

Nell'articolo "Teoria e prassi" si fa riferimento alle "simmetrie", cioè al fatto che due avversari, per essere tali, non possono trovarsi in equilibrio perfetto, altrimenti le loro forze si annullerebbero a vicenda. Nel conflitto tra Stati Uniti e Israele da un lato e Iran dall'altro (ma altre forze sostengono Teheran), se esistesse una simmetria totale non ci sarebbe alcuna guerra; di fatto, ogni attore cerca di spostare l'equilibrio a proprio favore. Gli Iraniani hanno inizialmente attaccato i Paesi del Golfo e successivamente bloccato lo Stretto di Hormuz, mentre Stati Uniti e Israele proseguono i bombardamenti sul paese, eliminando postazioni missilistiche e membri della leadership iraniana.

Anche in presenza di divari tecnologici ed economici tra i contendenti, può comunque stabilirsi una simmetria, come illustrato nell'articolo "Leggi di simmetria e scenari da incubo". Un esempio è il conflitto tra Hamas e Israele: l'attacco del 7 ottobre 2023, condotto da organizzazioni armate palestinesi prive delle capacità militari e tecnologiche degli Israeliani, ha dimostrato come sia possibile una simmetria nonostante l'avversario disponga di armamenti avanzati e di una delle intelligence più preparate al mondo.

Con la vittoria nella Seconda Guerra mondiale, gli USA hanno imposto la loro "volontà" al resto del Pianeta. Se perdessero la capacità di deterrenza, sarebbero destinati al collasso, essendo strettamente dipendenti dal plusvalore mondiale. Nello studio "Il corso del capitalismo mondiale" (il programma comunista dal 1956 al 1958), la corrente cui facciamo riferimento ribadisce come la fine di questa forma sociale non è ipotetica, ma certa; e lo evince dall'andamento della produzione industriale, dalla caduta tendenziale del saggio di profitto, dalla difficoltà di estrarre plusvalore, dal grado di mineralizzazione del Pianeta, che causa sconvolgimenti epocali.

L'America ha ancora una forza militare ineguagliabile, ma risulta impotente rispetto alle dinamiche anonime e impersonali generate dal capitalismo, che hanno condotto il paese ad un debito pubblico fuori controllo.

La guerra attuale, che di fatto ha già assunto carattere mondiale e si manifesta attraverso dazi, rapimenti di presidenti e lancio di missili, una volta superata una certa soglia, porterà allo sconvolgimento dei vecchi equilibri. Rispetto a quando osservato in "Teoria e prassi", le contraddizioni si sono ulteriormente aggravate. La Cina, ad esempio, è ormai un rivale in grado di competere con gli Stati Uniti in settori strategici come robotica, spazio e intelligenza artificiale, mentre giganti emergenti come India e Turchia si sono affacciati sullo scacchiere internazionale.

Oltre a petrolio e gas, la chiusura parziale dello Stretto di Hormuz provoca già carenze di altre materie prime, in primis dei componenti chimici necessari alla produzione di fertilizzanti. Il perdurare del blocco avrà delle ripercussionni nelle catene di approvvigionamento mondiali (The Economist, "The Iran war may be about to escalate"). E se la guerra all'Iran proseguirà, ad un certo punto non ci saranno munizioni a sufficienza per combatterla. Nei primi 10 giorni di conflitto i Paesi del Golfo hanno impiegato 800 missili Patriot di fabbricazione americana per neutralizzare i lanci iraniani, un numero superiore a quello raggiunto dall'Ucraina in quattro anni di guerra contro la Russia, pari a circa 600 missili (The Economist, "Gulf states are burning through interceptors").

L'Iran non è l'Iraq, nè per la sua sua storia, nè per la configurazione delle sue forze armate e della sua struttura statale, nè dal punto di vista geografico e demografico: il paese ha diverse metropoli e una capitale con 16 milioni di abitanti. A sostegno della Repubblica Islamica c'è inoltre la coalizione informale denominata Asse della Resistenza; il Libano, dove è operativa la milizia filoiraniana Hezbollah, è stato colpito duramente da Israele (oltre 1000 morti e quasi 1 milione di sfollati).

Per ora lo stretto di Bab Al Mandeb resta aperto, ma Teheran potrebbe sempre decidere di giocare la carta "Houthi".

La guerra scoppia perché c'è una ricerca disperata del non equilibrio: l'Iran ha aggirato la sua condizione di inferiorità militare rispetto a Israele e USA determinando un altro tipo di simmetria, e cioè causando grossi problemi all'economia mondiale e, in particolare, ai Paesi del Golfo. L'Istituto Studi Politici Internazionali (ISPI), nel video intitolato "Stretto di Hormuz, quanto ci costa questa guerra?", riporta diverse informazioni sulle conseguenze economiche del conflitto, sottolineando che l'Iran ha già a disposizione una bomba atomica, e cioè la capacità di chiudere lo Stretto. Attualmente centinaia di navi sono bloccate, anche a causa del rincaro delle tariffe delle assicurazioni.

La guerra non è un fenomeno che si lascia adoperare. Gli USA si trovano adesso a dover risolvere il problema di Hormuz, ed hanno tutto l'interesse a coinvolgere i paesi europei e i loro alleati nel conflitto. Potrebbe così mettersi in moto una serie di effetti a catena che nessuno riuscirebbe più a controllare. Ogni Stato ha le sue strategie volte ad avvantaggiarsi nelle situazioni di mutato equilibrio: la Cina lascia che gli USA si impantanino in Medioriente, la Turchia diventa attore fondamentale nell'area, la Russia vende il petrolio ad un prezzo più alto.

La stessa base MAGA, di cui Trump si fa portavoce, è in subbuglio per la guerra contro l'Iran, poichè il prolungarsi del conflitto genera effetti economici negativi, a cominciare dall'aumento del prezzo del carburante. Gli Americani persero la guerra in Vietnam perché collassò il fronte interno, e un fenomeno simile potrebbe verificarsi anche in futuro. Come si osserva nell'abstract di "Teoria e prassi":

"La direzione del moto storico... è irreversibile. Ma tale moto non ha natura lineare: prosegue per biforcazioni, per rotture, e l'imperialismo americano va osservato anche dal punto di vista degli effetti che produce negli stessi Stati Uniti e non solo nel mondo degli altri. Nel mondo degli alieni si può essere alieni anche nei propri confronti."

Si tratta di spostare l'attenzione dalla fotografia della guerra alla sua cinematografia, passando dall'analisi dell'oggetto a quella del processo. Marx ha trattato con metodo nuovo risultati a cui altri erano giunti, collegando tra loro aspetti precedentemente considerati separati. L'attualità ci interessa soprattutto come conferma della teoria marxista. I lavori della Sinistra Comunista sulla guerra e sullo stato del capitalismo ci offrono una bussola che ci permette di orientaci nel mare in tempesta.

Per il capitalismo esiste un nemico senza stato e senza esercito, ma estremamente pericoloso: la classe dei senza riserve. La crisi del sistema produce caos sociale, moltiplicando le spinte irrazionali (vedi "No Vax" durante la pandemia da Covid-19, o i fenomeni di fanatismo religioso come le lezioni romane di Peter Thiel dedicate all'Anticristo). Allo stesso tempo, emerge la necessità materiale di leggere i fatti sociali con un approccio razionale, adottando cioè il metodo scientifico.

Articoli correlati (da tag)

  • L'intelligenza agentica nella transizione di fase

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dall'articolo "What if AGI is already here, and it's made of... children?'", pubblicato su X da @IAmPascio.

    Secondo l'autore vi sono forti analogie tra l'intelligenza biologica e quella artificiale: la prima si è sviluppata lungo circa quattro miliardi di anni senza che nessuno l'abbia progettata, e anche la seconda è un fenomeno emergente. Nessun neurone, preso a sé, è intelligente: lo è il cervello, dove decine di miliardi di neuroni con oltre centomila miliardi di connessioni producono quel fenomeno che chiamiamo "intelligenza". Riguardo allo sviluppo dell'IA generale (AGI), molti immaginano l'avvento di HAL 9000 o Skynet, ovvero qualcosa di "singolare", ma per l'autore ciò che sta emergendo potrebbe essere un sistema composto da milioni di pezzi minuscoli, in connessione tra loro, distribuiti in rete. Un sistema di IA può, infatti, produrre agenti che coordinano sub-agenti e così via, una struttura che ricorda le reti autorganizzate, o gli sciami, dove ogni elemento è concatenato agli altri e, per mezzo di regole semplici, si coordina con essi dando luogo a un'architettura che produce soluzioni capaci di sorprendere gli stessi ricercatori.

    L'evoluzione dei sistemi complessi, dalla vita organica all'IA, è stata possibile grazie a mutazioni. Nel caso dell'intelligenza a base carbonio questo processo è durato miliardi di anni, mentre la velocità con cui evolve l'IA si conta in anni, se non in mesi. Dalla replicazione degli algoritmi alla loro selezione, fino alla retro-propagazione, abbiamo una struttura evolutiva che produce conseguenze che l'attuale società non sa gestire. Abituati a una concezione gerarchica dei processi sociali, facciamo fatica ad accettare l'organicità come modo di essere della natura. L'autore porta l'esempio delle formiche: una formica ha circa 250.000 neuroni, ma non è in grado di risolvere alcun problema significativo. Un'intera colonia di formiche è invece un sistema complesso in grado di risolvere una lunga serie di problemi: ricerca del cibo, cura delle larve, difesa del nido e sua manutenzione. Nessuno è responsabile del formicaio, non c'è un dirigente. L'intelligenza della colonia emerge dalle relazioni tra le formiche. L'architettura dei sistemi di IA più avanzati assomiglia più a una colonia di formiche che a un singolo individuo. Un neurone isolato non è solo poco intelligente: semplicemente non può esistere. Esiste invece una rete di neuroni, che interagiscono tra loro e con altre parti del corpo, il quale è in feedback costante con il mondo "là fuori". E' proprio questa retroazione ad aver reso possibile l'evoluzione della nostra specie (Engels e poi Leroi-Gourhan, sulla dialettica mano-lavoro-cervello).

  • Intelligenza artificiale e catastrofe sociale

    La teleriunione di martedì sera è iniziata prendendo spunto dalle ultime dichiarazioni riguardanti le perplessità e i timori per lo sviluppo dell'Intelligenza Artificiale (IA).

    Eric Schmidt, ex CEO di Google, ha lanciato un allarme sulla possibilità che l'IA sfugga al controllo degli esseri umani. Schmidt ha dichiarato di "preoccuparsi dell'IA più di ogni altra cosa", dati i pericoli legati all'interazione autonoma tra agenti (agent-to-agent) e ai rischi di conflitti cibernetici avanzati. Schmidt non è stato l'unico a rilasciare questo tipo di dichiarazioni. La Chiesa, con l'enciclica Magnifica Humanitas, ha posto il problema della gestione di una simile tecnologia, e recentemente anche Dario Amodei, cofondatore di Anthropic (Claude), ha scritto un saggio incentrato sulla necessità di rallentare lo sviluppo dell'IA ("We Must Pace the Frontier"). Ci sono poi ex sviluppatori come Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, che ha deciso di dimettersi, sostenendo che "le persone che sviluppano l'IA credono fermamente che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio". Rischi esistenziali che, secondo il ricercatore, dipendono dal fatto che le aziende sono più impegnate a competere che a garantire la sicurezza di questi sistemi.

    Le dichiarazioni di Coxon hanno avuto una forte eco sulla stampa. Sia Donald Trump sia il ministero degli Esteri cinese hanno respinto le richieste di rallentamento, ribadendo l'importanza di proseguire nello sviluppo dell'IA, e soprattutto la volontà politica di non lasciarsi sopraffare d'allarmismo. D'altronde, un coordinamento globale in una forma sociale basata sulla guerra di tutti contro tutti (concorrenza) è impossibile.

  • Il problema del controllo

    La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla segnalazione di alcune notizie riguardanti le tecnologie impiegate nelle guerre moderne.

    Secondo le stime più recenti, l'Ucraina produce circa quattro milioni di droni l'anno, ma nel 2026 punta quasi a raddoppiarne la produzione; la Russia procede in modo simmetrico, aumentando a sua volta i propri ritmi produttivi. Se Kiev mantiene un vantaggio negli attacchi con droni a lungo raggio, sta però esaurendo i missili intercettori, e in alcuni casi il tasso di intercettazione dei missili balistici russi è sceso fino quasi allo zero.

    Da anni producono droni a scala industriale anche l'Iran e la Turchia, che si sono candidati a offrirli sul mercato: si tratta di vettori di vario tipo e natura, sempre più difficili da intercettare. Negli ultimi anni, con l'avvento di sensori e attuatori autonomi, di velivoli senza pilota e di missili ipersonici, sta cambiando il modo di fare la guerra. Come in fabbrica, gli uomini sono divenuti appendici delle macchine.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter