Riprendendo lo studio sull'evoluzione storica cinese (2)

IV. – Verso il movimento rivoluzionario 1925-'27.

a) Caduta della 'dinastia celeste' e repubblica del 1911.

Ancora dal nostro opuscolo appena ricordato, i boxers vengono inseriti in quel generale "movimento rivoluzionario cinese [che] assume pienamente il duplice compito del sovvertimento sociale interno e della lotta nazionale contro la soggezione straniera".

Passeranno undici anni e l'ultimo imperatore della dinastia Qing sarà costretto ad abdicare a favore della repubblica nata dalla 'rivoluzione' del 1911: con Sun Yat-sen presidente, si sarebbero dovuti così applicare i "tre principi del popolo: sovranità, indipendenza e benessere" elaborati nel 1905 dal T'ung Meng-hui (organizzazione nata a Tokio dalla fusione di vari gruppi rivoluzionari cinesi in esilio).

Qui dobbiamo chiederci: fu veramente una rivoluzione quella del 1911? Rappresentava veramente qualcosa l'Assemblea Nazionale di Shanghai? Detto diversamente: fu veramente una rottura rivoluzionaria prodotta, perché ad essa indispensabile, dal movimento reale della rivoluzione che indubbiamente marciava nel sottosuolo economico e sociale della Cina, indipendentemente dalla consapevolezza che gli uomini avevano di essa? Il nostro testo sopra citato parla di rivoluzione 'incompiuta'. Ma forse non esagera la Collotti-Pischel, nella sua Storia della rivoluzione cinese, quando definisce i componenti del T'ung meng-hui – per l'anno seguente, il 1912 – "ex-combattenti di una lotta mai iniziata".

Infatti, se con il movimento del 1911 si assiste pure al crollo formale della dinastia Qing, non bisogna trarre la conclusione che sia stato quello a provocare questo. La realtà non effimera mostra ben altri problemi: è il millenario Impero Celeste che già da decenni si sta sgretolando sotto i colpi del Capitale mondiale che ne rivoluziona la base economica e sociale, quindi quella politica. Si tratta allora di una realtà che pur faticosamente pone il problema non tanto di un nuovo apparato di governo da riformare – possibilità fallita in ogni caso nel 1898 col tentativo di Kang You-wei dei 'cento giorni' di dare vita ad una dinastia più o meno costituzionale, con un nuovo equilibrio dei vecchi rapporti di classe – quanto di una realtà che pone nuove prospettive in termini assolutamente radicali che in un tempo breve (in rapporto agli oltre duemila anni della sua storia) porterà la Cina a vivere una delle seguenti possibilità:

a) prepararsi a diventare colonia dell'imperialismo mondiale;

b) vivere fino in fondo la rivoluzione democratica, grazie alle nuove forze sociali che stanno emergendo in questo paese (borghesia e proletariato);

c) prendendo slancio da questa lotta, far trascrescere la rivoluzione democratica in Cina verso la rivoluzione in permanenza sul piano internazionale, sotto la guida del proletariato.

Nel processo vertiginoso di disgregazione del tessuto cinese si fa largo la rivendicazione della più completa autonomia da parte di istituzioni locali e provinciali: processo che, di fatto, già da tempo si sta sviluppando, a seguito della perdita di credibilità ed autorevolezza del governo centrale. Ciò è favorito dalle varie forze dell'imperialismo che hanno così modo di penetrare più profondamente nel tessuto sociale della Cina, legando al proprio carro vasti strati della vecchia classe dominante, con la sua rete già collaudata di drenaggio delle ricchezze del territorio; allo stesso modo che quest'ultima vede favorevolmente la presenza delle potenze occidentali e giapponese, in quanto le vengono assicurati buona parte dei vecchi privilegi.

È in questo contesto, che vede continui tentativi locali di insurrezione armata, che a Wuchan (nell'Hubei) porta i rivoltosi a conquistare la città. Dalla nuova situazione è preso alla sprovvista lo stesso partito di Sun Yat-sen, tanto è vero che a capo del potere provvisorio viene posto un generale 'costituzionalista' (al pari dei cadetti russi), Li Yuan-hung, che si mette alla testa degli insorti solo per salvare la pelle. Molti fra i generali del Centro e del Sud 'aderiscono' al movimento, dichiarando la rottura dal governo centrale di Pechino, all'unico scopo di crearsi una propria personale area dove intrallazzare e difendere i propri interessi personali. L'esercito imperiale è ormai in completo disfacimento ed i generali si trasformano in veri e propri 'signori della guerra', con i soldati in gran parte a loro fedeli per il semplice fatto che, essendo completamente nullatenenti, essi vivono, come abbiamo già detto, finché vive l'esercito. Questa è la forza di ogni singolo 'signore' e nello stesso tempo la sua debolezza, in quanto ogni soldato sarà pronto a buttare il fucile di fronte alla prima possibilità anche di poco più favorevole.

In un ultimo sussulto di vita, il 'governo centrale' di Pechino riveste dei pieni poteri l'uomo forte del momento, Yuan Shih-kai: questi ha un completo controllo di quel che resta dell'esercito imperiale e della burocrazia, da svuotare completamente di contenuto la corte imperiale.

A questo punto non restava altro che la guerra civile fra le vecchie forze imperiali e la giovane repubblica che l'Assemblea nazionale – costituita a Shanghai e formata dai vecchi notabili locali e da una esigua forza dei rivoluzionari del T'ung Meng-Hui – il 29 dicembre elegge Presidente Sun Yat-sen, che inizia solennemente il suo mandato il 1° gennaio 1912.

Lo scontro viene evitato sulla base di un accordo che sancisce l'abdicazione della dinastia mancese e l'ascesa alla presidenza della nuova Cina di … Yuan Shih-k'ai. "Quando – scrive la Collotti – l'11 marzo fu proclamata la Costituzione repubblicana sulla base dei princìpi tanto accuratamente elaborati da Sun Yat-sen, questi era già un ex presidente, di un'ex repubblica, o piuttosto di una repubblica che non c'era mai stata". Con il termine 'la rivoluzione del 1911', con a capo Sun Yat-sen, va dunque ricordato più la fine della dinastia imperiale che l'inizio reale della repubblica in Cina; da questo punto di vista essa non fu una rivoluzione 'incompiuta' che sfiorò la tragedia: fu semplicemente una commedia. Non a caso, ne La Cina e la storia (De Giorgi e Samarani) viene caratterizzata la prima fase della repubblica con il governo di Yuan Shih-kai a Pechino.

Alla fine dello stesso anno, il T'ung Meng-hui, sotto la direzione formale di Sun Yat-sen si trasforma nel Kuomintang, che a differenza del primo assume una precisa connotazione nazionalista. La direzione reale del nuovo partito è di Sun Chiao-jen, che vorrà imporre una strategia legalitaria di conquista del potere; egli verrà ucciso dai sicari di Yuan Shih-kai il 20 marzo del 1913. Diventa sempre più chiaro che non la conta dei voti deciderà le sorti della Cina, ma – come dirà Chu Teh –, il 'computo delle armi da fuoco'.

Migliore sorte non avrà il nuovo uomo forte della Cina che dovrà rispondere al memorandun (le '21 domande') che il Giappone presenta al suo governo. Approfittando dell'impegno nella prima guerra mondiale delle potenze occidentali, nei piani del Giappone vi è l'intenzione di trasformare la Cina in un proprio protettorato economico e politico che, al momento, si ferma al controllo sulla Corea e sulla sempre maggiore penetrazione nella Manciuria (Nord-Est).

Il governo di Yuan Shih-kai sarà costretto a cedere al Giappone che, in ogni caso, dovrà fare i conti con le nazioni occidentali le quali, finita la guerra, sono tornate in forze – e fra queste gli Stati Uniti, nuova potenza mondiale accanto all'Inghilterra – per ripristinare i loro antichi 'diritti' imperialistici. In funzione di ciò sorgeranno nuovi 'uomini forti', nuovi 'signori della guerra' che appoggeranno i diversi interessi dei diversi imperialismi e sui quali si appoggeranno.

È in questa situazione che non può non salire alle stelle la rabbia dei contadini: oltre alla solita pioggia di tasse di tutti i tipi, essi si vedono periodicamente distrutti i raccolti a causa delle continue guerre locali. La stessa borghesia, prodotta dalla nascita degli elementi iniziali del nuovo modo di produzione, ne vede impossibilitato l'ulteriore sviluppo col permanere della instabilità prodotta dai 'signori della guerra', nonché dalle pressioni imperialistiche.

Soltanto una radicale rivoluzione può portare a compimento un tale processo: una rivoluzione che non si basi tanto su eroiche azioni di piccoli gruppi insurrezionali, quanto sulle nuove forze sociali che stanno entrando prepotentemente in scena: la borghesia ed il proletariato.

b) Una Gioventù nuova e un modo di pensare nuovo.

La Cina ha ormai bisogno di rompere con il vecchio mondo: essa ha bisogno di giovani, e soprattutto di uomini nuovi che non siano solamente giovani, quanto che voglianoosare di essere giovani. Nell'estate del 1915 appare il giornale Gioventù Nuova, fondato da Ch'en Tu-hsiu: la nuova propaganda si sviluppa prevalentemente fra gli studenti e all'esterno del partito di Sun Yat-sen, in quanto non ne venivano accettati i tratti esasperatamente nazionalistici.

In termini sempre più radicali si diffonde la consapevolezza che non è più tempo del 'consenso', ovvero di nuove relazioni fra il vecchio ed il nuovo: è ormai il tempo della generale 'rivolta' e questa deve cominciare a manifestarsi da subito nei più diversi campi della società. Ecco allora a) la lotta per sostituire con la lingua parlata (pai hua) la vecchia morta lingua letteraria (wen yen); b) la lotta contro la vecchia forma familiare confuciana che considerava la famiglia una 'azienda di produzione', negando dunque che essa potesse formarsi a seguito della libera volontà dei suoi costituenti: "l'amore è un sentimento rivoluzionario" diventa così una indicazione di lotta politica per questa 'gioventù nuova'.

Lo sviluppo della critica alle vecchie e cadenti istituzioni cinesi si allarga sempre più fino a toccare le radici economiche sia di tali istituzioni quanto soprattutto della miseria sempre maggiore di milioni di contadini nonché di un giovane proletariato il cui sfruttamento non ha nulla da invidiare all'Inghilterra del periodo della sua accumulazione originaria. E' in tale contesto e all'interno di Gioventù nuova che pian piano si fa strada, inizialmente con Li Ta-chao (bibliotecario-capo dell'università di Pechino), la consapevolezza che, non solo delle scienze e della tecnologia europea ha bisogno il tempo nuovo, ma anche dello stesso nuovo metodo di indagine scientifica – il marxismo, sviluppatosi in Europa a seguito delle lotte del proletariato – che permetta di comprendere le leggi del corso storico.

Ecco dunque che, all'interno di questa fase di transizione caratterizzata soprattutto dalla non esistenza delle vecchie istituzioni imperiali e non tanto da forme politiche nuove, prende vita un ribollire di iniziative che vogliono uscire dal distruttivo immobilismo, ma che ancora non riescono a dare corpo e sangue e programmi precisi orientati alla realizzazione della rivoluzione con la formazione di una reale Repubblica Democratica in Cina. Un nuovo modo di pensare si fa strada sempre più imperiosamente; un nuovo modo di affrontare i problemi e dunque di vedere le forze interne alla Cina, che non sia più dettato dalla vecchia mentalità confuciana e 'mandarinale'; un vento nuovo si fa strada da Nord-Ovest, attraversando le gole del Karakorun e gli altipiani dell'Altai: il vento della rivoluzione che da tempo ormai marcia da Ovest verso Est; il vento dell'Ottobre 1917 che darà notevole accelerazione alla consapevolezza e formulazione sempre più precisa dei campi e linee di forza che si stanno formando nel mondo intero e, nel caso specifico, all'interno della Cina. Ma se un nuovo modo di pensare porta ad una nuova consapevolezza è adesso che comincia ad imporsi il problema di unaconsapevolezza che ha bisogno di forza, di forza organizzata.

La data del 4 maggio 1919 segnerà un punto di svolta: per Chesneaux (e sembra tanti altri storici) è questa la data che segna il passaggio dalla Cina moderna alla Cina contemporanea che si preparerà a far sentire il suo immenso peso su quelle che si delineeranno le prospettive future del mondo intero.

Nel 1919, il telegrafo ormai è una realtà pure nell'immobile Cina e la notizia del contenuto dei Trattati di Versailles, seguiti con la fine della guerra mondiale, corre velocemente: viene dato al Giappone il controllo delle zone d'influenza (concentrate nello Shandong) che appartenevano alla sconfitta Germania. In protesta verso Versailles gli studenti di Pechino organizzano una grande manifestazione il 4 maggio che attraversa tutta la città. Questo movimento ( passato alla storia come 'movimento del 4 maggio') riceve l'appoggio dalla Camera di Commercio e dai circoli della borghesia moderata. Seguendo l'esempio di Pechino, le manifestazioni si sviluppano in molte città del paese, arrivando a malmenare diversi filo-giapponesi ed incendiarne le case.

Il Giappone pretende dal governo cinese una immediata repressione del movimento e ciò porta all'arresto di oltre un migliaio di manifestanti. Ma questo, più che mostrare la fine di un incendio ne causa l'estensione con la volontà di renderne più precisi gli obbiettivi. A Shanghai, i commercianti, in solidarietà con gli studenti, fermano le loro attività, mentre lo sciopero compatto di 60.000 operai costringe il governo a liberare gli arrestati e a destituire i ministri responsabili della repressione.

Se l'esplosione si era sviluppata unitariamente a partire dalla indicazione di boicottare le merci giapponesi, ora la strategia politica doveva guardare ben oltre tale indicazione, superando la stessa impostazione di Gioventù nuova che vedeva l'emancipazione della Cina nella capacità di copiare la 'scienza' e la 'democrazia' dell'Occidente. Per giungere a questo, ben altre forze sociali e politiche devono scendere in campo: la borghesia, il proletariato, e i milioni di contadini che sono la stragrande maggioranza della popolazione cinese.

È così che, passando attraverso quella che Chesneaux definisce una 'bulimia intellettuale', il guardare il proprio paese con occhi nuovi, ascoltando il vento dell'Ovest, porta alla salutare divisione del movimento ed alla contrapposizione fra chi, da una parte, pensa di liberare la Cina attraverso l'educazione di un modo nuovo di guardare ai problemi ed il 'computo delle acquisizioni scientifiche' e chi, dall'altra, crede che tale nuovo modo di pensare passerà necessariamente attraverso il 'computo dei fucili'. Con Li Ta-chao il marxismo aveva cominciato a circolare all'interno della Cina, particolarmente fra gli studenti cinesi; negli anni immediatamente seguenti diversi di questi (fra gli altri Chu En-lai, Chu Teh) ritorneranno dall'Europa, dove sono stati a contatto con le organizzazioni europee che si richiamavano al marxismo.

c) Capitalismo mondiale e imperialismo.

Prima di sviluppare questo aspetto del problema, è indispensabile spendere qualche parola sul concetto di 'imperialismo', ed a questo scopo rimane ancora insuperata la sintesi tratta da L'imperialismo, fase suprema del capitalismo di Lenin che sottolinea come l'imperialismo non sia una 'politica' della potente e cattiva nazione che tende a ridurre a colonia la povera ed inerme popolazione aggredita. L'imperialismo è una fase del capitalismo, la sua fase finale: detto in altri termini esso è 'capitalismo morente', 'capitalismo di transizione' verso la futura società comunista.

L'analisi dello sviluppo storico del capitalismo ci mostra come, a seguito della sua accumulazione originaria, si sviluppi la manifattura prima e la grande industria poi, con la sua concentrazione e centralizzazione in sempre minori mani. A fianco di questa si sviluppa il sistema bancario: vera e propria sacca di raccolta e controllo della ricchezza monetaria a livello nazionale. La necessità di frenare la caduta del saggio di profitto, costringe l'apparato industriale a ristrutturarsi continuamente e per far questo esso è costretto a rivolgersi alla banca, la quale progressivamente pretende il controllo sullo stesso assetto produttivo.

In tal modo prende sempre più corpo un rapporto simbiotico di mutuo vantaggio fra la banca e la produzione di plusvalore ed è questo rapporto a dar vita al capitale finanziario che, ad un certo punto, si autonomizza dal processo di produzione vero e proprio. Il ciclo della produzione, come ben sappiamo, è molto più veloce della capacità di assorbimento dei mercati interni: si assiste alla contraddizione insanabile fra il vulcano della produzione e la palude del mercato, interni alle nazioni capitalistiche di vecchia formazione. Da ciò deriva una sovrapproduzione di merci e di capitali e dunque la necessità di esportare capitali verso terre vergini al fine – siamo dunque al tempo del colonialismo classico – di assoggettarle per i propri specifici interessi. Questo e nient'altro è l'imperialismo, così magistralmente descritto da Lenin, e le leggi del suo sviluppo non vanno cercate chissà dove, essendo esse le leggi stesse del generale processo di produzione capitalistico.

Dicendo questo, non si vuole certo affermare che non vi è alcuna differenza fra la struttura economica e sociale – quindi politica – presente alla fine del XVIII secolo con quella esistente alla fine del XIX secolo (o quella della fine del XX): si vuole soltanto sottolineare l'invarianza degli elementi e delle leggi fondamentali che la caratterizzano.

Il termine 'fase' può in certi casi ingenerare confusione, richiamando alla mente un insieme (acqua salata, con molto più sale della sua capacità di assorbimento, ed olio, ad esempio) inizialmente indifferenziato che, con il tempo si stratifica in 'fasi' sulla base delle diverse componenti chimiche del sistema. Qui avremo dunque tre fasi e tre componenti chimiche fondamentali (sale-acqua-olio) ognuna delle quali obbedisce a tre leggi chimico-fisiche diverse. Se prendiamo un sistema diverso, composto da acqua 'pura' e lo portiamo alla temperatura di circa 3 °C, ci troveremo in un 'punto catastrofico' che vede l'inizio della separazione ugualmente in tre fasi ma sempre di un unico componente: acqua o H2O, caratterizzata dallo stesso rapporto idrogeno-ossigeno, sia nella parte solida, liquida e gassosa.

Quando si usa il termine 'imperialismo', dunque, non si dimentichi che stiamo parlando sempre di una identica cosa: il capitalismo giunto ad un certo punto della sua parabola vitale, che ha iscritto la propria fine nelle leggi del proprio programma biologico. Non a caso, Il programma comunista degli anni '50 titolava la panoramica sulla produzione mondiale che dalla fine '700 arrivava al dopoguerra: Corso del capitalismo mondiale.

Non era solo un 'titolo' di un importante lavoro di analisi economica; deve essere considerato soprattutto uno strumento utile a negare una supposta 'creatività programmatica e politica' di fronte alle grandi esplosioni rivoluzionarie che caratterizzeranno il secolo XX e particolarmente la sua prima parte, con le esperienze di lotta fra le classi soprattutto in Russia e nella contigua Cina.

d) L'Internazionale comunista e la questione nazionale e coloniale.

Nell'estate 1920 si svolge a Mosca il II Congresso dell'Internazionale Comunista.

È già stata delineata in altri momenti la situazione che stava affrontando la Russia in quel periodo. L'Ottobre 1917 segna l'accendersi della speranza della rivoluzione proletaria per lo meno in tutti i principali paesi industrializzati. Tentando di ripetere l'esperienza della Comune di Parigi, la borghesia mondiale si coalizza per dare forza alla controrivoluzione che sul piano militare si svilupperà sul suolo russo per circa un paio d'anni. Una situazione produttiva ante 1915, distruzioni, carestia e fame, non potranno essere allentate dal cosiddetto 'comunismo di guerra'. La pressione dei contadini sul potere dei soviets diventa giorno dopo giorno sempre più opprimente: di fronte alla fame di terra, la prospettiva della rivoluzione mondiale diventa per essi sempre più una idea di secondaria importanza.

Nel 1920 si pone fine alla guerra civile in Russia con il consolidamento del potere dei bolscevichi, e le speranze della vittoria della rivoluzione aumentano al punto da considerarla relativamente prossima in tutti i principali paesi. La costituzione dunque della Internazionale Comunista – per la Sinistra comunista italiana: il Partito comunista mondiale della rivoluzione –, che formalmente ha luogo a Mosca nel marzo 1919, diventa il mezzo indispensabile per favorire la generalizzazione della esplosione rivoluzionaria: unico modo per non fermare il ribollire russo al solo compito borghese (sempre rivoluzionario, ma non per questo meno borghese): situazione che comporterebbe la distruzione della stessa dittatura del proletariato in Russia e con essa la fine di ogni speranza di liberazione del comunismo per un lungo periodo storico.

Il Secondo Congresso dell'I.C. (sicuramente il momento più alto dell'esperienza programmatica ed organizzativa del proletariato mondiale e del suo partito) si svolge durante l'estate del 1920 ed alla fine di luglio vengono presentate e discusse le 'Tesi sulla questione nazionale e coloniale'. Presentate da Lenin assieme a quelle 'integrative' dell'indiano Roy, esse sono volte a chiarire il rapporto fra le rivoluzioni democratiche borghesi nei paesi coloniali o semi-coloniali (come la Cina) con la rivoluzione prettamente proletaria e comunista nei paesi sviluppati. Si tratta in sostanza di riproporre nelle prossime esplosioni rivoluzionarie il tema della doppia rivoluzione o, detto con parole diverse, della rivoluzione in permanenza.

Dalla denuncia di ogni illusione piccolo-borghese sulla 'uguaglianza formale delle nazioni', le tesi sottolineano come i problemi delle nazionalità debbano essere affrontati in rapporto agli ambienti storicamente dati e dunque al livello raggiunto dalle forze produttive. Di fronte alle lotte rivoluzionarie nei paesi oppressi e ridotti allo stato coloniale o semi-coloniale dalle nazioni capitalisticamente avanzate, l'indicazione politica dell'Internazionale si volge alla formazione di partiti comunisti che a) sappiano denunciare e combattere gli interessi delle classi feudali o semifeudali, nonché di quelle formazioni politiche della borghesia che a parole parlano di 'lotta contro l'imperialismo' mentre nei fatti sono disponibili ai più infami intrallazzi con le forze dell'imperialismo mondiale, e b) che spendano tutte le proprie energie per la difesa degli interessi del proletariato e della massa dei contadini poveri e per la loro organizzazione. Pur nella assoluta indipendenza programmatica, politica ed organizzativa da parte delle sue sezioni nazionali, laddove possibile, "l'Internazionale Comunista deve favorire un incontro temporaneo, o addirittura un'alleanza con il movimento rivoluzionario delle colonie e dei paesi arretrati, ma non può fondersi con esso". I comunisti dei paesi arretrati devono infondere nella lotta anti-imperialista la consapevole "necessità del più stretto legame tra tutti i movimenti nazionali e coloniali per la libertà e la Russia sovietica".

'Il più stretto legame', 'incontro temporaneo', 'alleanza', con il movimento rivoluzionario delle colonie sono indicazioni che lancia l'Unione sovietica al fine di "radunare attorno a sé tanto i movimenti sovietici delle avanguardie operaie di ogni paese quanto tutti i movimenti nazionali di liberazione di tutte le colonie e delle nazionalità oppresse". Il terreno sul quale ci si muove è inevitabilmente scivoloso e merita di essere studiato con maggiore profondità rispetto a quanto si può accennare in questo capitolo.

In mancanza di una salda padronanza programmatica, 'il più stretto legame' non si sviluppa più con l'Internazionale comunista (così va correttamente letto quell'"intorno a sé") che detta compiti precisi ad ogni sua sezione nazionale (Russia compresa, che in quel preciso momento può dare un aiuto grandioso, con la forza della macchia statale controllata dal partito comunista). In mancanza di fermi principi, 'il più stretto legame' non si sviluppa più con l'I.C. ma con l'Unione sovietica ed i compiti da svolgere vengono dettati alla stessa Internazionale comunista dalla sua sezione russa!

Qualora sia inteso correttamente (ci sia il tempo di intenderlo correttamente e di digerirlo, potremmo dire ora), in relazione allo sviluppo della rivoluzione, tale legame può prendere le forme più diverse, una delle quali può assumere l'aspetto di una federazione, ossia di una "forma di trapasso alla completa fusione di tutti i lavoratori di tutte le nazioni", perché la prospettiva dell'Internazionale è quella di "creare un'economia mondiale unitaria secondo il piano comune che sarà fissato dal proletariato di tutte le nazioni": tendenza che già emerge sotto il capitalismo e che attende di essere sviluppata dalla rivoluzione comunista.

Come bene sintetizza Isaacs ne La tragedia della rivoluzione cinese, la Ia guerra mondiale ha ulteriormente sottolineato come il mondo intero, "rappresentava, agli effetti dei necessari mutamenti, la più piccola unità possibile". Rientrava dunque nel DNA del partito comunista dell'Urss – e non poteva essere diversamente per IL partito comunista – il tentativo di legarsi ai movimenti rivoluzionari che si sviluppavano negli altri paesi; il programma del partito era internazionalista fin dalle sue origini e sembrava che mai avrebbe potuto concepire la possibilità di appoggiare dei movimenti rivoluzionari in funzione diversa dalla rivoluzione comunista mondiale. Gli sforzi iniziali di subordinare gli interessi nazionali russi alla prospettiva internazionalista erano sostenuti dalla possibilità del crollo del sistema capitalistico del mondo intero. Per il partito bolscevico e l'Internazionale, l'Ottobre non era visto solamente come la fine dello zarismo in Russia, quanto come l'inizio del disfacimento dell'intero vecchio mondo che si considerava ormai maturo per il comunismo.: ed è questo il contesto in cui si colloca il 'doppio compito', la 'doppia rivoluzione' o, detto con parole diverse, la 'rivoluzione in permanenza' di Marx.

Non passerà molto tempo e già si cominceranno a vedere i segni di una inversione di tendenza: l'internazionalismo lascerà presto il posto alla esigenza nazionale 'grande-russa' (illuminante l'atteggiamento di Stalin, diventato segretario del partito, in quello che, fin dalla fine del 1922, è stato chiamato 'l'imbroglio georgiano'), all'ombra della bandiera ideologica del 'socialismo in un paese solo' e della conseguente necessità di difendere 'la patria del socialismo'. Aveva ragione la Krupskaja a dire, nel 1926, che se Lenin fosse stato ancora vivo sicuramente si sarebbe trovato in un carcere di Stalin.

e) Il Pcc ed i compiti della rivoluzione in Cina.

I legami con il movimento rivoluzionario in Cina saranno quindi destinati ad approfondirsi immediatamente anche perché, già nel 1919 e 1920, – a differenza di tutte le potenze imperialistiche che offrivano 'democrazia' in cambio del mantenimento dei vecchi trattati di sfruttamento – l'URSS offriva il meno roboante ma ben più vitale annullamento di tutti i trattati ineguali ed un rapporto di collaborazione basato sulla reciprocità politica.

In precedenza, abbiamo definito i fatti del 1911 come una 'rivoluzione che non c'è mai stata', una 'commedia'. Come la caduta dello zarismo, nel febbraio del 1917 in Russia, non ci porta a parlare di vittoria della rivoluzione (una "falsa rivoluzione" per Bordiga, una "rivoluzione putrida" per Lenin), allo stesso modo la definitiva fine della dinastia manciù apre una lunga fase di transizione alla rivoluzione democratica-rivoluzionaria che dovrà realizzarsi sul suolo cinese, cominciando a mettere ordine in un paese ormai dilaniato dai localismi dei 'signori della guerra' sempre pronti a combattersi l'un l'altro, il più delle volte al soldo del paese imperialista che in quel momento particolare è disposto a pagare meglio.

È in questa situazione interna – che vede pure lo sviluppo di una classe operaia sempre più numerosa (Isaacs racconta che addirittura 200.000 lavoratori cinesi erano stati mandati in Europa durante la guerra) e combattiva – e sotto la spinta data dalla formazione dell'Internazionale Comunista e, particolarmente con le indicazioni del suo II° congresso, che la possibilità di una chiara strategia di classe internazionalista per il proletariato si fa sempre più precisa. È dunque sull'onda della formazione di sezioni dell'Internazionale (i Partiti Comunisti dei singoli paesi) che si riuniscono a Shanghai, il I° luglio 1921, alcuni fra i giovani dirigenti del movimento del 4 maggio e sanciscono la nascita del Partito Comunista cinese, la cui figura preminente rimane inizialmente Ch'en Tu-hsiu.

Fin dall'inizio il Pcc si dedicò soprattutto all'organizzazione degli operai sul terreno sindacale, ma esso rimaneva sempre una organizzazione debolissima in rapporto alle forze sociali in campo: si pensi che era composto da pochissimi elementi – 432 iscritti (addirittura qualcuno parla di 57 iscritti iniziali) – ed al congresso di fondazione ne erano presenti una dozzina. Benché dotati da una grande volontà e spirito organizzativo, già il loro II congresso dell'estate 1922 comincia a porre il problema delle alleanze con la piccola borghesia e le masse contadine.

Fin dall'inizio di febbraio 1923, 300.000 ferrovieri della linea Pechino-Hankow (capolinea della Hankow-Canton) erano scesi in sciopero. La richiesta di aumenti salariali e soprattutto il blocco dell'importante via ferroviaria ledevano oltre misura gli interessi del capitale straniero e per tal motivo i 'signori della guerra' al soldo degli stranieri, furono ora spinti a reprimere il movimento di sciopero che costò 35 morti, oltre a molti feriti, e il responsabile del sindacato, Li Hsiang-ch'ien, decapitato davanti ai suoi compagni.

Questa repressione (il 'massacro del 7 febbraio'), mette a nudo la complessità dei problemi, accanto alla debolezza delle forze rivoluzionarie. Sarà con il III congresso del giugno 1923 – svoltosi a Canton e con la partecipazione di 30 delegati in rappresentanza ancora di 432 iscritti (stesso numero del congresso precedente, informa Collotti-Pischel) –, e sotto la decisa spinta della Internazionale, che si pone la necessità di chiarire la natura del processo rivoluzionario in corso.

Qual è la natura della rivoluzione in Cina e quale forza sociale può esserne il fattore dirigente: queste sono domande ineludibili e, checché se ne dica, sono le classiche domande invarianti di ogni area geostorica che si appresta ad uscire da una situazione semi-feudale o feudale, coloniale o anche solo semi-coloniale; sono le classiche domande che hanno investito il movimento rivoluzionario in Russia fin dai primi anni del XX secolo, e che sono state mirabilmente sciolte – come abbiamo visto in un altro momento – dalle Due tattiche di Lenin. Domande che devono sollevare non solo il problema di sapere contro chi si lotta, ma soprattutto per quali finalità si lotta: a) contro le potenze imperialistiche, certamente; b) per la rivoluzione comunista mondiale, sicuro; c) per sviluppare capitalismo, se non è possibile andare oltre, sotto la dittatura democratica del proletariato e dei contadini, sperando di incendiare il mondo intero.

Benché alla fondazione del piccolo Pcc, Ch'en Tu-shiu ponesse immediatamente il problema di una reale rivoluzione proletaria nell'immenso territorio cinese, ben presto si arrivò alla corretta comprensione che la rivoluzione in Cina doveva farsi carico dei compiti democratici-rivoluzionari (e cosa non da poco, la riforma agraria!).

Chi doveva dirigere tale esplosione rivoluzionaria? Dall'esperienza russa: la borghesia, dicevano i menscevichi; il proletariato, diceva Trotsky; possibilmente il proletariato, precisava Lenin nelle Due tattiche … e, come abbiamo visto a suo tempo, non si trattava di bizantinismi.

Nella Cina dunque non ci sono particolari prospettive diverse rispetto all'esperienza della rivoluzione in Russia: il proletariato ed il suo partito, all'interno del processo della rivoluzione democratica, rifiutano il concetto dei 'due stadi' della rivoluzione ('prima' lo stadio della rivoluzione borghese diretto dalla borghesia e 'in seguito' quello della rivoluzione proletaria diretto dal proletariato). La rivoluzione è una: come in Russia, così in Cina e nel mondo intero, e detta la soluzione dei compiti che nella data area e nel dato tempo possono essere assolti in rapporto alla maturità delle forze produttive e della chiarezza programmatica che ciò comporta. Dal punto di vista del programma comunista, la rivoluzione è dunque una ed i suoi compiti sono contemporaneamente di doppia natura: democratico-rivoluzionario all'interno della Cina e proletario comunista in rapporto all'intera rete mondiale.

f) Verso l'alleanza fra il Kuomintang (Kmt) ed il Pcc.

Di quanto resta della effimera repubblica del 1911, nella primavera del 1921 a Canton, viene rieletto presidente Sun Yat-sen, ma il suo potere è contrastato al Nord dai 'signori della guerra' coi quali aveva tentato un accordo. La forza politica di Sun Yat-sen è talmente inconsistente che l'anno successivo, il 1922, egli è destituito dalla carica di presidente ed al suo posto il partito di Wu p'ei-fu (comprando letteralmente la gran parte del Parlamento di Canton) insedia Li Yuan-hung, riconoscendo ai militaristi del Nord il compito di rappresentare l'unità nazionale cinese.

Per salvare la vita, Sun è costretto a fuggire. Questa sua sconfitta, in ogni caso, non lo fa deflettere dalla volontà di lottare. Egli rimane sempre un convinto nazionalista che ha abbandonato ogni illusione sulla possibilità di ottenere degli aiuti dalle maggiori potenze al fine di trasformare la Cina in un grande paese moderno. È del 1919 la trasformazione del Kmt in un vero partito centralizzato, con chiaro programma nazionalista che si basa sui 'tre principi del popolo': nazionalismo, democrazia e benessere del popolo.

Per questo suo fine ora guarda alla nuova Russia uscita dall'Ottobre 1917, nella convinzione di una possibile alleanza per fini reciprocamente nazionalistici. Per Sun Yat-sen, in Cina non esistono poveri e ricchi, ma solamente poveri e meno poveri; non gli interessa quindi il programma del comunismo e rifiuta ogni contrapposizione 'interna al popolo' e, a maggior ragione, ogni programma che parli di lotta di classe e di 'dittatura del proletariato': problemi questi non concepibili all'interno dei tre principi del suo programma. Ma in questo momento egli ha bisogno della Russia come quella ha bisogno di rompere il tentativo di strangolamento del potere dei soviets e vede nella Cina la prospettiva di un futuro potente alleato.

Il 23 gennaio 1923 Sun Yat-sen ed Adolf Joffe per l'URSS firmano un manifesto che sancisce la reciproca collaborazione, sottolineata dalla rinuncia sovietica "a tutti i trattati, diritti e privilegi" strappati dal vecchio regime zarista.

Nel febbraio del 1923, Sun rientra a Canton e, con il sostegno di un gruppo di militaristi locali, il Kmt comincia a porre le basi di un duraturo potere al Sud del paese. Ma il partito di Sun da solo, appoggiato da una parte della borghesia e con l'aiuto esterno della sola URSS, non può sostenere tutto il peso delle immense trasformazioni che la Cina abbisogna e, soprattutto, combattere la strapotenza del capitalismo mondiale.

Al contemporaneo invio di una delegazione militare cinese (guidata dal giovane Chiang Kai-sek) per studiare l'organizzazione delle forze armate sovietiche, si accompagna il problema del legame con il giovane Pcc. Quest'ultimo cominciava a studiare la stessa possibilità sotto l'influenza di una delegazione sovietica guidata da Borodin e già alcuni comunisti (fra questi Li Ta-chao) erano entrati nel Kmt, 'a titolo individuale'.

Canton sta ormai diventando sempre più il centro della nuova Cina ed il 20 gennaio 1924 vi si organizza il I° Congresso del Kmt dove vengono codificate – a sostegno dei "tre principi del popolo" – quelli che dovrebbero essere gli strumenti operativi per la loro realizzazione: le "tre scelte politiche", ovvero a) alleanza con l'URSS, b) unità d'azione con il Partito comunista e c) "azione di massa in aiuto ai contadini e agli operai". Presentato così (si veda la Collotti), quest'ultimo punto mostra notevoli ambiguità (cosa può significare 'aiuto'?), però è indubitabile che esso esprime per lo meno un notevole aumento dell'influenza del Pcc su strati poveri dei contadini e fra gli operai e, di conseguenza, pur rimanendo pressoché ininfluente sulla presente linea politica del Kuomintang, una 'concessione' all'aumento del suo peso sociale e politico.

A dare rilevanza 'istituzionale' al potere del Kuomintang, viene fondata la Accademia Militare di Wampoa, diretta da Chiang Kai-sek. La fondazione dell'Accademia va a sottolineare come il 'guardare in modo nuovo' debba essere accompagnato, per la definitiva vittoria, da un 'agire in modo nuovo': in definitiva, il programma della rivoluzione può essere realizzato solo se supportato da una forza militare della rivoluzione.

Il 12 marzo del 1925 Sun Yat-sen muore e poco dopo alla guida del partito gli succederà Chiang Kai-sek.

V. – L'esplosione del 1925-'27.

a) Il movimento del 30 maggio.

Nel gennaio 1925, si svolge a Shanghai il IV Congresso del Pcc che appronta un programma di intervento ed organizzazione nella situazione di malcontento che coinvolge tutte le masse lavoratrici. Tale lavoro dovrà essere svolto soprattutto fra i lavoratori delle imprese straniere per accattivarsi le possibili simpatie della borghesia indigena (e già questo significa partire con il piede sbagliato) che in queste regioni sempre meno riesce a combattere la concorrenza delle industrie tessili giapponesi.

Verso la metà di maggio, cominciano a svilupparsi nelle fabbriche tessili giapponesi del distretto di Shanghai degli scioperi a carattere economico. La repressione è immediata: dei lavoratori vengono uccisi ed i responsabili rimangono impuniti perché, trattandosi delle 'concessioni' stabilite dai Trattati degli anni passati, la legislazione lì vigente è quella stabilita dalle stesse forze imperialistiche; ma la repressione, invece di soffocare la protesta, la alimenta allargando l'ondata di scioperi pure ad altre città. Dopo altri morti e l'aggravarsi della crisi, le potenze straniere si preoccupano fino al punto di muovere le loro navi da guerra lungo lo Yangtze, con un piccolo 'distinguo' per gli Stati Uniti, favorevoli ad una 'parità di diritti' per i borghesi cinesi e stranieri, al fine di … alleggerire la potenza soprattutto dell'Inghilterra.

L'ondata di scioperi si allarga fino a portare alla lotta circa 200.000 lavoratori che cominciano ad alzare i loro obbiettivi dal livello economico a quello politico nazionalistico. La parola d'ordine diventa il boicottaggio delle merci straniere ed è indubbio che questo incontri l'appoggio, pur se timido, della borghesia cinese. La lotta di Sganghai, si propaga anche a Canton e soprattutto incendia la colonia inglese di Hong-Kong che viene semiparalizzata dal più grande sciopero che la storia del movimento operaio mondiale abbia vissuto e che durerà ben 16 mesi.

Ma l'aspetto per noi più importante è che il Pcc aumentò in poco tempo di dieci volte il numero dei propri iscritti e questo spostò i rapporti di forza interni al Kmt, i cui notabili nemmeno potevano concepire che ci si potesse rapportare alle masse analfabete. Il II° Congresso del Kmt (gennaio 1926), dominato dalla sinistra di Wang Chin-wei, confermò l'alleanza con il Pcc che, nonostante la sua influenza diventasse di giorno in giorno sempre più importante, era considerato in ogni caso dall'Internazionale troppo debole per poter aspirare alla direzione del movimento democratico-rivoluzionario cinese.

b) L'Internazionale ed il Kuomintang.

Illuminante il telegramma inviato dal Pcr poco prima di tale congresso: "Al nostro partito è stato riservato il compito storico e l'onore di guidare la prima rivoluzione proletaria vittoriosa nel mondo. […] Noi siamo convinti che il Kuomintang potrà recitare la stessa parte in Oriente e così distruggere alle fondamenta la dominazione imperialistica […] se rafforzerà l'alleanza fra operai e contadini nella lotta in corso, e si lascerà guidare dagli interessi di queste due fondamentali forze della rivoluzione".

L'appoggio di Mosca al Kuomintang è quindi totale. Anzi, non si tratta solo di 'appoggio' (o della 'alleanza' espressa dalle Tesi del II Congresso dell'I.C. nel 1920): qui si tratta di controrivoluzionaria identificazione col PCbR dell'Ottobre 1917, e ciò implica per il Pcc la necessità di concessioni sul piano dell'azione politica di classe, in nome dell'unità.

Se la sinistra del Kmt vive dunque il suo momento di gloria, con il Pcc che fa di tutto per non disturbarne l'azione, la destra se ne sta 'mandarinescamente' tranquilla fino al 'primo colpo' di Chiang Kai-sek. Il 20 marzo 1926, rispondendo ad un presunto pericolo di colpo di Stato da parte dei comunisti, Chiang – che in qualità di comandante dell'Accademia di Wampoa era membro della Direzione del Kmt e responsabile generale delle sue forze armate – proclama la legge marziale, facendo arrestare parecchi dirigenti comunisti e consiglieri sovietici.

Lo stesso Chiang libera subito dopo i prigionieri, revocando la legge marziale. Si parlò di un 'incidente' provocato da 'malintesi': la cosa fondamentale fu che il generale ebbe così modo di saggiare praticamente le proprie forze, e non a caso l'ago della bilancia si spostò prontamente verso destra, costringendo Wang Ching-wei a ritirarsi. In maggio, la riunione del comitato centrale del Kmt, organizzata per trattare la "riorganizzazione degli affari interni del partito", sancisce la continuità del rapporto con il Pcc alle seguenti condizioni: a) i comunisti non potranno occupare più di un terzo delle cariche dirigenti, b) nessun comunista potrà essere nominato nei posti direttivi del governo e dell'esercito, c) obbligo di consegnare alla direzione l'elenco degli iscritti al Pcc, d) le direttive dell'Internazionale dovranno essere inviate ad una 'commissione mista' dei due partiti. Inoltre, durante questa riunione viene decisa la rinuncia alla rivendicazione delle 'otto ore', nonché la cessazione del grandioso sciopero di Hong-Kong. L'Internazionale, e di conseguenza il Pcc, accetta tali direttive pur di non rompere l'alleanza con il Kmt ed aver così la possibilità di 'lavorare al suo interno' per spostarlo su posizioni 'più avanzate'.

'Eccessiva fiducia', 'errore', 'sottovalutazione' dei reali problemi e dei reali rapporti di forza fra comunisti e Kmt? La realtà indica che, a questa data, l'Internazionale ormai 'stalinizzata' si impegna a fondo in azioni che non solo non facciano precipitare un possibile attacco contro l'URSS da parte delle potenze occidentali, ma diano pieno appoggio ai propri interessi di puro stampo nazionalistico. In questo essa con commette alcun errore programmatico, e l'eccessiva fiducia alla 'sinistra' del Kmt è prima di tutto volontà di rapporto prioritario con la politica nazionalistica di questo partito più che un rapporto con un partito comunista che, a questo punto, non può più essere oggettivamente tale dal momento che vive delle direttive dello stalinismo.

Il programma del comunismo è chiaro in tal senso: MAI un Partito comunista può accettare – e questo deve essere uno dei suoi cardini! – di subordinare la propria – in quanto Partito! – azione ai dettami di un qualsiasi altro partito; un singolo comunista, un gruppo di comunisti, su indicazione del Partito stesso, lo può fare: mai il Partito. E tale divieto è programmaticamente valido non solo per il suo insieme mondiale; esso è ugualmente valido per le sue sezioni nazionali.

Non è dunque per un caso, per una sottovalutazione, che l'Internazionale accoda sempre più l'azione del Pcc al Kmt: basti pensare a Ch'en Tu-shiu, nei momenti in cui si vede costretto a pregare Mosca di dare al Pcc una parte delle armi che giungono in Cina per andare ad armare le forze del Kmt. Vi è una causa ben precisa nell'azione della Internazionale ed è data dall'abbandono della impostazione non solo delle Due tattiche di vecchia memoria, ma anche delle indicazioni del suo II° Congresso del 1920, riprese, anche se in maniera sempre più imprecisa, dal IV° Congresso del 1922. Non si tratta dunque di 'errori', di 'sottovalutazioni', ma della inevitabilità dettata dal far proprio il programma dei menscevichi che fin dal 1905 consideravano fondamentale ancorare il programma ed il movimento del proletariato dei paesi arretrati al carro del partito della borghesia che avrebbe avuto il compito storico di condurre a termine la propria rivoluzione. In ogni caso (e qui, ricordando Engels, concediamoci una breve parentesi): a) se vi è aperto tradimento, si fanno tragici danni al movimento rivoluzionario; b) se invece si tratta di stupidità o quantomeno di insipienza politica, si fanno ugualmente gli stessi danni. In ambedue le situazioni il movimento futuro dovrà imparare a denunciare con correttezza i termini di quell'operato, per non ripeterne le infamie.

Il 9 luglio 1926, le truppe di Chiang Kai-sek danno inizio alla marcia contro il Nord, con il fine di una riunificazione centralizzata di tutto il paese.

Nel frattempo, al Nord, i principali 'signori della guerra' erano arrivati in rotta di collisione e uno di questi, Feng Yu-shiang, in cambio di aiuti dall'URSS aveva promesso un proprio avvicinamento al Kuomintang. Altri militaristi minori, respirando il vento nuovo, vennero a compromessi con l'armata di Canton, in cambio della possibilità di conservare i propri interessi locali.

Le truppe di Chiang avanzano rapidamente travolgendo uno dopo l'altro i diversi ostacoli fino a che, dopo essere caduta in mani nazionaliste, la triplice città di Wuhan (capitale dell'Hubei e formata, sulle rive dello Jangtze, dalle città di Hankow, Hanyang e Wuchang) diviene la nuova capitale del regime nazionalista. A Wuhan esiste una grossa concentrazione operaia che, guidata dai sindacati, il 3 gennaio 1927 si scontra con gli inglesi della locale 'concessione', costringendoli ad andarsene: è la prima volta che una parte del territorio cinese, controllato da potenze straniere, ritorna in mani cinesi. Il fatto ha grande valore simbolico e due giorni dopo il governo nazionalista sancisce ufficialmente l'episodio e lo fa proprio.

Il governo sembra spostarsi su posizioni più radicali, con la nomina di tre ministri comunisti e di due sindacalisti di origine operaia. Nello stesso tempo, però, le rapide vittorie ottenute da Chiang Kai-sek rafforzano le proprie posizioni di forza sia all'interno del Kuomitang.

È in questa situazione di precario equilibrio, che le enormi masse di contadini si apprestano ad entrare prepotentemente in scena.

c) Rivoluzione democratica e riforma agraria.

In questo lavoro non verranno studiati gli elementi fondamentali che caratterizzeranno nei decenni successivi il problema della riforma agraria nella rivoluzione in Cina: essi verranno affrontati in un lavoro successivo. Qui ci limitiamo a riportare alcuni dati statistici ed alcune considerazioni introduttive di massima.

Isaacs (p. 62) riprende la definizione di contadini ricchi, medi e poveri da un lavoro di Chen Han-seng: "Quando una famiglia agricola è appena in grado di mantenersi lavorando la terra, e nel suo lavoro non è sfruttata da altri né sfrutta altri, possiamo dire che appartiene alla classe dei contadini medi"; da questa definizione di partenza, l'autore continua dicendo che se può sfruttare nelle più diverse misure lavoro altrui, allora possiamo parlare di contadini ricchi; diversamente, se oltre a lavorare la propria terra, devono lavorare anche per altri, al fine di sopravvivere, allora parliamo di contadini poveri. Rientrano nello strato sociale dei contadini poveri coloro che non possedendo terra, lavorano sulla terra altrui. Allo stesso tempo, in ogni caso, questi ultimi sono assimilabili agli operai d'industria in quanto salariati.

In questo periodo, la proprietà fondiaria media in Cina è di circa 8.000 m2 e, con una produzione di circa 4/5 quintali di cereali, su di essa deve vivere una famiglia di circa 5 persone. Al di là delle annate buone o cattive, attribuibili a 'cause naturali', sulla famiglia grava sempre il peso della rendita fondiaria che può variare dal 50 all'80%. Se non bastasse, si impone il pagamento delle tasse, nonché vari tipi di corvées richieste continuamente dai più diversi 'signori della guerra' (trasporto di armi, acquartieramenti, ecc.). Di fronte a tali situazioni, la maggioranza dei contadini deve ricorrere continuamente a prestiti e quindi cadere sempre più profondamente nella rete degli usurai. Questo porta progressivamente alla alienazione della terra da una parte ed alla concentrazione in un numero sempre minore di mani, dall'altra: ad esempio, nel 1918 si parla del 50% di contadini proprietari della terra lavorata con le proprie mani, dopo il 1925 questi si riducono al 25%. Questa è la condizione 'naturale' del contadino 'medio' cinese.

Ma la stragrande maggioranza è composta da contadini poveri. Poche righe tratte dal libro di Isaacs possono ben illustrare la situazione di questo numeroso strato sociale: "La superficie media posseduta da una famiglia di contadini poveri risultava di 0,87 mu [1 mu = 1/15 di ettaro = circa 666 metri quadrati]; la superficie media coltivata (compresa la terra in affitto), di 5,7 mu. Il numero di mu necessario alla mera sussistenza per una famiglia contadina oscillava, a seconda dei distretti, fra i sei ed i dieci; ma era il doppio per gli affittuari".

Se poniamo dunque questi dati nella fase storica di passaggio da una agricoltura finalizzata ai bisogni della famiglia o della comunità locale ad un'agricoltura commerciale (come accennato nel capitolo III.d: Restaurazione dell'ordine imperiale), si comprende bene come il problema della 'rivoluzione agraria' diventi un fattore esplosivo.

Qui si pone una questione di natura teorica o, per lo meno, di necessaria precisazione dei termini per poter parlare correttamente, nel nostro caso specifico, del processo rivoluzionario in Cina, in rapporto alla rivoluzione mondiale, che allora si credeva ancora possibile. Dunque, se è vero che il termine 'riforma agraria' può essere insoddisfacente in quanto può lasciare spazio a teorie su possibili modificazioni gradualiste e riformiste tipo 'abbassamento dei tassi di interesse sui prestiti', 'riduzione degli affitti', generico 'miglioramento nelle condizioni di vita', è altrettanto vero che il termine 'rivoluzione agraria' presta il fianco a teorizzazioni ben più pericolose: fra le altre, quella di considerare le sopradette modifiche – imposte da organizzazioni contadine con a capo il comunista Peng P'ai – come (una "sistematica modifica dei rapporti sociali"), e dunque vedere nel movimento dei contadini in Cina non solo, e non tanto, un 'fattore di rilievo' nella rivoluzione (questo è stato presente in tutte le rivoluzioni antifeudali ed era ben consapevolmente presente pure nella rivoluzione in Russia), quanto una forza particolare, di natura non prevista dai 'classici', che permetta di 'arricchire' il marxismo ed il programma della rivoluzione al punto di poter parlare di 'rivoluzione agraria'.

La nostra tesi deve essere ferma: non esiste – e non può esistere – alcuna 'rivoluzione agraria'! Come non può esistere alcuna rivoluzione 'cittadina'. Può esistere – ed esiste – la rivoluzione con compiti specifici nella data area geo-storica, ed in Cina questi sono di natura democratico-rivoluzionaria, con possibilità di trascrescere al livello comunista a seguito della rivoluzione mondiale .

È preferibile dunque rimanere al vecchio classico termine 'riforma agraria' per due sostanziali motivi: a) i compiti democratici della rivoluzione non intaccano il concetto di 'proprietà' che rimane ora come prima; b) nonostante ciò, riformando violentemente i rapporti di proprietà all'interno delle campagne, espropriando chi non lavora la terra con le proprie mani e ridistribuendola ai contadini poveri e ai salariati senza terra, il Partito comunista attira dalla propria parte la gran massa dei contadini, accelerando così il processo della rivoluzione stessa.

Abbiamo ricordato più volte – e lo ripetiamo – il testo apparso in Bilan (1934-'36) Partito Internazionale Stato, là dove si sottolinea che i processi rivoluzionari mostrano come "la lotta è ingaggiata tra due forme sociali radicalmente opposte e non tra due classi che lottano nel quadro esclusivo dei loro specifici interessi economici. […] La battaglia si conduce su di un fronte ben più vasto: la costruzione di una nuova società o la conservazione della vecchia". Forse non è così immediato da capire, ma non meno fondamentale, che è il nuovo modo di produzione (borghese in rapporto a quello feudale, oppure comunista in rapporto al capitalismo) ad essere il soggetto che impone il movimento alle classi sociali e dei suoi partiti: questi sono i suoi strumenti per la propria realizzazione (o all'opposto, per la propria conservazione). Se si comprende questo – evitando di trasformare il problema del "rapporto dialettico tra processo impersonale e ruolo degli agenti umani" nel classico problema dello zero assoluto e le sue potenze –, va da sé che è facile comprendere che non può esistere una 'rivoluzione agraria' o 'rivoluzione dei contadini', come non può esistere una 'rivoluzione cittadina' o 'degli operai'. Possono esistere nelle date aree geo-storiche le rivoluzioni borghesi-democratiche che si servono della spinta delle masse popolari guidate o dal partito del nuovo modo di produzione borghese, oppure dal partito del successivo modo di produzione comunista, con la finalità della rivoluzione in permanenza a livello mondiale; come non esistono modi di produzione intermedi, allo stesso modo non possono esistere 'partiti intermedi': tantomeno cosiddette 'rivoluzioni agrarie'. Ed in Cina la rivoluzione pone all'ordine del giorno i compiti democratici-borghesi, sia nelle campagne come nelle città.

Come il problema della rivoluzione in Russia, dunque, veniva affrontato in termini unitari – e non poteva essere diversamente – e la rivoluzione democratica investiva anche la città di Pietroburgo, con la sua periferia industriale fra le più concentrate d'Europa, allo stesso modo il vento della rivoluzione in Cina non batte solamente le sperdute campagne dell'Hunan e di altre provincie centrali: esso batte unitariamente le campagne come le ormai capitalisticamente mature Shanghai, Canton, Hong-Kong, ecc..

Ci si può porre la seguente domanda: sarebbe potuto succedere che la rivoluzione democratica-borghese potesse essere spinta fino in fondo da un partito comunista (inserendo la sua azione nel quadro della rivoluzione comunista mondiale), in alleanza con un partito 'contadino', 'piccolo-borghese', 'socialista', insomma in alleanza con un partito non-comunista? Nelle Due tattiche Lenin non esclude la possibilità di partecipare ad un governo provvisorio, anche in posizione di minoranza. Ma cosa ancora più illuminante è l'esperienza del processo reale dell'Ottobre 1917: preso il potere e, cosa fondamentale, occupando i posti chiave della macchina statale, i bolscevichi non hanno alcun problema di allearsi con i socialisti rivoluzionari (gli 'esserre') e, dopo pochi mesi, saldare il conto con essi, mostrando chiaramente cosa deve intendersi per dittatura del partito comunista il quale, forte dei suoi principi, si pone di fronte ai problemi reali della rivoluzione democratica e della fame di terra dei contadini: niente ideologia, pace immediata con la Germania e messa fuorilegge di ogni organizzazione che voglia continuare la guerra. L'esperienza storica quindi mostra che può esservi alleanza solo contingente fra il partito comunista con un partito di diversa natura, non certo per tutta la durata del processo. Questo per due essenziali motivi: il Partito comunista che dirige la rivoluzione democratica di una data area geografica o a) tende con tutte le sue forze a legarsi alla rivoluzione comunista mondiale, combattendo ogni ostacolo (partiti borghesi, esserre o non-esserre), oppure b) il Partito comunista è costretto a fermarsi sul piano della rivoluzione democratica e in questo caso sarà distrutto dal partito borghese di turno: l'esperienza storica ha mostrato in Russia che, al 1920, il partito comunista ha dato quanto poteva dare e comincia qui il processo che lo vedrà fagocitato dal capitalismo mondiale e dal suo partito, rappresentato, nell' esperienza della Russia, dallo stalinismo.

Insomma, vi può essere una alleanza 'provvisoria' in un 'governo provvisorio': chiarita la situazione del momento, si saldano i conti: o dittatura del Partito comunista odittatura del partito non-comunista (dunque borghese).

d) Sviluppo del movimento dei contadini.

Fin dal 1921, da parte dei comunisti cinesi si compie lo sforzo di organizzare le lotte dei contadini cinesi che, sotto l'abile direzione di P'eng-P'ai, in molti villaggi del Guandong, nel giro di un paio d'anni ed in maniera tutt'altro che pacifica, riescono a rovesciare i vecchi consigli di villaggio dei notabili e proprietari terrieri, ad espropriarne i terreni e ad organizzarne una nuova distribuzione. Per la prima volta, dunque, grandi masse di contadini sono portati ad abbandonare la fatalistica accettazione confuciana dello status quo. Nel Hunan, anche Mao Tze-tung organizza delle forti leghe di contadini. All'interno dell'alleanza Pcc-Kmt, il peso del primo evidentemente in tal modo si rafforza per l'apporto consistente (come portatori, informatori, guide, fornitori di vettovaglie) che i contadini danno all'esercito nazionalista di Chiang, durante la sua marcia verso il Nord.

I generali dell'esercito nazionalista vivono una contraddizione che non tarderà a mostrare tutti i propri effetti controrivoluzionari. Generalmente, essi sono tutti dei proprietari terrieri ed in quanto tali non possono accettare l'espropriazione delle terre che i comunisti vogliono organizzare e che i contadini cominciano ad attuare in diverse parti. La contraddizione, causata dagli 'eccessi estremistici' dei contadini, assumerà l'aspetto della commedia da parte della Internazionale comunista, quando essa darà l'indicazione che l'espropriazione deve essere accettata solo nei confronti dei generali 'reazionari'. È, questa, niente più che una formula ridicola che tenta di non inimicarsi il movimento contadino e nello stesso tempo i generali del Kmt i quali, in ogni caso, prima di essere comandanti nell'armata nazionalista, sono proprietari che hanno nel proprio DNA ben marcato il senso della solidarietà di classe.

L'anno 1926 vede dunque la veloce avanzata delle truppe nazionaliste verso il Nord, ma l'attenzione di Chiang Kai-sek è rivolta pure a Sud, a Canton, e si prepara a dare il colpo definitivo ad ogni illusione del Pcc e dell'Internazionale. Il 29 luglio, il quartier generale nazionalista di Canton decreta la legge marziale e negli scontri che si accendono immediatamente, una cinquantina di lavoratori rimangono uccisi. Il 9 agosto il governo cittadino del Kmt impone: a) il divieto di sciopero per tutta la durata della guerra contro il Nord; b) divieto di portare armi di qualsiasi tipo; c) divieto di manifestazione e di assemblea. Nelle campagne del Guandong, l''incidente' del 20 marzo diede il via alla controffensiva dei proprietari terrieri contro il movimento dei contadini.

Al grandioso sciopero del proletariato di Hong Kong, che durava da 16 mesi, il 10 ottobre 1926 viene messa la parola fine da parte del governo con la passiva accettazione del comitato di sciopero: non è più necessario continuare la lotta, grazie ad cosidetta 'situazione nuova', cioè al "cambiamento avvenuto nella situazione nazionale in seguito all'estensione del potere e dell'influenza nazionalista fino allo Yangtze".

Fu una sconfitta? No! Per Borodin e per l'Internazionale fu una vittoria. Parlare di sconfitta sarebbe stato 'disfattismo': in un momento in cui la Russia ha bisogno di sostegno, la fine dello sciopero di Hong Kong deve essere considerato come un momento indispensabile per favorire il generale movimento vittorioso delle truppe nazionaliste nella rivoluzione anti-imperialistica. Sintetizza bene Isaacs: "Non si poteva 'ammettere' la sconfitta; quindi bisognava razionalizzarla in 'vittoria' ".

Una tale 'vittoria' costerà cara al proletariato di Canton ed alle masse contadine della provincia. Quando alla fine dell'anno la capitale divenne Wuhan, il compito di ristabilire 'ordine e legge' fu lasciato ad un militarista del Guanxi, Li Chi-shen. Furono ribaditi i divieti promulgati con la legge marziale di agosto, ed i comunisti, per timore di rompere il fronte con la borghesia, accettarono tutto supinamente.

e) Shanghai e la fine del movimento insurrezionale.

Mentre a Canton il Kmt ristabiliva l''ordine', l'armata di Chiang si trovava ora di fronte a Shanghai, la città con la maggiore concentrazione operaia di tutta la Cina.

Qui è fondamentale sottolineare il diverso modo di concepire, da parte dei nazionalisti e da parte dei comunisti, l'importanza della guerra contro i militaristi del Nord. Per i primi l'obbiettivo delle operazioni militari doveva consistere nell'annessione dei territori del Nord al regime nazionalista e non potevano esistere forze militari che non fossero pienamente controllate da esso; per i comunisti la guerra doveva essere vista come una 'confluenza tattica' fra le forze popolari e le forze armate regolari di Chiang.

Per il Pcc era normale quindi facilitare la conquista della città da parte dei nazionalisti e, a tal fine, dettero vita a due tentativi insurrezionali che fallirono (la prima, nella seconda metà del '26, e la seconda nel febbraio del '27).

Riuscì invece un terzo tentativo il mese successivo: la sera del 22 marzo Shanghai era in mano alle organizzazioni della classe operaia alla cui guida stavano i comunisti lì diretti da Chou En-lai. La vittoriosa insurrezione di Shanghai provocò un notevole entusiasmo non solo in Cina, ma pure in Europa e sottolineò ulteriormente la volontà di marciare sulla via della rivoluzione: non solo – e non tanto dunque – sulla via delle annessioni territoriali.

Ironia della storia: l'unica forza che credeva fermamente nel fronte unito antimperialista era il Pcc; i 'mandarini' di Chiang … attendevano.

Mentre non attendono le forze navali delle potenze imperialistiche che dopo la occupazione di Nanchino da parte dell'armata di Chiang, a 'titolo dimostrativo' cannoneggiano la città causando 2.000 morti. Ma, fin dal tempo in cui si è compreso che la Cina non poteva essere ridotta al livello di una colonia, diventa sempre più chiaro che non può essere la forza del cannone 'esterno' a salvaguardare, almeno parzialmente, gli interessi delle potenze occidentali: occorre dunque stabilire un chiaro e durevole rapporto di collaborazione fra borghesia cinese e borghesia mondiale, contro il comune nemico: le masse del proletariato e dei contadini cinesi e la rivoluzione che potrebbe incendiare il mondo intero.

Qui si colloca dunque l'azione della 'borghesia compradora', da sempre legata ai capitali stranieri in Cina e presente ora all'interno del Kmt il cui equilibrio interno si allontana sempre più dalla sinistra di Wang Chin-wei per spostarsi a destra rendendo sempre più solida la posizione di Chiang Kai-sek. Il pericolo di una vittoria del moto rivoluzionario deve essere dunque stroncato e dopo vari segnali ammonitori (ad esempio, l'assalto all'ambasciata sovietica il 6 aprile, a Pechino), la repressione cominciò a scatenarsi il 12 aprile a Shanghai. Le immediate manifestazioni operaie furono subito disperse causando molte vittime; venne applicata la legge marziale, con il disarmo delle milizie operaie, lo scioglimento dei sindacati. In pochi giorni ci furono circa 5.000 morti.

Esplosa a Canton e Shanghai in tutta la sua virulenza, la repressione dilagò anche nelle campagne nei confronti delle organizzazioni dei contadini. Non solo comandanti 'reazionari', ma anche 'non reazionari' si misero d'impegno in questa repressione.

Il governo 'di sinistra' di Wuhan non mosse un dito in aiuto dei contadini con la scusa della necessaria 'unità' di tutte le forze per continuare la guerra contro i militaristi del Nord: senza la necessaria forza militare per rendersi credibile, rinnovando l'alleanza con il Pcc, si limitò a 'sconfessare' la linea politica di Chiang Kai-sek che, nel frattempo, non riconoscendo più il governo di Wuhan, indicò in Nanchino la nuova capitale.

L'Internazionale comunista minimizzava le cause di fondo di quanto successo, indicando la gravità della situazione non sui rapporti di classe che l'insieme del Kmt rappresentava, ma sul fatto personalistico della 'corruzione' di Chiang che sarebbe stato 'comprato' dall'imperialismo. Il V° congresso del Pcc (27 aprile), con la presenza di Roy per l'I.C., si appiattiva perfettamente ai metodi di Stalin e Bucharin e dunque vi era bisogno del 'responsabile' che fu immediatamente additato nella direzione di Ch'en Tu-hsiu.

La sua sostituzione con Ch'u Ch'iu-pai non cambiò minimamente la situazione del movimento rivoluzionario in Cina e la politica suicida dell'Internazionale (e dunque del Pcc) consistente in aborti di tentativi 'insurrezionisti' (accusando di 'liquidazionismo' l'opposizione comunista internazionale, fra cui Prometeo, che si opponeva a questa linea politica suicida e disfattista). Dei 60.000 membri che contava il Pcc nell'aprile del 1927, prima della fine dell'anno ne furono uccisi circa la metà. Le organizzazioni legali (sindacati, associazioni di studenti, circoli vari) furono spazzate senza difficoltà e l'influenza del partito sembrò letteralmente volatilizzata.

Ha indubbiamente ragione Enrica Collotti quando scrive che, a seguito di questa sanguinosa esperienza, i rivoluzionari cinesi trarranno delle grandissime lezioni e, prima fra tutte, che "la rivoluzione cinese doveva tuttavia vincere in Cina". Rimane in ogni caso aperta la domanda alla quale lei non può rispondere: quale la natura dei precisi compiti che la rivoluzione, scuotendo tutto il mondo, si appresta a dettare in questo immenso paese?

f) L'Opposizione comunista e la rivoluzione in Cina.

Nel citato lavoro del 1958, Le lotte di classi e di Stati nel mondo dei popoli non bianchi, si sottolinea la tesi di Trotsky sul fatto che la rivoluzione cinese, come la russa, "sarà socialista o non sarà". Abbiamo in altra occasione commentato come a volte, nei lavori della nostra corrente, la difesa di tutte le tesi del Leone dell'Ottobre fosse, più che una difesa ad oltranza, un monito ad essere cauti nella critica di chi seppe guidare magistralmente, sul terremo militare, la difesa ed il consolidamento dello Stato della dittatura del partito comunista e, successivamente, di chi si sforzò, ad oltranza, di difendere la prospettiva del programma internazionale della rivoluzione, contro la controrivoluzionaria teoria del 'socialismo in un solo paese'. Si impari a caricare la sveglia, avrebbe detto Bordiga, poi si osi guardare oltre.

Vissuta dunque la necessaria cautela, non tanto bisogna 'guardare oltre' la tesi di Trotsky, quanto dire chiaramente che affermazioni del tipo "la rivoluzione cinese 'sarà socialista o non sarà' " è solo confuso rumore: lo è, non tanto dal semplice punto di vista di una osservazione empirica che impedisce, a posteriori, di negare che in Cina, lungo il XX secolo, si sia realizzata una profonda rivoluzione (borghese certamente, ma rivoluzione!); tale tesi è negabile, a priori, in quanto poggiante su di un impianto teorico falso e combattuto da Lenin fin dal 1905 con le Due Tattiche.

Nel suo Primo discorso sulla questione cinese (in I problemi della rivoluzione cinese), pronunciato all'VIII Comitato Esecutivo dell'I.C. (maggio 1927), contro la impostazione menscevica abbracciata da Mosca, Trotsky, battendosi come un 'Leone' affinché le organizzazioni del proletariato non vengano poste sotto il controllo e la direzione del partito della borghesia (nel caso cinese, il Kuomintang), fa sue le parole di Lenin (Opere Complete, vol. XXIII, Prima lettera da lontano) che nel marzo 1917 scrive: "In tutte le rivoluzioni i politicanti della borghesia hanno 'nutrito' il popolo ed ingannato gli operai con le sole promesse. La nostra è una rivoluzione borghese, e quindi devono sostenere la borghesia: dicono i Potresov, i Gvozdev, i Čcheidze, come ieri diceva Plecanov. La nostra è una rivoluzione borghese, diciamo noi marxisti, equindi gli operai devono aprire gli occhi al popolo dinnanzi alla mistificazione dei politicanti borghesi, insegnargli a non credere alle parole, a contare soltanto sulle proprieforze, sulla propria organizzazione, sulla propria unità, sul proprio armamento".

Il perfetto sillogismo di Lenin si contrappone all'altrettanto perfetto sillogismo menscevico, ma evidentemente appartengono a due diverse catene di sillogismi: vi è una rivoluzione in corso, i suoi compiti sono di natura democratico borghese, la borghesia diventa codarda di fronte alla spinta del proletariato e quindi … i comunisti faranno il possibile per prendere il potere e, contemporaneamente al portare avanti i compiti democratici (i famosi 'tre pilastri', per la Russia) all'interno del territorio da essi controllato, grazie alla nuova macchina statale (lo Stato della dittatura democratica degli operai e dei contadini), aiuteranno il proletariato del mondo intero e dunque anche se stessi, a fondersi nell'unico corpo della rivoluzione internazionale difesa dalla dittatura mondiale del proletariato: questo, il 'doppio compito' dell'unica rivoluzione che i comunisti, operanti nell'ex territorio zarista, fanno proprio.

Solo la 'dialettica' di penna-Trotsky riesce ad operare una cosiddetta "dissociazione dialettica della dittatura democratica" (Bilancio e prospettive della rivoluzione cinese, inLa terza internazionale dopo Lenin) e con due colpi della sua penna-spada far letteralmente sparire dalla formula della 'dittatura democratica del proletariato e dei contadini' sia l'espressione 'democratica', sia 'e dei contadini'. Il Pcc – dice – deve assolutamente affermare la propria indipendenza (giusto!), con una stampa autonoma (sacrosanto!) ed una critica severa anche contro il Kuomintang di sinistra. Ovviamente, questo non deve dare appiglio a qualsiasi discorso 'infantilmente dottrinario ed estremista': "L'alleanza fra il Partito comunista ed il vero Kuomintang rivoluzionario deve essere non solo mantenuta, ma estesa ed approfondita sulla base dei soviets di massa". Il "vero Kuomintang rivoluzionario"?: ha già mostrato in aprile il suo contenuto 'rivoluzionario'!

Nel suo Secondo discorso, sempre durante la stessa sessione del Comitato Esecutivo, allargato, egli precisa i termini del problema: "la rivoluzione borghese-democratica cinese progredirà e vincerà sotto forma sovietica o non vincerà in nessun modo". Deve essere chiaro che per 'forma sovietica' egli non intende solamente 'sulla base di soviets (organismi indipendenti) di massa', bensì che questi organismi dovranno essere la base della futura dittatura del proletariato: in caso contrario, la rivoluzione cinese "non sarà".

La borghesia nazionale, nell'epoca dell'imperialismo – o nella 'fase dell'imperialismo' –, è impotente a portare avanti la sua stessa rivoluzione, perché troppo implicata in compromessi con la stessa borghesia straniera. Il compito di portare a termine la rivoluzione nazionale ed anticoloniale spetta dunque al proletariato che, con l'aiuto delle masse contadine, potrà giungere alla fase della 'dittatura del proletariato' che, per propria natura non potrà autolimitarsi ai soli compiti della rivoluzione democratica. Non diversamente dovrà muoversi il Partito comunista in Cina.

"Il Comitato esecutivo dell'Internazionale comunista insegnava che la rivoluzione deve assicurare alla Cina la possibilità di svilupparsi sulla via del socialismo". Su questo Trotsky non è in disaccordo; la domanda diventa 'come fare?', e continua: "Questo fine può essere raggiunto solo se la rivoluzione non si limita semplicemente alla realizzazione dei compiti democratico-borghesi, ma sviluppandosi, passando da una fase all'altra, cioè progredendo senza interruzzione (o in modo permanente) conduce la Cina verso il socialismo. È proprio quello che Marx intendeva per rivoluzione permanente".

Qui ci fermiamo. Abbiamo già sviluppato nell'incontro di settembre l'impostazione corretta su come Marx (e Lenin) intendessero per 'rivoluzione permanente' e non è sicuramente il caso di riprenderlo ora. Avvertiamo solamente che non abbiamo estrapolato 'qui e là' delle frasi di Trotsky per criticarle più facilmente: un lavoro del genere può farlo chiunque, su chiunque.

Se dedichiamo poco più di una paginetta a Trotsky è non tanto per criticare il suo giudizio contingente sulla rivoluzione cinese (giudizio che si basa su una impostazione errata fin dai primi anni del '900), quanto per mostrare che la debolezza teorica, e dunque politica, 'di Trotsky' (il più famoso esponente dell'Opposizione internazionale allo stalinismo) è in realtà debolezza programmatica di tutto il movimento comunista a livello internazionale, che dovrà veder passare non pochi decenni prima di potersi risollevare.

Nel settembre del 1930 appare, sul n. 37 di Prometeo, un manifesto Sulle prospettive ed i compiti della rivoluzione cinese firmato dalla Opposizione comunista presente in diversi paesi. La lettura di tale manifesto è utile unicamente per dimostrare la confusione programmatica esistente nelle file di ciò che resta del movimento. Riprendendo la classica impostazione di Trotsky (firmatario per 'la Opposizione di Sinistra Russa – bolscevichi-leninisti') sottolinea che, "il partito comunista cinese non può condurre il proletariato nella lotta per il potere senza partire dalle parole d'ordine democratiche. [La massa dei contadini, il cui appoggio è indispensabile] non può essere condotta che attraverso l'esperienza della lotta che dimostrerà e proverà loro che i suoi [della rivoluzione] compiti democratici non potranno essere risolti che dalla dittatura proletaria".

Posizione analoga viene espressa ne La tattica del Comintern 1926-1940, apparso a puntate nel 1947 sulla nuova serie di Prometeo, rivista del Partito Comunista Internazionalista, costituito nel 1943, dove si nega alla Cina la possibilità di una politica autonoma ed indipendente dalle altre nazioni di vecchio e ipermaturo capitalismo (attenzione: si parla di indipendenza dalle altre nazioni capitalistiche, non di impossibile – per la Cina, come per qualsiasi altro Stato nazionale – indipendenza dal capitalismo). La Cina, si legge nel testo citato, "dopo la sconfitta del movimento rivoluzionario del 1926-27, sia ridotta a diventare un immenso territorio dove l'urto si manifesta fra i grandi capitalismi esteri, ma non su un fronte che veda la borghesia ergersi contro l'insieme di questi capitalismi". Si commette dunque l'errore di schiacciare la borghesia cinese sull'immagine della ormai decennale marionetta Chang Kai-shek, non accorgendosi che il partito della rivoluzione nazionale cinese, già da molto tempo, non è più il Kuomintang, ma lo stalinizzato Partito comunista cinese.

Sono ormai passati molti anni e, a meno di cadere nel trotskysmo più degenere – con le chiacchiere sugli 'Stati' degenerati' e 'Stati deformati' –, è facile osservare che la 'dittatura proletaria' in Cina non vi ha mai messo piede, e che nel frattempo ha perso completamente valore la proposizione '[la Cina] sarà socialista o non sarà'.

"Oggi [1964, vedi Programma Comunista, n. 23, Tesi sulla questione cinese], questa fase si è egualmente conclusa per tutta l'area afro-asiatica. Dovunque si sono costituiti, alla fine della II guerra mondiale, degli Stati nazionali più o meno "indipendenti", più o meno "popolari", che promuovono in modo più o meno "radicale" l'accumulazione del capitale. Per questo solo fatto, l'"estremismo" cinese non può più presentarsi come la teoria di un movimento nazionale rivoluzionario, ma come un'ideologia ufficiale di Stato borghese costituito, come un programma di collaborazione di classe con tutto ciò che questo comporta in frasi "socialiste"".

V. – Conclusione.

Nell'incontro del settembre scorso abbiamo ricordato che nel 1848 Marx ed Engels sottolineavano – nella loro critica alla borghesia tedesca, considerata "provincialmente prussiana" – come fosse indispensabile, per combattere la controrivoluzione assolutistico-feudale, una rivoluzione sociale-repubblicana spinta radicalmente "fino in fondo", ossia fino alla totale eliminazione di ogni presupposto all'esistenza delle classi sociali: cosa possibile solo con la partecipazione attiva del proletariato nonché la sua direzione. Alla prova dei fatti, l'esperienza dei moti rivoluzionari del 1848 mostra come i borghesi siano pronti ai più grandi compromessi con le vecchie classi dominanti: giusta quindi la critica alla ideologia piccolo borghese che, per paura della radicalizzazione del movimento del proletariato, vigliaccamente individua le soluzioni nelle 'monarchie costituzionali', spingendosi al massimo verso una 'onesta repubblica'.

Non molto più in là si spinge l'utopismo, il 'socialismo dottrinario', che indica piani ideali basati sul sentimentalismo al fine di eliminare le contraddizioni esistenti, al posto di legarsi al movimento reale della società. Contro questo 'socialismo utopistico', Marx osserva che "il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, [… che …] è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l'abolizione delle differenze di classe in generale".

Saltando all'Ottobre 1917, si ripete lo stesso problema: si osserva che la borghesia, per paura che il proletariato possa andare oltre la richiesta di una repubblica costituzionale da essa guidata, arretra rispetto alle sue stesse esigenze politiche e si mostra pronta ai più meschini compromessi con lo zarismo e il capitalismo internazionale. Giusto quindi l'atteggiamento dei bolscevichi (Lenin, sopratutto) che, definendo 'putrido' il risultato del Febbraio ed il governo Kerensky, proclamano la necessità della dittatura del proletariato e dei contadini pure al solo fine del raggiungimento degli obbiettivi della rivoluzione democratico-borghese.

La Cina degli anni '20 non fa altro che ripresentare il quadro suesposto: la sconfitta – con i massacri di Canton e Shanghai – degli anni 1925-'27, mostra come non solo la borghesia 'compradora e reazionaria', ma anche il Kmt 'di sinistra' rappresenti una classe borghese che prima di essere non-reazionaria, è proprietaria e della terra e di capitali, quindi anch'essa disposta a sviluppare dei compromessi con l'imperialismo, di fronte agli 'eccessi ed estremismi' delle masse proletarie e dei contadini. Anche qui dunque, l'indicazione rimane quella classica: per portare a termine la rivoluzione anche solo sul piano democratico-borghese, vi è bisogno non solo della partecipazione attiva del proletariato, quanto della sua direzione, quindi della sua dittatura.

Riepilogando: Europa 1848, Russia 1917, Cina 1927, sembrano mostrare che, giunta ad un certo grado di maturità della rete mondiale del capitalismo ormai sviluppatosi in pochi paesi che dominano il mondo intero, la borghesia non riesce ad essere propulsiva per portare avanti la propria rivoluzione nelle aree più arretrate. Giunti a questo punto, la lettura del movimento reale sembra indicare che solo il proletariato può portare a termine tale compito in un processo di rivoluzione permanente fino alla realizzazione del comunismo.

Eppure …

… il movimento comunista in Europa, in Russia, in Cina (e in tutto il mondo) viene pesantemente sconfitto, mentre la rete della produzione e della circolazione capitalistica si allarga con le definitive vittorie delle rivoluzioni borghesi in Europa, in Russia, in Cina (e nel mondo intero).

Come può succedere questo? Come può succedere che il modo di produzione capitalistico, che nasce all'interno della società feudale, a) esprima inizialmente una borghesia rivoluzionaria (Inghilterra e Francia, nel XVII e XVIII secolo ne sono i casi più eclatanti), b) diventi poi timida ed addirittura controrivoluzionaria (vedi la prima metà del XIX secolo in Europa e prima parte del XX secolo in Russia e Cina), c) per riprendere successivamente la sua corsa in modo radicale verso la metà del XX secolo (particolarmente in Asia, Africa)?

Abbiamo risposto allora – e non c'è alcun motivo per non ribadirlo – che in (a) la borghesia non aveva alcun timore della spinta del proletariato e poteva benissimo usarlo come 'carburante'; in (b) vede lo spettro del comunismo che si aggira non più per la sola Europa, ma per il mondo intero; in (c) dopo una prova generale, il prometeico gigante si è assopito – nella 'attesa di Ercole' … "alla terza dopo la decima generazione" (Eschilo) – e questo permette alla borghesia di 'cavalcare' tale spettro, riportando il ruolo del proletariato a semplice combustibile della propria rivoluzione democratico-borghese.

Trotsky ha perfettamente ragione (con Lenin) quando afferma che il proletariato – in quelle precise aree ed in quei precisi tempi – deve farsi carico dei compiti democratico-borghesi, di fronte all'impotenza della borghesia, alla sua vigliaccheria ed alla sua propensione al compromesso più sporco; ha torto marcio (senza Lenin, questa volta) quando pretende di assolutizzare la possibilità o meno che la borghesia possa svolgere un ruolo rivoluzionario. "Nell'epoca dell'imperialismo" è la sua formuletta – dettata dal suo concetto di fase – che lo porta inevitabilmente a dire che la rivoluzione o "conduce la Cina verso il socialismo" o non vincerà in alcun modo.

Si può girare in tondo finché si vuole, si possono operare tutte le 'dissociazioni dialettiche' possibili, ma già da un bel pezzo, pur se marciamente borghese, … la Cina è!

E per chiudere questo lavoro, alla possibile domanda "che cosa avrebbero dovuto fare i comunisti presenti in Cina dopo i massacri di Shanghai e Canton?", è utile riprendere la risposta di Bordiga a Korsch di fronte all'invito di questi alla formazione di una Opposizione internazionale per facilitare la 'ripresa' del movimento rivoluzionario:

"In genere io penso che in primo piano oggi, più che l'organizzazione e la manovra, si deve mettere un lavoro pregiudiziale di elaborazione di ideologia politica di sinistra internazionale, basata sulle esperienze eloquenti attraversate dal Cominter. Essendo molto indietro su questo, ogni iniziativa internazionale riesce difficile. […] bisogna lasciar compiere l'esperienza della disciplina artificiosa e meccanica col seguirla nei suoi assurdi di procedura fino a che sarà possibile, senza mai rinunciare alle posizioni di critica ideologica e politica e senza mai solidarizzare con l'indirizzo prevalente".

Questo il grande insegnamento di Bordiga: quando si è sconfitti si riconosce la sconfitta, se ne studiano le cause, si aspetta in silenzio e non ci si agita credendo che il rumore porti a qualche soluzione. I 'grandi dialettici' del tempo non potevano comprendere, nel loro vuoto teorico, che il 'tacere' ed il 'non-fare' era l'unica materiale e corretta azione per non cadere nella spirale del frontismo, del democratismo e della difesa delle varie 'patrie del socialismo' che nel giro di pochi decenni avrebbero infestato il mondo.

Letture

-- Quaderni Internazionalisti, La dottrina dei modi di produzione, novembre 1995.

-- Il Programma Comunista, Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, 1976.

-- Lettera di Bordiga a Korsch, 1926

-- K. Marx – F.Engels, India Cina Russia, Il Saggiatore, agosto 1970.

-- Fung Yu-lan – Storia della filosofia cinese, Mondadori 1990.

-- M. Sabattini – P. Santangelo, Storia della Cina, Laterza, ottobre 2005.

-- Chi Ch'ao-ting, Le zone economiche chiave nella storia della Cina, Einaudi, 1972.

-- J. Chesneaux, M. Bastid, La Cina 1840-1885, Einaudi, 1974.

-- J. Chesneaux, M. Bastid, M.C. Bergère, La Cina 1885-1921, Einaudi, 1974.

-- E. Collotti-Pischel, Storia della rivoluzione cinese, Editori Riuniti, ottobre 2005.

-- Laura De Giorgi, Guido Samarani, La Cina e la storia, Carocci 2005.

-- Harold R. Isaacs, La tragedia della rivoluzione cinese 1925-27. Il Saggiatore, aprile 1967.

-- Lev Trotskij, raccolta di scritti in I problemi della rivoluzione cinese, Einaudi, 1970.

-- Lev Trotskij, Bilancio e prospettive della rivoluzione cinese, (in La terza internazionale dopo Lenin), Samonà e Savelli, 1969.

-- Trotskij, Vujovič, Zinoviev, scritti e discorsi in Cina 1927, Iskra Edizioni, maggio 1977.

-- Istituto di Studi sul Capitalismo, Origini e sconfitta dell'internazionalismo in Cina 1919-1927, Ediz. Pantarei, 2006.

-- Edward H. Carr, La rivoluzione bolscevica 1917-1923, Einaudi 1964.

-- Moshe Lewin, L'ultima battaglia di Lenin, Laterza 1969.

-- Edgar Snow, Stella rossa sulla Cina, Einaudi, 1977.

-- Chu Teh, La lunga marcia, Editori Riuniti, 1971.

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