Codice redazionale

Marzo 1999

UN PICCOLO RIPASSO PER INCOMINCIARE

Nella nostra Lettera n. 20, verso la fine, c'è un paragrafo dedicato al linguaggio. Non si trattava tanto di ricordare ai compagni un auto-impegno per non utilizzare più la lingua sclerotizzata (langue de bois, come la chiamava Suzanne) del marxismo-leninismo, ma soprattutto di incominciare a scrivere evitando l'autoreferenza tipica della regressione terzinternazionalista, zeppa per sua natura di lughi comuni (fenomeno che abbiamo chiamato luogocomunismo).

Tutti possono constatare che le difficili condizioni in cui ci troviamo portano, specialmente nell'area gruppettara, a scrivere inconsciamente senza che ci sia un effettivo interlocutore cui dire qualcosa, per cui la letteratura sinistrorsa è diventata un parlare di sé stessi a sé stessi, utilizzando un bagaglio lessicale che riempie pagine ma che spiega poco o niente.

All'epoca dell'éclatement eravamo già fuori dal partito e da diciotto mesi stavamo conducendo una lotta difficile contro il persistere delle teorizzazioni centriste anche al di fuori del partito. Avevamo una corrispondenza fitta con compagni di 23 località in diversi paesi e la discussione era aperta. Per questo motivo avevamo sia gli interlocutori che il materiale da contrapporre a molte riminescenze centriste che essi si erano portati dietro. Ma questi interlocutori non erano altro che compagni usciti dal partito come noi, elementi isolati o ex sezioni che cercavano di sopravvivere come potevano facendo quel che sapevano fare. Il nostro lavoro era sempre e comunque rivolto all'interno di un ambiente. Leggendo oggi le Lettere ai compagni, materiale che già dal titolo tradiva i suoi limiti, si avverte il legame che c'era ancora con il vecchio modo di discutere; tuttavia ci sembra, nonostante tutto, di essere riusciti a non eccedere nei luoghi comuni e nell'autoreferenza di cui sopra. Adesso sappiamo che non basta. Quegli interlocutori hanno fatto una strada diversa dalla nostra e la Lettera n. 20 sanciva finalmente la nostra entrata in un periodo in cui avremmo avuto qualche problema nuovo da risolvere.

Il problema maggiore non fu l'isolamento. Fu riuscire a comprendere la nuova situazione. Occorse infatti un po' di tempo per capire che si chiudeva un periodo di confusione teorica e tattica e, come dice Lenin, che occorreva liquidarlo nei fatti, dedicandoci a un lavoro sistematico verso traguardi precisi. Solo in questo modo non avremmo sprecato l'occasione che le determinazioni del dopo-éclatement ci offrivano. Fu allora che incominciammo a parlare di progetto di lavoro, anche se nell'immediato non riuscimmo a farne nulla, soprattutto a causa dei legami che ci univano ancora a molti compagni che si comportavano ancora come se fossero nel vecchio partito. Era inevitabile che su questi temi fossero sempre più in polemica con noi. In fondo, la Lettera n. 20, essendo un mini-bilancio del passato cui segue un elenco di lavori da fare, fu il primo passo verso un progetto. Dalla n. 21 in poi le Lettere cambiarono struttura e contenuto. Vale la pena di riportare, dopo un dozzina d'anni, la scaletta che costituiva il progetto. Nell'originale la forma è discorsiva e volutamente sotto-tono, mentre la disposizione in elenco numerato da "lavori in corso" fa un'altra impressione. Comunque si vedrà che, estratti dal contesto di allora, i punti sono ancora alla base del nostro lavoro attuale. Occorre fare di più, ma questo lo vedremo dopo (e questo "fare" non c'entra con l'attivismo ma con il micro-rovesciamento della prassi di cui ogni tanto parliamo - molto micro, comunque!). Per ora riportiamo i punti nell'ordine in cui compaiono nella Lettera:

La stampa del materiale marxista

La redazione e la diffusione più larga delle Lettere

La redazione e la diffusione dei Quaderni

L'indagine ulteriore sull'aumento dello sciupìo capitalistico

L'indagine dinamica del processo capitalistico (differenza fra foto e cinema)

Lo studio del futuro capitalistico e della società comunista

Il riscontro, nel capitalismo avanzato, di settori senza scambio di valore (comunismo)

Il lavoro e l'organicità contro i tentativi di rappezzare i resti del passato

La ricerca sulle capitolazioni della borghesia di fronte al marxismo

La ricerca sul capitale senza capitalisti che domina capitalisti senza capitale

La ricerca sui meccanismi del capitalismo ultramaturo (mercato mondiale, finanza, ecc.)

Lo studio dei fenomeni politici legati alla "democrazia fascista"

Il superamento della questione nazionale e coloniale

Lo sviluppo della Riunione di Forlì (compiti immediati della rivoluzione in Occidente)

L'adozione di un linguaggio utile a trasmettere ad altri i risultati di un lavoro

L'adozione dell'atteggiamento vitale di chi lavora in prospettiva (progetto)

Tutti questi punti, inutile dirlo, sono strettamente collegati e non sono in ordine d'importanza. Siccome però abbiamo incominciato con il problema del linguaggio mettendolo al primo posto non a caso, partiamo di lì.

IL LINGUAGGIO

Il modo di esprimersi è ovviamente legato a disposizioni personali, ma alla radice di esso vi è ciò che si vuol dire e a chi. Tradotto in modo un po' più tecnico ciò significa: l'informazione che trasmettiamo proviene da un lavoro preciso, basato su di un processo storico molto lungo e tribolato; essa viene lanciata verso l'universo per vedere se c'è qualcuno che è d'accordo nel partecipare a questo lavoro. Può anche darsi che, così facendo, scopriamo altri iperuranici come noi che hanno maturato cose simili e magari più profonde. Noi non cerchiamo di convincere i "bordighisti" che siamo più bravi di loro (ci vuole poco). Non cerchiamo nemmeno di convincere qualcuno di qualcosa. Noi cerchiamo invece qualcuno che sia già convinto di essere in sintonia col comunismo, insomma, che sia stato preso dal demone di Marx. Altrimenti si finisce per scrivere ad un congresso generalizzato per confrontare tesi diverse, perciò opinioni. Se troviamo questo qualcuno, sarà sicuramente e automaticamente meglio dei bordighisti e di tutti gli altri …isti.

Adesso siamo in grado di fare discorsi un po' più precisi su questo argomento, ma è in questa ottica che anche allora insistevamo sul contenuto e sulla rottura con l'ambiente sclerotizzato, ovvero su ciò che abbiamo chiamato progetto. Questo termine, o meglio, concetto, è stato volutamente utilizzato poco, per via delle accezioni tecniche ad esso legate, ma quando recentemente è ricomparso per spiegare a compagni tentennanti che cosa stavamo facendo da vent'anni, è risultato dirompente. Progetto vuol dire la stessa cosa di programma e sarebbe interessante indagare sull'effetto diverso prodotto da due termini equivalenti. Sarà un caso, ma la prima defezione è avvenuta, al di là delle motivazioni addotte, sulla questione del progetto. E in seguito, quando altre motivazioni vennero tirate in ballo per giustificare altre più recenti defezioni, sarà sempre un caso, ma il punto centrale divenne di nuovo il progetto, cioè la Lettera n. 20 e un paio di quelle successive da essa anticipate(Demoni e Militanti).

LA NATURA DELLA NUOVA RIVISTA E IL NOSTRO CODICE REDAZIONALE

Anticipare. Per i comunisti questo è il vero problema, in grande e in piccolo, come insegna il Manifesto. Essere rappresentanti di un futuro. Non sopravvivere soltanto attestandosi sul passato (atteggiamento conservatore). Non rimuginare soltanto il presente (atteggiamento esistenziale). Raccontare cose avvenute è facile, ma è anche facile raccontare cose inventate, fantasie, utopie, al posto del futuro determinato dalla dinamica del comunismo. Oggi come oggi sembra quasi impensabile riuscire a rompere la tradizione dell'autoreferenza comunista, in genere e nei casi più favorevoli ferma alla Terza Internazionale degenerata. E sembra anche pericoloso, dato che si rischia di saltare sul campo minato dell'opportunismo innovatore. Ma è quando il gioco si fa duro che i duri incominciano a giocare, o no? Occorre quindi sminare e avanzare, non ci sono santi. Ogni rivoluzione demolisce il passato e per questo il suo punto di forza non può essere il confronto con esso. La forza di ogni rivoluzione consiste nel dimostrare praticamente come sarebbe il mondo senza le cose del passato. Il movimento reale di ogni rivoluzione, quindi, ha come riferimento un futuroreale, descrivibile attraverso la sottrazione dalla società reale odierna delle sue componenti capitalistiche, anti-specie.

Facciamo un esempio (piccolo), la Russia. Ci sono migliaia di pagine della nostra scuola su questo fenomeno. Quando tutti dicevano che là c'era socialismo di qualche specie, noi dicevamo che là c'era capitalismo emergente e giovane. Quando il capitalismo giovane è diventato vecchio e corrotto è entrato in crisi ed è scoppiato. Cosa potevamo anticipare a proposito? Che si sarebbero aperte meravigliose prospettive di sviluppo capitalistico come disse Fortune? Che si apriva un ciclo di ulteriore accumulazione dovuto ai poderosi investimenti vagheggiati? Nemmeno per sogno: i russi avrebbero visto i sorci verdi, perché non eravamo più in epoca quantitativa, quella degli investimenti a go-go dovuti, grazie alla guerra, alla persistente concentrazione; si era ormai nell'epoca qualitativa, quella degli investimenti dovuti alla centralizzazione, quelli che tolgono da una parte per mettere dall'altra, e non sempre con risultato a segno positivo. Prendere da una parte e mettere dall'altra, in soldoni, vuol dire che vige sempre di più il vecchio proverbio mors tua vita mea: l'economia degli Stati Uniti va benissimo anche se non funge più da "locomotiva" come una volta producendo plusvalore sul territorio nazionale. Essa assorbe energia dal mondo, come un vampiro. Di più: il capitalismo statale è il più moderno, laliberalizzazione, ovunque, può solo essere o una stupidaggine propagandistica o un tentativo di esorcizzare, tramite l'intervento sempre più massiccio dello stato, le condizioni di super-monopolio. Ergo la Russia avrà nuovamente un'economia quando essa sarà di stato, come dalle altre parti.

Facciamo un altro esempio (meno piccolo!): la rivoluzione futura. Non possiamo dire sulla nostra rivista semplicemente: "Il capitalismo è una schifezza" oppure, e sarebbe lo stesso, "Il comunismo è una bellezza", oppure ancora "Il comunismo è meglio del capitalismo". Questo lo lasceremo fare ai "politici". Affibbiare un aggettivo o un sostantivo all'oggetto in questione non risolve nulla, si manifesta semplicemente un'opinione. Si procede scientificamente solo quando si discute su di un oggetto, anche se osservato da nuovi punti di vista, riconoscibile da tutti tramite più parametri consolidati. Inoltre occorre che l'oggetto sia sottoposto ad indagine secondo metodi nuovi, altrimenti non si aggiunge nulla all'esistente (questo è il motivo per cui Amadeo se la prendeva con le balle spaziali; precisiamo comunque che per noi nuovo è fondamentalmente il metodo scoperto da Marx). I risultati di una ricerca scientifica devono essere condivisibili, una volta affermatisi, esattamente come dovevano essere condivisibili i dati di partenza. Infine, addotte prove sperimentali, occorre anche descrivere quale sarebbe la prova che invece potrebbe demolire tutta la nostra ricerca: tutto il marxismo sarebbe una bufala gigantesca se, per esempio, qualcuno riuscisse a dimostrare la possibilità di accumulazione senza che si produca plusvalore mediante forza-lavoro.

Gli articoli della nostra rivista, quindi, non saranno scritti per comunicare al mondo la nostra egregia opinione secondo la quale il capitalismo fa schifo e il comunismo è un paradiso. Saranno scritti per rendere condivisibile una ricerca (non nostra ma di Marx e altri) che ha portato a risultati verificabili sperimentalmente, facilmente comprensibili e perfettamente utilizzabili per il materiale superamento dei vecchi parametri classisti. La rivista continuerà ad essere un progetto di lavoro e inviterà con questo il lettore a smetterla di trattare il comunismo come se fosse un'utopia da realizzare e ad imparare la vera lezione di Marx: i caratteri della società futura esistono, vanno semplicemente liberati dalla presenza del capitalismo.

A volte, come nel caso della Russia, è sufficiente proiettare un trend e l'anticipazione è facile. A volte è sufficiente un po' di buon senso materialistico e dialettico, come quando, a chi ricercava l'omogeneizzazione per "fare" di nuovo il partito dopo l'éclatement, scrivemmo che era impossibile far girare indietro le determinazioni che l'avevano provocato. Altre volte, come nel caso del nuovo partito, quello vero, futuro, non quello omogeneizzato, l'anticipazione è più difficile. Perché in questo caso si tratta sia di anticipazione materiale, nel senso di svolgere un lavoro, dar vita ad un ambiente per quanto possibile organico, sia di anticipazione teorica, nel senso di capire il meccanismo futuro del rovesciamento della prassi. La domanda cui bisognerebbe rispondere è: come si prefigura quel partito, descritto dalla nostra scuola, che è "tecnicamente disegnato nel presente dai suoi compiti futuri"? Tenere presente che per "compiti futuri" non si intendono solo quelli inerenti al processo della presa del potere ma anche quelli inerenti alla trasformazione sociale futura, compiti che si proiettano ben al di là della vittoria politica e militare immediata.

Si capisce che impostare il lavoro di redazione e di stampa su queste premesse è "difficile", come sarà difficile trovare qualcuno che, oltre al lavoro attuale, partecipi ad una struttura politica futura che da questo lavoro ci auspichiamo possa scaturire. Ma, come spesso ci ripetiamo, la correttezza di un'impostazione non si giudica dalla difficoltà ma dalla sua coerenza rispetto alla teoria generale. Può darsi benissimo che un'impostazione teoricamente corretta e rigorosa non possa far valere tutta la sua carica energetica nel contesto sociale, e che invece un minestrone raffazzonato raccolga un notevole successo di pubblico. Sappiamo che, misurata con il metro del successo immediato, la Rivoluzione d'Ottobre non ci sarebbe stata. E non ci sarebbe stato neppure l'immenso patrimonio della nostra scuola. Se siamo d'accordo con le Tesi di Napoli, dobbiamo aspettarci i risultati quantitativi soltanto dalle premesse qualitative e assolutamente non viceversa, come troppi immaginano.

Dunque, cosa si dice con la nostra rivista e a chi. Si dice che il capitalismo è già in fase di transizione e che il comunismo (n+1) sta lavorando benissimo (certo meglio che in Russia, ma ormai si è risolta questa vecchia polemica) e che occorre si sviluppi una nuova scuola che aderisca al partito storico di sempre per andare verso il nuovo partito formale. Da quest'ultima proposizione si ricava quale possa essere l'interlocutore cui ci rivolgiamo.

CHI SIAMO? A CHI CI RIVOLGIAMO?

Ancora adesso abbiamo a volte l'abitudine di riferirci a noi stessi come se facessimo parte della Sinistra Comunista "italiana". E' chiaro che facciamo nostro il patrimonio gigantesco di quell'esperienza storica e della battaglia da cui esso è scaturito, ma noi non siamo la Sinistra. A rigor di logica la Sinistra è esistita soltanto nel periodo del PCd'I, in quanto c'erano anche una destra e un centro, seppur del tutto insignificanti dal punto di vista numerico (ma non da quello del peso storico legato alla controrivoluzione).

Ci riferiremo quindi con precisione alla frazione intransigente, astensionista e comunista del PSI dal 1912 al 1920, alla Sinistra Comunista dal 1921 al 1926, alla Frazione all'estero dal 1927 al 1945, al Partito Comunista Internazionale dal 1946 al 1982, anche se fino agli anni '70 erano ancora in vita molti dei compagni del '21 ed essi ovviamente non potevano che sentirsi parte della Sinistra comunista, dato che ne rappresentavano la continuità fisica.

Stabilito chi siamo, tutti i lavori dedicati a chi si accinge a scrivere testi, dai libri di scuola ai manuali di giornalismo, seguono più o meno lo stesso schema: come lo facciamo? Perché lo facciamo? E soprattutto, per chi scriviamo? Suggeriamo di adottare il libro di Umberto Eco Come si fa una tesi di laurea. Non ci è simpatico per nulla questo professore saccente, ma il suo manualetto è raccomandabile dal punto di vista tecnico ad ogni aspirante redattore per la chiarezza espositiva e per la quantità di informazioni utili alla stesura di uno scritto. Prendiamo allora spunto dal volumetto citato adattandolo alle nostre esigenze.

Troppe volte, in modo automatico, ci si rivolge al milieu marxista, come se fosse l'unico interlocutore possibile. Il nostro interlocutore non è il compagno che sta con noi e neppure quello che sta da un'altra parte, in un altro gruppo più o meno organizzato, più o meno coerente con il marxismo che rivendica. Non è neppure un gruppo ristretto e ben individuato o un insieme più grande e non è detto che sappia chi sia Marx e quelli che l'hanno seguito o tradito. Marx, da parte sua, non ha detto cose che voleva sapesse solo Engels. Eco, che scrive per i suoi allievi, probabilmente stufo di pasticci ingenui o pretenziosi, raccomanda: non stai parlando specificamente al relatore della tua tesi, immagina di parlare all'umanità intera (nientemeno). Che è come dire: non precostituirti un lettore di comodo che ti permetta una comoda lingua precostituita, spiegati, evita il gergo degli addetti ai lavori, e soprattutto trasmetti un lavoro che tu stesso hai fatto, anche se su semilavorati altrui; non ripetere come un pappagallo quello che hanno già detto altri. Eco è un borghese utile alla borghesia, ma è un ottimo professionista nel campo della comunicazione.

Eco non ne parla, ma noi abbiamo già ricordato un guaio supplementare che capita quando non sia ben risolta la faccenda del trasmettitore e del ricevitore. Noi non siamo come una radio che invia i suoi segnali nello spazio indipendentemente dal fatto che ci sia qualcuno a riceverli. Nelle relazioni umane, come abbiamo avuto modo di vedere, diventa importante il concetto di funzione. Noi trasmettiamo in funzione di un lavoro e chi riceve lo fa in funzione di una aspettativa. Non ci può essere una parte attiva e l'altra passiva: anche chi trasmette, alla fine, riceverà forti impulsi che lo porteranno a soddisfare, a causa della solita ricerca di gratificazioni e successo, le aspettative del ricevente. Questa storia delle aspettative l'abbiamo già sentita ed è interessante, ma dobbiamo assolutamente leggerla così: occorre rispondere alle aspettative dell'umanità, non a quelle degli individui che la compongono. Fenomeni di feedback (retroazione) sono inevitabili, e ogni discorso sulla rivista non può prescindere da quello sul potenziale di ricezione che c'è nel mondo intorno a noi. Solo pensando di non essere gli unici a fare le nostre elucubrazioni (che altri ritengono eretiche, isolate ed iperuraniche) possiamo avere la materialistica speranza di far qualcosa di serio e nello stesso tempo utile per il futuro.

E COME?

Proseguiamo sulla traccia di Eco anche se, si capisce, l'adattiamo ai nostri scopi. Nel capitoletto dedicato a come si scrive, tale traccia si fa del tutto tecnica. Perciò l'osservazione sulla chiarezza espositiva che deriva dalla chiarezza di idee non è collocata qui ma nel capitolo precedente. Eppure dobbiamo sottolineare robustamente che il "come" si scrive dipende molto dal come si pensa. Può darsi che vi siano impedimenti di natura tecnica (grammatica, estetica, sintattica), ma l'impedimento maggiore sarà sempre nella mancanza di argomenti da trasmettere a chi legge. Per gli errori e il periodare traballante ci sono le riletture, gli aiuti esterni e i correttori di bozze, veri specialisti della comunicazione quando sono professionali. Ma non si può trasmettere una cosa che non c'è, anche se un po' di studio sulle grammatiche, tanta lettura e un po' di allenamento alla scrittura non fanno male.

Non usare frasi fatte e luoghi comuni che capiscono solo gli addetti ai lavori. Evitare il più possibile gli artifizi come punti esclamativi, virgolette, puntini di sospensione, ironie da montati in cattedra e parabole gratuite. Una delle cose più odiose di certa sinistra è la professione di umiltà di fronte alla grandezza dei compiti rivoluzionari e contemporaneamente la spacconeria più sfacciata sia nella sufficienza con cui si trattano gli avversari opportunisti o gli stessi borghesi, sia negli appelli alla ripresa del movimento di classe. La ripresa del movimento classista non dipende da ciò che fanno i gruppettari. Di fronte alle mosche cocchiere, c'è una borghesia che ha accumulato più potenza e conoscenza di tutte le altre classi dominanti nella storia; essa è un avversario da non sottovalutare per niente e il farne barzellette è semplicemente da stupidi.

Limitare il linguaggio figurato ed evitarlo del tutto nelle parti che richiedono una trattazione rigorosa. Il linguaggio figurato, le metafore, i giochi di parole sono mezzi potenti che possono servire in circostanze estreme a sfondare limiti imposti dal linguaggio comune. Non abbiamo ancora a disposizione una espressività comunista, e questo è un fatto. Quindi ci dobbiamo servire al meglio della lingua che c'è. Ma bisogna essere molto, molto in gamba per sfondarne i limiti senza cadere nel ridicolo. Marx, Amadeo, Gadda e Gianni Brera ci riuscivano, i comuni mortali qualche volta ci provano ma i risultati non sono tanto belli a leggersi.

L'APPROCCIO AI PROBLEMI DA TRATTARE

Stabilito a chi ci rivolgiamo e come, occorre aggiungere qualche indispensabile cenno sul metodo della ricerca che precede l'esposizione. Da quanto detto fin qui dovrebbe risultare evidente che non stiamo parlando di pezzi separati e che il lavoro di redazione ha aspetti "olistici" o, se si vuole, organici. Ciò significa che non è neppure pensabile una redazione che non si basi sul continuo funzionamento di una rete di relazioni fra i partecipanti al nostro lavoro. Ciò tra l'altro non vale solo per la redazione ma anche per tutto il resto.

Sul metodo abbiamo già detto molto e dovrebbe essere sufficiente riassumere: gli oggetti sottoposti ad indagine (di natura fisica o ideale o astratta ecc.) non si presentano mai quali sono ma in un contesto o, per dirla in altro modo, sempre in presenza di condizioni al contorno, prima fra tutte la nostra presenza in quanto indagatori. Il terreno d'indagine ha prodotto nel tempo vari linguaggi esplicativi dei fenomeni e nomi degli oggetti e delle sensazioni. Tutto ciò si può raccogliere sotto il nome dieuristica, tanto per definire degli strumenti che servono a cercare e trovare altre cose o nuove relazioni fra cose conosciute. Poi abbiamo visto che certi strumenti diventano fondamentali, invarianti, paradigmi resistenti ad ogni attacco fino a nuove scoperte. Abbiamo chiamato questo campo assiomatica. I tre campi (oggetti, euristica, assiomatica) non possono essere separati. Vivono uno dell'altro e si distruggono a vicenda quando si impongano o si trovino nuovi risultati. Abbiamo chiamato il sicuro maneggio di queste complesse relazioni metodo scientifico. Tale metodo non ha nulla a che vedere con gli schemi quantitativi riduttivistici del passato. Quando si entra nel mondo delle relazioni complesse, si supera il confine della linearità, quindi si entra nel campo della dialettica e della dinamica, lasciando alle spalle per sempre il comodo ambiente delle sparate gratuite e inconfutabili come la parola di un dio.

Un approccio alla scientificità del metodo è anche contenuto nell'opuscolo di Eco. Ai nostri occhi c'è più positivismo che dialettica, ma molti comunisti da cui abbiamo ricevuto critiche potrebbero già essere contenti se arrivassero almeno a quel livello.

Una risolta questione di metodo ci permetterà di vedere al volo da una parte le fesserie che dicono in genere i commentatori borghesi (intendiamoci, ci sono anche scienziati in gamba, ma non sempre ci possiamo basare sulle loro opere, il più delle volte dobbiamo attingere alla stampa normale), dall'altra superare le fesserie e vedere dietro ai fatti le relazioni che i commentatori non vedono affatto. In questo modo possiamo trarre il massimo vantaggio anche da notizie frammentarie o in contraddizione fra di loro (per esempio: la situazione dell'agricoltura nel mondo, la persistenza statistica di masse contadine e la nostra negazione di una "questione contadina" legata a presunte aree di doppia rivoluzione).

LA TRACCIA

Mozart scriveva di getto le sue composizioni, ma era un genio; noi poveretti dobbiamo accontentarci di schemi, scalette, tracce o semilavorati in modo da procedere gradualmente verso il risultato. Uno dei metodi migliori è quello usato da Amadeo negli "Appunti filosofici" (o contro la filosofia). E' anche il metodo-indice indicato nell'opuscolo di Eco, dato che ogni indice è anche il riassunto schematizzato dell'intero lavoro.

Il redattore scrive un indice con capitoli e sottocapitoli (o l'elenco dei paragrafi di un articolo breve). Poi inizia la stesura. Mentre si svolge il lavoro si trovano rami collaterali che vale la pena di indagare e vengono aggiunti all'indice. Ci si troverà in questo modo ad avere un semilavorato con parti svolte, altre abbozzate, altre allo stato di schema ancora striminzito, proprio come negli appunti di Amadeo. Il computer aiuta molto in questo lavoro: non c'è bisogno di cancellare, rifare fogli, scarabocchiare sulla carta; ogni modifica è immediata e senza ricorso al cestino e alla risma nuova come una volta. Ogni aspirante redattore dovrebbe diventare anche possessore di computer (e non solo per scrivere, come vedremo dopo).

I più tecnici ricorreranno a sistemi più sofisticati di quello dell'indice, come certi schemi a blocchi per individuare il peso (importanza) dei vari argomenti con tutte le loro diramazioni. Un esempio del genere è anche contenuto nell'opuscolo di Eco. Anche noi ne avevamo parlato tempo fa, quando era in bozza il quaderno sulla guerra e le prove sembravano positive. Ci sembra che questa schematizzazone possa rivelarsi particolarmente utile nei casi di lavoro a più mani dove ognuno ha bisogno di capire al volo ciò che ha aggiunto o modificato l'altro.

Molti amano la schedatura del materiale, altri la ritengono superflua, dato che la traccia appena descritta può contenere a margine tutti i riferimenti che ognuno vuole. Il computer elimina il problema. Con il più rudimentale sistema di scrittura si possono abbozzare tracce e si possono allegare schede a piacere, senza più l'incombenza materiale della carta, della macchina per scrivere e della gomma. L'opuscolo citato si dilunga molto sulle schede e sugli appunti, ma era un'epoca in cui i computer erano ancora inavvicinabili (1977).

IL LAVORO COLLETTIVO

In genere si crede che il lavoro collettivo sia sinonimo di "lavoro distribuito a molti e fatto da molti". Questa è una concezione democratica un po' ingenua, come abbiamo potuto constatare proprio fra di noi durante l'ultima crisi. Anche se è vero che dobbiamo tendere a distribuire meglio il lavoro, al solito questa esigenza non si può ridurre ad un fatto meccanico, puramente organizzativo. Non si tratta di distribuire equamente capitoli, pagine o altro fra un certo numero di redattori, poi raccogliere e riunire i pezzi. Il nostro lavoro non assomiglia ai seminari degli studenti, specie quelli del '68.

La redazione ha un buon rendimento quando riesce a lavorare bene in tutto il contesto e quando i redattori partecipano all'elaborazione collettiva cogliendo l'insieme e traendone il particolare al quale lavorano contingentemente. Va da sé che succede anche il contrario: da un qualche particolare di cronaca si possono ottenere notevoli generalizzazioni, come nel caso di certi articoli della serie Sul Filo del Tempo di Amadeo.

I computer e soprattutto il loro insieme collegato in rete, permettono di portare il lavoro collettivo a conseguenze interessanti. La nostra esperienza dimostra che si può superare facilmente la personalizzazione del lavoro col semplice fatto di far vivere il semilavorato di vita propria, di farlo circolare tra i compagni come nel suo habitat, alimentarlo con nuova informazione, farlo incontrare (o scontrare, o accoppiare) con altri semilavorati, farlo crescere insomma fino a forma completa. Questo lo facciamo quando parliamo a grandi linee di un argomento, ne facciamo uno schema, ne ricaviamo una riunione, la registriamo, la trascriviamo, facciamo circolare il testo fino a quando ci sembra completo, senza fesserie e pubblicabile e infine lo sottoponiamo a editing finale in base a questo stesso codice. In più abbiamo anche una verifica in doppia direzione con i nostri lettori che, specialmente attraverso il sito, comunicano con noi, quindi lavorano con noi.

LA REDAZIONE IN QUANTO TALE E LA SUA STRUTTURA

Senza un lavoro sistematico una redazione è semplicemente impossibile, quindi in senso stretto ne fanno parte solo i compagni che possono garantire una partecipazione sistematica. In senso lato tutti i compagni collegati organicamente fanno parte della redazione, perché il lavoro riverberato all'esterno è sempre stato ed è collettivo. Teoricamente il cerchio dei collaboratori si può allargare ben oltre i militanti in senso stretto, purché il materiale sia metabolizzato dall'organismo che produce la rivista. Essendo quest'ultima trimestrale, abbiamo visto che basta una riunione per ogni numero che esce, quindi quattro riunioni all'anno, da organizzare tre mesi prima che esca la rivista, ovvero subito dopo l'uscita di ogni numero. Alla riunione di redazione partecipano più compagni che possono, dato che si tratta per ora dell'unica occasione per una riunione "generale" in cui affrontare anche altri eventuali argomenti.

I tre modelli di rivista da cui abbiamo tratto spunto non erano bellissimi, ma avevano tutti i riferimenti importanti necessari per far di meglio, se non come contenuto almeno come forma. Si tratta di Rassegna comunista (1921-22) e dei due Prometeo (1924 e 1946-52). Per ogni numero che esce dovrebbero essere programmati almeno tre articoli ad hoc, più l'editoriale e le rubriche; il resto dovrebbe essere attinto dal serbatoio degli evergreen (sempreverdi, articoli da produrre e da tenere per ogni evenienza) di cui abbiamo già parlato e che potrebbero essere il prodotto della redazione in senso lato, ad accumulo costante anche se non scandito con i tempi dellaredazione in senso stretto, la quale deve rispettare il ciclo di uscita e di spedizione.

Dal punto di vista della struttura di lavoro, com'è ampiamente provato dall'esperienza fin dai tempi di Lenin, la rivista deve essere il perno di tutta la nostra attività e il mezzo per la sua proiezione all'esterno. Le riunioni e gli studi saranno sempre più finalizzati alla stampa, quindi aumenterà l'esigenza di fissare i risultati con appunti, semilavorati, registrazioni ecc. Anche a causa di ciò, il resto del lavoro di stampa, il cui progetto di base prevede la pubblicazione sistematica di tutto il patrimonio della nostra scuola, graviterà intorno alla rivista, nel senso che i prossimi testi, opuscoli, volantini o giornaletti usciranno come supplemento, come si faceva nel vecchio partito.

La redazione si occupa anche del sito Internet, che diventerà un canale sempre più importante di doppia direzione, o almeno si spera, se ha senso la nostra testarda ipotesi secondo la quale non possiamo essere solo noi nel mondo a fare un certo tipo di discorso. Il sito Internet dovrebbe perciò essere non solo un mezzo per il team computing redazionale di cui abbiamo parlato, per i viaggi negli altri siti a mezzo di vari links o per la posta elettronica, ma una vera e propria comunità virtuale (come si usa dire adesso) dove chi vuole può trovare ciò che cerca, magari immettendo lavoro che era fatto per sé stesso, in modo che sia utilizzabile da altri possibili "partecipanti".

Come abbiamo sottolineato in altra parte di queste note, la redazione non scrive solo per i collegati al nostro ristretto lavoro o per il milieu bordighista, bensì per l'universo intero. Perciò il risultato dell'attività redazionale dovrà rispecchiare una relazione con questo universo ed essere di conseguenza assai differente rispetto a tutto ciò che rappresenta attualmente la stampa, non solo del nominato milieu, ma di tutto l'ambiente variamente "marxista". Forse un giorno constateremo l'esistenza di qualcosa di diverso da questo ambiente, qualcosa che non conosciamo ancora, ma fin da ora la redazione dovrebbe abituarsi a scrivere come se ne fossimo già a conoscenza, come se l'interlocutore che cerchiamo esistesse davvero, numeroso e attento.

LA CITAZIONE

La redazione dovrebbe imparare a dire le cose senza dover riscrivere tutte le volte gli scritti dei maestri. L'uso esagerato della citazione, tipico dei sinistri, è quasi sempre sospetto e qualche volta anche truffaldino. Vi sono molti usi possibili per la citazione e quasi tutti sono riconducibili a tre deplorevoli casi principali: 1) nella polemica si cita contro un interlocutore per dirgli che il Tal dei Tali ha detto veramente così e non cosà. Punto dolente: l'interlocutore se ne frega e cita a sua volta dallo stesso autore dimostrando che invece ha detto cosà e non così. L'attività umana in ogni ramo è così complessa e non riducibile, che si troverà sempre il modo di far dire a qualcuno il contrario di ciò che vuol fargli dire un altro. 2) Si cita un autore per sostenere, tramite la sua autorità, la propria interpretazione di un fatto o di una teoria. Punto dolente: l'interpretazione dei fatti è sorella dell'opinione ed entrambi hanno a che fare con la filosofia e non con la scienza come l'intende Marx. Se l'autorità della fonte è veramente riconosciuta, sarebbe meglio citarla e basta; se invece viene utilizzata proprio solo a sostegno di un'interpretazione, allora sarebbe meglio mettere soltanto quest'ultima. 3) Si cita un testo per glossarlo e spiegarne i significati. Punto dolente: per far ciò bisogna essere perlomeno all'altezza del testo citato, mentre troppe volte si cade in una interpretazione che finge di essere una glossa e quindi nel punto due.

Leggere attentamente le dieci regole per la citazione contenute nell'opuscolo di Eco.

LE NOTE AL TESTO

La nota a pié di pagina a volte rappresenta un piccolo problema per il tipo di argomenti che trattiamo. Alcuni di essi richiedono molti riferimenti, bibliografici, storici o altro, che non possono essere lasciati nel contesto per non appesantirlo. Ma anche le note appesantiscono la pagina e distolgono da una lettura scorrevole. Un esempio lampante è il testo sulla questione spaziale, nel quale i riferimenti cui obbliga Amadeo sono un'infinità. In questo caso ce la siamo cavata con delle appendici e un glossario. Altre volte abbiamo esagerato sul risparmio e non abbiamo scritto che poche note, suscitando nel lettore la domanda: perché qui c'è il commento, il richiamo, e là no?

Sulla rivista abbiamo finora evitato le note, sia a fondo pagina che a fondo testo, sia per non distrarre il lettore, sia per evitare che i redattori si appoggino alla nota evitando gli approfondimenti. La bibliografia che una volta era da noi sparsa nelle note è un utile strumento ripresa in un'unica appendice in fondo agli articoli ("letture consigliate"). L'unificazione dello stile e del metodo nei riferimenti bibliografici è importante: per questo particolare rimandiamo all'opuscolo di Eco, veramente completo in fatto di note e bibliografia. Attenersi scrupolosamente ad esso anche come standard tipografico (virgolette, corsivi, apici ecc.)

STANDARD DI BATTITURA - PICCOLO CODICE GRAMMATICALE E LESSICALE

Queste piccole norme evitano una inutile perdita di tempo in sede di editing e consentono ai correttori di concentrarsi sulle cose più importanti. Riportiamo alcune regole apparentemente scontate e gli errori più frequenti, le une dimenticate e gli altri commessi non solo dai neofiti ma anche dai professionisti.

1) Maiuscola e minuscola. Inizio citazione quando non vi sia continuità di discorso: "La borghesia è una classe inutile". Tutti i nomi che hanno un acronimo:Internazionale Comunista, Partito Comunista d'Italia. Nomi di cariche particolari: il Presidente della Repubblica (ma: il presidente Scalfaro). Generalizzazioni: lo Stato, il Capitale (ma: intervento dello stato, capitale fittizio). Nomi di popoli: i Francesi, gli Inglesi (ma: i francesi intervennero alla riunione). Nomi di astri: la Terra gira intorno al Sole (ma: gli astronauti toccarono terra in un giorno di sole). Scriviamo anche Rivoluzione d'Ottobre e Prima Guerra Mondiale, Nord, Sud, Oriente eOccidente (ma il sole nasce a oriente).

2) Punteggiatura. Meglio mantenersi su regole semplici. Consigliabile la virgola solo quando è obbilgatoria (p. es. dopo il vocativo, negli incisi, negli elenchi). Per il resto fare frasi col punto, corte, se possibile. Punto e virgola per le pause e negli elenchi specialmente quelli numerati. Due punti per introdurre un discorso altrui o per introdurre un elenco. Punto interrogativo senza problemi. Punto esclamativo da usare con estrema parsimonia, meglio mai. Peggio che mai i due insieme e anche uno dei due ripetuto (no ?!, ??, !!) per enfatizzare. Maiuscola dopo entrambi meno quando il discorso continua in modo evidente. Puntini di sospensione: nel caso di omissioni nelle citazioni; in tutti gli altri casi con estrema parsimonia. La punteggiatura deve rimanere entro le virgolette quando esse delimitano le frasi di un dialogo, fuori quando delimitano una citazione.

3) Segni convenzionali. Trattino: Guerra turco-russa, partita Italia-Brasile, l'Intercity Torino-Venezia, la forza-lavoro, il marxista-leninista; anche al posto della lineetta per gli incisi (a volte, cioè, al posto della parentesi). Virgolette: per le citazioni con il corsivo quando non si usa il rientrato; no per voci dialettali, straniere, gergali (usare il corsivo); per il resto con giudizio (specialmente nel senso di cosiddetto). Lineetta e asterisco: non li usiamo. Non usiamo mai sottolineature, maiuscoletti e grassetti per evidenziare, ma solo il corsivo (maiuscolo e grassetto ovviamente per i titoli). In questi appunti usiamo il grassetto per evidenziare gli esempi, ma è un caso un po' speciale.

4) Accento. Tre, blu, re, ma ventitré, rossoblú e viceré. Dà (dare), là (luogo), lí (id.), sí (afferm.), né (neg.), ché (perché), sé (pron.). Distinguiamo tra acuto e grave. Usiamo l'accento tonico solo quando ci sono parole che si confondono (àncora e ancóra). Non usiamo l'accento circonflesso (non principî ma principii, però armadi, studi).

5) Apostrofo. Un artista (uomo), un'artista (donna); tal e qual vanno senza apostrofo. Nei troncamenti lo usiamo sempre (mai l'accento): po', be', pie'. Anche negli imperativi: da', fa', di', va'; tie', to'.

6) Femminile. Non usiamo il politically correct femminista. Diciamo: direttrice, imperatrice, scrittrice, ambasciatrice, senatrice, ispettrice. Corretti anche se suonano d'altri tempi: soldata, deputata, avvocata, vigile urbana, architetta, notaia e persino ingegnera. Sempre al maschile invece la carica: Teresa è stata eletta sindaco; Francesca è stata eletta primo ministro; Maria Callas era un soprano.

7) Plurale. Ricordiamo la regoletta pratica per le terminazioni in -cia e -gia: camicia = camicie, ferocia = ferocie, grattugia = grattugie, quando c'è la vocale. Invece: frangia = frange, goccia = gocce, coscia = cosce, quando c'è la consonante. Non c'è la regola per sindaci, chirurghi, sarcofaghi o esofagi. Di solito i vocaboli in -co e -go hanno il plurale in -chi e -ghi quando sono piani, cioè hanno l'accento tonico sulla penultima sillaba (gioghi, lunghi, roghi); i vocaboli sdruccioli, cioè con l'accento sulla terz'ultima sillaba hanno il plurale in -ci e -gi (meccanici, portici, asparagi). L'uso va soppiantando in molti casi il suono duro (stomachi = stomaci, manichi = manici, chirurghi = chirurgi). Non usiamo l'accento circonflesso e altri accenti nei casi: principii, arbitrii, assassinii, oratorii. Parole composte: caporeparto = capireparto, pomodoro = pomodori, caporione = caporioni, cassaforte = casseforti, terracotta = terrecotte, cassapanca = cassapanche, doposcuola = doposcuola, retroscena = retroscena (ovvero seguiamo l'uso consolidato). Con i vocaboli stranieri di uso consolidato come bar, sport, box, camion, menu, tram, ecc. non formiamo il plurale. Lo formiamo con i vocaboli che citiamo appositamente in quanto stranieri: "I delegati spagnoli all'Esecutivo Allargato erano dei veri caballeros". Si dice che una gran quantità di persone hanno (e non ha) l'automobile.

8) Articolo. Non usiamo mai l'articolo davanti ai nomi: il Bianchi, il Rossi, la Neri; e nemmeno il Pirandello o il Quasimodo (ma il Boccaccio, il Manzoni e il Pascoli, sì). Scriviamo sempre minuscolo l'articolo delle località quando parte del discorso: foto del Cairo, vacanze alla Maddalena, viaggio all'Aquila, vistare la Spezia, pellegrinaggio alla Mecca. Ma scriviamo: Il Cairo, 2 marzo 1999; la città della foto si chiama La Spezia.

9) Aggettivo. Nella letteratura di sinistra si sprecano, specialmente preposti al sostantivo: "una limpida via per i giovani". A volte fa poetico, ma il troppo stroppia. Inoltre l'aggettivo tende ad appiccicarsi con invarianza agli stessi nomi, come nel giornalismo deteriore (dopo lunga e penosa malattia; male incurabile; solertepoliziotto, terziario avanzato) facendo del testo un luogo comune. Per quegli aggettivi particolari che sono i numeri meglio scriverli in lettere quando la frase è discorsiva e non si tratta di matematica o economia (quattro sessioni dell'Esecutivo, quindici volumi delle opere, 1.600 copie del giornale, il PIL è a 1.900 miliardi di lire). Non eccedere con i superlativi e i comparativi.

10) Pronome. Sull'abuso dei pronomi personali abbiamo citato una volta Gadda che li odiava "come i pidocchi". Il pronome "io" l'abbiamo cancellato, resiste ancora il "noi" anche quando potrebbe essere sostituito da forme impersonali ("noi dissentimmo dall'Internazionale"). Nell'uso giornalistico la forma "diremo loro come fare" è ormai sostituita da "gli diremo come fare". Noi finora abbiamo sempre usato la prima forma, ma le grammatiche suggeriscono un compromesso: usare gli tutte le volte che loro è pesante o sa di vecchio. I piemontesi hanno problemi con i pronomi relativi (che, il quale, cui, regolarmente corretti in sede di proof-reading): "la modifica del programma politico, che già esisteva nel 1924, era inaccettabile"; che cosa esiteva nel 1924? La modifica o il programma? Scriviamo: "la modifica del programma, il quale esisteva ecc." La proliferazione del pronome "che" diventa quasi automatica nei periodi lunghi. Si può evitare con un piccolo trucco: "quell'organicità che la nostra scuola ha sempre sottolineato" può diventare: "quell'organicità sempre sottolineata dalla nostra scuola" (si passa cioè dalla costruzione esplicita a quella implicita, dal verbo di modo finito a quello di modo indefinito).

11) Verbo. L'uso dei verbi è molto legato alla provenienza regionale. Al Nord, per esempio, si usa ben poco il passato remoto, mentre nel Centro-Sud l'uso del congiuntivo è influenzato dai vari dialetti (ma anche in Lombardia). In entrambi i casi si sbaglia molto. La soluzione migliore è prendere una buona grammatica e allenarsi. La regola per il passato prossimo-remoto è in questi due esempi: "Il Canale di Suez è stato aperto nell'800"; "Questa mattina telefonai al meccanico". Il fatto del primo caso non è prossimo come suggerisce l'aggettivo, mentre il meccanico non è stato chiamato in un passato tanto remoto. Nel primo caso si parla di un canale aperto ancor oggi, nel secondo caso il fatto è compiuto o perlomeno la sua persistenza non è importante. Poche altre osservazioni sulle sviste più frequenti: a) Ausiliari: si usa il verbo avere quando non vi sono particolari condizioni di moto o di tempo (ha scritto, ha volato, ho letto, aveva corso alla maratona); si usa il verbo essere negli altri casi (è andato, è volato via, era corso alla riunione). La pioggia: è piovuto (ieri è caduta la pioggia e ha rinfrescato); ha piovuto (la pioggia ha continuato a cadere per tutto il giorno). E' potuto venire (perché si dice è venuto); Ha potuto leggere (perché si dice ha letto). b) Sono brutte certe forme passive abbastanza usate: la riunione venne interrotta (meglio dire che la riunione fu interrotta). Il verbo venire esprime un moto a luogo, perciò si può dire p.es. che venni alla riunione, non che vivenni invitato. c) Il verbo iniziare è solo transitivo: il relatore inizia la riunione alle nove (non si può dire che la riunione inizia alle nove; è corretto dire che incominciao si inizia o, meglio, ha inizio). d) Eccessi con i verbi in -izzare. Liberalizzare, socializzare, caratterizzare, fertilizzare, idealizzare, ecc. sono tutte forme lecite ma troppo sfruttate per pura pigrizia. Elogio del verbo fare: è semplice, scorre bene, è più espressivo di certe mummie di parole; fare un'ipotesi secondo noi è meglio di affacciareo avanzare un'ipotesi. Infine: non esiste il verbo suicidarsi.

12) Avverbio. Essendo una parte essenziale per la perfetta comprensione del discorso, prende un po' la mano a quasi tutti e non sempre viene usato a proposito. Come,non, mai, poi, fuori, dentro, assai, ecc. richiedono una disseminazione discreta nelle frasi. Attentamente, lentamente, certamente, ecc. richiedono un autocontrollo ancor più rigoroso da parte del redattore, fino alla quasi-eliminazione (eccessivamente = troppo; temporaneamente = per un po' di tempo; casualmente = per caso ecc.).Tentoni, carponi, ruzzoloni, ciondoloni ecc. non vogliono la preposizione "a". Ovunque e dovunque non sono sinonimi di dappertutto ma servono da congiunzione (non si dice: di pseudocomunisti se ne trovano dovunque, si dice dappertutto; altra forma corretta: si vedono pseudocomunisti dovunque uno vada). Avverbio + verbo = raddoppio della prima consonante del verbo (sopra + venire = sopravvenire). Regola: sopra, sovra e contra vogliono il raddoppio; contro, sotto, ante, intra, intro non lo vogliono (soprattutto, contraddire, controbattere, sottomettere, anteporre, intravedere, introdurre). L'avverbio gratis va senza preposizione "a". Gli avverbi mica, puntoe affatto vogliono il "non" (non sto mica-punto male, il vino non è affatto buono). Dire che il vino è affatto buono significa del tutto buono, cioè il contrario. Solo,soltanto e solamente hanno usi leggermente diversi (facciamo riunione solo per i militanti; alla riunione c'erano soltanto sei persone; solamente il partito può dirigere la rivoluzione). Attenzione, la parola comunque, qualche volta sfruttata malamente anche da noi, è una congiunzione (comunque vadano le cose, pubblicheremo la rivista) e non un avverbio (non ci sono molti redattori, comunque faremo la rivista). Usare al suo posto tuttavia, ad ogni modo, però.

13) Preposizione. Tra Milano e Torino; fra gli alberi; tra frutti; fra Trana e Giaveno (nei primi due casi abbiamo l'uso corretto antico, nei due successivi evitiamo la cacofonia, ovvero non c'è regola ma è meglio attenersi a questo esempio). Non scriviamo "ne I promessi sposi" ma "nei Promessi sposi".

14) Congiunzione. Delle congiunzioni (e, o, ma, che, tuttavia, però, nondimeno ecc.) c'è poco da dire. Dopo la e si mette la virgola solo se la frase che segue è un inciso; prima della o in un caso del genere: dammi il libro di Marx, o quello di Engels (se ci fossero indifferenti diremmo: dammi il libro di Marx o quello di Engels). Ilche (congiunzione o pronome che sia) va sparso con moderazione. Il ma ha due utilizzi e spesso si può sostituire con altre parole: oggi non è venerdì ma sabato (avversativo oppositivo, bensì, invece); oggi fa freddo ma è una bellissima giornata (avversativo limitativo, tuttavia, d'altra parte). Succede di vedere il ma usato come congiunzione e basta ed è ovviamente sbagliato.

15) Interiezione. Sbobinando il linguaggio parlato delle relazioni se ne trovano parecchie; in genere le sfoltiamo lasciando solo quelle che non disturbano nella trascrizione. Comunque le scriviamo sempre con la "h": beh, toh, ah!, ahimé!, ohibò, ahi!, mah. Altre interiezioni, come perbacco, càspita, accidenti, ecc. le togliamo del tutto.

16) Tautologia. Non si scrive "Panorama generale dell'economia" perché il panorama è già una visione generale. Altri esempi (in grassetto la tautologia): "dove vi siano condizioni di concorrenza, il Capitale accorre velocemente sul posto"; "ingiusta sperequazione"; "progetti per il futuro"; "ricordi del passato"; "un breveaccenno"; "una piccola oligarchia"; "collaborazione reciproca"; "il metro di misura (questa è nostra); "subire passivamente"; "requisiti richiesti".

17) Sintassi da evitare. Una frase come questa: "Non ha senso chiederci se è possibile un bilancio dell'éclatement se nello stesso tempo non ci chiediamo se abbiamo capito bene ciò che era veramente in discussione", può felicemente diventare come quest'altra: "Un bilancio dell'éclatement avrà senso solo quando avremo capito ciò che era veramente in discussione". Una pletora di gerundi come questa: "Non essendo numerosi né potendo diventarlo per nostra volontà, continuiamo lavorandocome quando eravamo nel partito", può diventare: "Non siamo numerosi né possiamo diventarlo per nostra volontà, perciò lavoriamo ecc." Spesso si abusa della costruzione passiva: "La Sinistra comunista è stata accusata di frazionismo dall'IC"; ma quasi sempre si può benissimo scrivere: "L'IC ha accusato la Sinistra comunista di frazionismo". Questa forma è assorbita attraverso il giornalismo che la usa quasi sempre; non è sbagliata, ma per noi non è l'ideale: "Il regista Mikhalkov è stato aggredito da due militanti neobolscevichi armati di pistola. Mentre Mikhalkov stava tenendo una conferenza, i due giovani hanno lanciato uova e pomodori. Poisono stati prontamente immobilizzati e disarmati da alcuni spettatori. I due sono stati condotti al commissariato più vicino e sono stati arrestati per atti di holiganismo (da La Repubblica del 10 marzo 1999). Altro esempio frequente: "La possibilità di vittoria del proletaiato della regione di Pietroburgo" e simili.

18) Paroloni. Leggiamo a volte che le persone presenti per esempio a una riunione pubblica sarebbero vitali ricettori del messaggio comunista. Che una proposta richiederebbe di passare all'immediato piano operativo. Che il capitalismo opererebbe una discriminazione alienante a danno dei proletari. Che questi ultimi sono sottoposti ad attività usuranti. Che la tattica porrebbe scelte prioritarie nella misura in cui si precisa l'indirizzo politico. Che la situazione occupazionale è stazionaria. Leggiamo in un comunicato sindacale rivolto ai dipendenti pubblici: "occorre impedire che il problema della dirigenza abbia una soluzione dissociata dal contesto più generale e condizionante del riordinamento dei ministeri". E da un volantino milanese del PCInt. del 1980 riportiamo una delle classiche frasi da "stimolo delle masse": "All'attacco sulla scala mobile bisogna reagire. Costruiamo, nelle fabbriche e fuori, punti di riferimento classisti, nuclei di base, capaci di contrastare la presa paralizzante del collaborazionismo. Costruiamo almeno l'embrione di quella organizzazione indipendente di classe, il Partito Comunista, che riprenderà domani la guida della riscossa operaia!" (bisogna dire che, per inerzia o pigrizia, qualche punto esclamativo l'abbiamo scritto pure noi nei primi anni post-éclatement).

19) Linguaggio involuto. Da un volantino di Programma, gennaio 1998: "Noi prevedemmo che, in mancanza di una solida base programmatica marxista, il movimento del subcomandante Marcos si sarebbe esaurito in una sterile schermaglia con la controparte, redigendo o accettando di discutere progetti di carta costituzionale, di volta in volta formulati e calpestati, e in logorante attesa di nuove elezioni presidenziali e dell'auspicato trionfo in esse del partito di sedicente sinistra democratica." Da una articolo dello stesso gruppo, maggio '98: "Se dunque il Primo Maggio ha qualcosa di imperioso e attuale da dirci, è che, contro ogni apparenza e illusione, la facciata dell'opulenza e del progresso di cui si vanta il modo di produzione attuale nasconde necessariamente la controfacciata di quell'impasto di lavoro improprio, nero, selvaggio, da cui qui da noi l'orgogliosa Padania non potrà mai vantarsi, neppur essa, di andare esente, perché è il marchio di fabbrica del capitalismo, sotto qualunque meridiano o parallelo, nella sua fase di massimo splendore e, insieme, di massima senescenza. Il Primo Maggio è qui per ricordarci la semplice, ma così difficile da sviluppare in tutte le sue implicazioni teoriche, e soprattutto pratiche, verità, che neppure dalla più fortunata delle ascese economiche capitalistiche i proletari possono e devono aspettarsi nulla più che insicurezza, instabilità, assenza di prospettive sicure […] E' solo e unicamente sotto la pressione unitaria della classe operaia, organizzata o meno in sindacati oggi fin troppo inclini a cedere alle lusinghe del nemico, è solo e unicamente sul terreno di scontro della lotta di classe, di difesa oggi, di attacco domani, che si gioca il destino prossimo e futuro di noi e dei nostri figli." Sembrano due passi quasi normali perché ormai sembra che nessuno sia più esente da questo linguaggio pieno di vocaboli inutili, e c'è assuefazione. La nostra redazione, però, dovrebbe sforzarsi di parlare in modo meno involuto. In una celebre grammatica l'autore (Gabrielli) riporta questo passo: "Pur indicando che il problema non è quello di considerare quell'accordo come un modello valido anche per noi, su quella intesa veniva richiamata l'attenzione dei compagni e della sinistra cattolica per indicare come esso sia stato possibile tra forze che pur sono e si considerano diverse sul piano dei princìpi, e come, di conseguenza, appaia sempre meno convincente opporre la necessità della costruzione di una alternativa democratica, alternativa che non può prescindere certo dai comunisti, presupposti ideologici veri o presunti che essi siano". Lo stesso autore, di fronte a casi simili, propone un esperimento: trascrivere in ambiente amichevole ciò che si è scritto in modo ufficiale. Concediamoci uno scherzo del genere: "Ciao, Renato, hai effettuato gli ulteriori acquisti su cui abbiamo deliberato nell'ultima riunione? Debbo procedere senza indugio alla spedizione dei colli." "No, Elena, ho eseguito un controllo dei movimenti e sono venuto a conoscenza del fatto che abbiamo una carenza finanziaria. Debbo avanzare una richiesta ai compagni affinché versino le quote pregresse". "Ma essi per ora non sono in grado di recepire il messaggio. Potranno espletare anche un finanziamento supplementare in futuro, ma transitoriamente risentono dell'ultimo versamento. Sarai di certo al corrente che entro e non oltre la fine del mese, nella misura in cui il loro datore di lavoro provvederà ad erogare la dovuta remunerazione, essi avranno a disposizione una certa liquidità". "Reputi che potremo realizzare effettivamente una raccolta sufficiente allo scopo?" "La questione è alquanto problematica, bisognerà discuterne con gli altri membri del gruppo quando procederemo alla convocazione della prossima riunione organizzativa."

20) Confusione sul soggetto. Il soggetto deve essere la dinamica storica in generale e capitalistica in particolare ("Il comunismo è il movimento reale ecc."). Niente è più lontano dal marxismo della critica alle vicende capitalistiche, condotta per mezzo dell'attribuzione ai capitalisti di una particolare volontà di "attaccare i proletari". Amadeo scrive un "Filo del tempo" per far smettere i compagni (Offensive padronali e postilla di precisazione). Sul Comunista del dicembre 1998 leggiamo che lo spettacolo montato dalla borghesia sul trapianto di una mano è inno alla scienza borghese, "una montatura, un perfetto esempio di come i successi della medicina e della scienza in generale vengano spettacolarizzati e usati dalla propaganda borghese a fini di conservazione sociale e quindi controrivoluzionari." Fin qui può andare, è un argomento che abbiamo già discusso a proposito della questione spaziale. Ma vediamo che in seguito la questione è resa in modo talmente soggettivo e antimaterialistico (come se i borghesi programmassero tali spettacoli apposta contro i proletari e non a causa della natura del capitalismo) che ne risulta banalizzata e anche un po' cretina. Fa venire anche in mente che, mentre l'andare sulla Luna può apparire inutile anche al proletario, non così il trapianto di una mano o di un rene, sia pure fossero persi a causa del capitalismo: "L'intervento ha potuto essere realizzato solo grazie al finanziamento di vari sponsor. In sostanza non potrebbe essere ripetuto migliaia di volte a vantaggio di semplici lavoratori non sponsorizzati da nessuno! Ma è proprio questo che l'ideologia borghese vuol far credere ai proletari. Le prodezze mediche di questo tipo hanno una funzione direttamente controrivoluzionaria. Episodi come questo vengono utilizzati per distogliere il proletariato dalla sola soluzione non illusoria: la distruzione rivoluzionaria dell'attuale organizzazione sociale che è la causa di questi mali. La causa generale di ogni malattia contratta in questa società, di ogni infortunio e di morte va individuata nella spasmodica ricerca del maggior profitto possibile. L'orientamento marxista corretto non sarà mai la rivendicazione illusoria che ogni ferito a causa di un incidente sul lavoro o di una guerra abbia il 'diritto' al suo trapianto, bensì la lotta per l'eliminazione degli infortuni e delle guerre. La società comunista eliminerà drasticamente la maggior parte delle calamità e della malattie che si abbattono oggi sul genere umano. Ciò non significa che le rivendicazioni sul terreno immediato relative alla difesa della salute dei proletari non abbiano importanza, tutt'altro. Ma solo a condizione di essere sostenute con la lotta." Sullo stesso numero del giornale c'è un articolo intitolato: "Guai in vista se le borghesie più potenti della Terra si pentono delle proprie malefatte!", dove il soggetto borghese è ancora più dotato di volontà antiproletaria:"Quando le borghesie dominanti parlano di pacificazione, di distensione, e giungono fino a battersi il petto per le atrocità commesse negli anni precedenti, promettendo di voler superare e cancellare quelle 'orribili decisioni', vuol dire che hanno bisogno di ricreare un clima di credibilità da utilizzare in futuro."Persino sommovimenti di grande portata sovrannazionale come l'ultima crisi orientale vengono utilizzati per dire che "la borghesia riesce a scaricarne il costo maggiore sul proletariato, soprattutto asiatico, attraverso le ristrutturazioni aziendali, il contenimento salariale, un maggior grado di libertà nell'utilizzo della forza-Lavoro e nei licenziamenti. I proletari dei paesi asiatici pagheranno un pesante tributo sociale ecc." (Programma del febbraio 1998). Non è ovviamente un problema di costo maggiore o minore da scaricare come in una contabilità: siccome dal proletariato proviene tutto il valore prodotto, su di esso grava semplicemente tutto, e il verbo pagare non c'entra. Neppure il borghese eventualmente rovinato paga, egli perde ciò che ha preso in precedenza, e in ogni caso proletari e borghesi sono sottoposti alle determinazioni del capitalismo senza che ciò comporti un giudizio morale (il marxismo è a-morale).

21) La rivoluzione. In senso lato è "rivoluzione" l'intero percorso della specie umana "dal regno della necessità a quello della libertà", quindi dall'australopiteco all'uomo comunista. In senso stretto è rivoluzione il più o meno lungo passaggio da un modo di produzione all'altro: "la Rivoluzione Francese" va dalla pubblicazione dell'Enciclopedia alla convocazione degli Stati Generali al Termidoro, la Rivoluzione Russa dalla liberazione dei servi all'Ottobre. Ma, per esempio, il movimento dei Ciompi è una rivolta, la presa della Bastiglia è un'insurrezione, l'assalto al Palazzo d'Inverno un episodio militare della doppia rivoluzione russa. Perciò specificheremo nei vari casi, definendo il momento di biforcazione, di catastrofe, con espressioni del tipo: "momento decisivo" (con riferimento militare, usato per la decisione in battaglia) oppure "rottura rivoluzionaria".

Rivista n°41, aprile 2017

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f6Recensione: Che cosa c'è dopo il capitalismo?
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