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  • Resoconto teleriunione  3 novembre 2015

L'emancipazione dalle catene della necessità

La teleconferenza di martedì sera, presenti 13 compagni, è iniziata dal commento dei recenti scandali che, tra fughe di notizie e arresti eccellenti, hanno coinvolto il Vaticano.

Al di là dei gossip giornalistici, a scricchiolare non sono soltanto le mura vaticane ma l'intera struttura ecclesiastica, già indebolita dalla crisi delle vocazioni e dalla secolarizzazione della società. In un mondo governato da un capitalismo oramai anacronistico in cui gli stati collassano uno dopo l'altro, è ovvio che anche la Chiesa cattolica risenta della decadenza generale e cominci a perdere colpi. Non stupisce che i fondi raccolti tramite le donazioni dei fedeli siano stati utilizzati non tanto a sostegno dei bisognosi, ma per attività mondane e per ripianare debiti.

Quali sono gli effetti di una Chiesa con una struttura medioevale entro un capitalismo che nega sé stesso? Anche la scelta di un Papa "forte", non a caso gesuita, difensore estremo della fede cristiana, non riesce ad agire sui meccanismi profondi della società e a rivitalizzare il cadavere che ancora cammina. La Chiesa, pur essendo un organismo millenario che in virtù dell'enorme esperienza accumulata riesce a registrare i cambiamenti in atto, soprattutto a livello sociale, e a intravedere gli scenari futuri, ha perso la sua spinta propulsiva.

Il tentativo di riforma della Ior potrebbe spiegare le ultime puntate del Vatileaks. Dopo l'unità nazionale dell'Italia raggiunta grazie ai soldi requisiti alla Chiesa dai Savoia - i quali erano sì dei baciapile di professione ma non ci hanno pensato due volte, quando ce n'è stato il bisogno, ad espropriare i preti - i Patti Lateranensi hanno formalmente conferito alla Chiesa la possibilità di gestire, tramite la mediazione dell'amministrazione statale, attività immobiliari, scuole, assistenza, ecc. Di lì in avanti l'attività bancaria e finanziaria vaticana si è potenziata. L'odierna crisi di valorizzazione del Capitale si ripercuote anche all'interno delle mura vaticane, modificando equilibri politici e provocando fibrillazioni. Come diceva Lenin, la rivoluzione si abbatterà non tanto contro la religione in sé ma contro i capitali che la foraggiano mantenendo una casta di parassiti. Una lotta anti-religiosa oggi più che mai è inutile.

La teleconferenza è proseguita con alcune considerazioni su vari temi.

Nel libro L'evoluzione della libertà lo studioso statunitense Daniel Dennett affronta non tanto la filosofica libertà borghese, come il titolo sembra suggerire, ma il passaggio dal regno della necessità a quello della libertà. Dai primi esseri pluricellulari agli organismi sempre più differenziati fino alla comparsa dell'Homo Sapiens, nel corso dell'evoluzione della vita sulla Terra si è prodotta l'assenza progressiva di vincoli la quale ha segnato in misura sempre maggiore l'emancipazione dalle catene della necessità. Il prossimo step e cioè un nuovo superamento di vincoli sarà possibile, aggiungiamo noi, solo con il crollo del capitalismo.

Un compagno ha preso spunto da un testo del 1921, La questione agraria, per sottolineare l'estrema attualità delle tesi della Sinistra Comunista "italiana". La lettura di alcuni passi dell'articolo ci ha dato la possibilità di "filotempare" su quanto scritto riguardo all'espropriazione: "La sopravvivenza per un certo periodo di [...] piccole imprese non intaccherà la struttura del potere del proletariato. L'abolizione della proprietà privata è formula inesatta: questo problema non va letto con formulazioni filosofiche vuote di contenuto reale e scientifico. Nessuno pensa di abolire l'uso privato (o 'proprietà privata', se proprio questo concetto sta a cuore) di oggetti personali, e così via. Il problema fondamentale non è l'abolizione di questa o quella intrapresa privata capitalistica, quanto la abolizione dell'insieme della forma capitalistica di produzione."

Oggi il piccolo contadino proprietario di pochi ettari coltiva la terra secondo i "suggerimenti" che arrivano dal mercato, e vende al grossista di turno sempre secondo i prezzi stabiliti dal mercato; allo stesso tempo lo Stato interviene per sostenere il reddito del contadino e per far sì che i prezzi delle materie prime non lievitino. In questo circolo vizioso la proprietà privata tende a scomparire e la produzione di cibo diventa un'appendice del ministero dell'alimentazione. Il tasso di crescita delle sovvenzioni è infatti assai più elevato dell'incremento dello sviluppo agricolo, ma nonostante ciò l'agricoltura non potrà mai più essere abbandonata all'investimento del singolo capitale e meno che mai al mercato (L'uomo e il lavoro del Sole, n+1 n. 5).

In chiusura di teleconferenza ci siamo soffermati sullo sciopero nazionale della logistica che ha visto migliaia di lavoratori bloccare i magazzini e gli interporti di alcune importanti città italiane. Nel Comunicato congiunto di Adl Cobas e Si Cobas sulla giornata di Sciopero nazionale del 30 Ottobre, leggiamo che la motivazione ufficiale della mobilitazione è il riconoscimento dei due sindacati organizzatori della manifestazione: "Lo diciamo a chiare lettere: c'è un solo modo per evitare che lo scontro si acutizzi, è quello di accettare il terreno del confronto sindacale e sottoscrivere accordi di valenza nazionale che riconoscano i punti della piattaforma." Si tratta di un evidente richiamo alla collaborazione di classe e al ritorno a forme corporative tipiche del sindacalismo confederale.

Tutte le vecchie strutture sociali si stanno dissolvendo (sindacati, partiti, parrocchie, ecc.) e rimangono in vita in quanto patologie di un sistema morente. Di fronte ad un mondo che mostra anticipazioni di comunismo ovunque, alcuni sinistri propongono di passare Dall'autorganizzazione alla comunizzazione, non capendo che la dissoluzione del capitalismo è già in corso. La questione essenziale che dobbiamo risolvere non è quella di come estendere il comunismo: esso è un movimento reale che si estende da sé negando tutte le categorie esistenti. Dobbiamo piuttosto capire come metterci in sintonia con questo movimento rompendo con il passato.

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    In realtà, a dispetto del titolo, l'autore afferma che la discussione iniziata negli anni '60 da Charles P. Snow sulla necessità di unificare il sapere scientifico con quello umanistico, è superata, dato che le due culture esistono e che "non si può pensare di ridurre la complessità dei saperi ad artificiosi momenti unitari". Per Franzini, la filosofia ha dunque la preminenza su tutte le altre discipline:

    "Nella misura in cui tratta di una questione puramente tecnica, la soluzione dipende dagli strumenti tecnologico-scientifici che si riescono ad approntare. Ma, nel momento in cui il campo si allarga – ed è il caso della nostra contemporaneità – il ritmo del progresso tecnico impone alla coscienza umana l'obbligo di adattare le regole alle circostanze, precisando con le sue scelte i criteri che gli consentono di agire. Ed è qui che il pensiero filosofico innesta ancor oggi la sua forza di propulsione."

    Ciò che conta è quindi la profondità del pensiero filosofico, le altre discipline servono al massimo ad ampliarne l'orizzonte speculativo. Lo scritto di Franzini fa venire in mente lo scambio epistolare avvenuto qualche anno fa sulle pagine di Repubblica tra Eugenio Scalfari e Alessandro Baricco; il tema della discussione era l'avvento dei nuovi barbari, e mentre il primo difendeva l'importanza degli intellettuali e della cultura classica rivendicando il primato della filosofia rispetto all'emergere dell'intelligenza diffusa e distribuita, il secondo valutava abbastanza positivamente la superficialità barbarica.

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    "La lotta contro lo sfruttamento tramite piattaforme di consegna non può essere effettuata all'interno del quadro nazionale. Queste multinazionali si basano sull'elevato tasso di disoccupazione giovanile, le difficoltà per coloro che sono senza documenti di trovare lavoro per trarne profitto. L'approccio internazionalista attorno al quale si costituisce questa federazione rappresenta un passo in avanti per la nostra classe. Mentre il nazionalismo sta guadagnando terreno in Europa e le organizzazioni, anche di sinistra, hanno ripreso il discorso nauseante sui confini, noi rider abbiamo deciso di organizzarci contro queste operazioni e gridare a gran voce che i confini non ci dividono: fattorini di tutti i paesi unitevi!"

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f6Articoli: Marx 1818-2018 - Imperialismo in salsa cinese - Plaidoyer per il cemento - A che punto è la "crisi" - Comunismo e agricoltura
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