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  • Resoconto teleriunione  2 marzo 2021

Astratti, schematici, rigidi e pure settari

La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 27 compagni, è iniziata da alcune considerazioni riguardo alcuni testi pubblicati in occasione del centenario della nascita del Partito Comunista d'Italia (PCd'I).

Il prof. Pietro Basso ha curato un'antologia di scritti di Amadeo Bordiga in lingua inglese: The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga (1912-1965). La presentazione in italiano dell'opera (ed. Punto Rosso, 2021) è stata recensita positivamente, tra gli altri, da Alessandro Mantovani. Come abbiamo detto in un'altra occasione, la prima operazione di mistificazione in merito all'origine del PCd'I, la più superficiale, è di marca stalinista e democratica e lega la nascita del partito a Gramsci o Togliatti, mettendo in secondo piano il ruolo svolto da Bordiga. La seconda interpretazione, la più insidiosa, apparentemente pubblicizza l'opera della Sinistra Comunista "italiana" (SCi), ma in realtà coglie l'occasione per biasimarla rispolverando le solite vecchie critiche. Per esempio, Bordiga viene accusato di essere poco politico, di essere stato attendista e di avere adottato una tattica sbagliata voltando le spalle alla democrazia; se per il riformismo della Seconda Internazionale il movimento è tutto e il fine è nulla, per il rivoluzionario napoletano il fine era tutto e il movimento nulla. Come dicevamo, niente di nuovo: si tratta dei classici rimproveri, mossi alla SCi da un secolo a questa parte. Il messaggio politico che queste forze veicolano è che non bisogna chiudersi nella torre eburnea ma piuttosto darsi da fare, incoraggiando i fronti unici politici, partecipando ad alleanze intergruppi, e via dicendo. Tutti i punti di forza espressi dal PCd'I negli anni '20 vengono ora presentati dai suoi critici come punti di debolezza, che oggi andrebbero finalmente superati per far uscire il proletariato dall'impasse e per non ripetere gli errori del passato. Come avvenne con la sottovalutazione del fascismo e l'adozione di una posizione settaria (leggi il rifiuto di aderire a formazioni di iniziativa estranea al partito, come gli Arditi del popolo), che avrebbero aperto le porte al regime.

Insomma, la SCi sarebbe stata troppo astratta, schematica e apolitica, non essendo riuscita a superare un certo anarchismo presente nella Prima Internazionale. Ma soffermiamoci per un momento sull'aggettivo apolitica. Marx ed Engels non hanno fatto politica, ma critica dell'economia politica, ovvero scienza del divenire sociale. Se rifiutare la politique politicienne a favore di un approccio scientifico è considerato apolitico, allora rivendichiamo con orgoglio questo appellativo. La corrente a cui facciamo riferimento, alla data del 1920, aveva compreso di trovarsi da un lato mentre dall'altro c'era tutto il resto (e tutti gli altri); nello stesso anno gli ordinovisti, concretisti e immediatisti, diffondevano parole d'ordine di occupazione delle fabbriche, invece che dei palazzi del potere. Sono queste le tragedie storiche da non dimenticare. Ci sarebbe da scrivere ancora molto sulle conseguenze del partito in mano ai centristi, quando dalla conferenza di Lione (1926) in poi essi lo hanno distrutto. L'atmosfera bolscevizzatrice del tempo è ben descritta nel nostro quaderno sul Comitato d'Intesa, in cui è raccontata la storia di quegli anni e viene presentata una parte documentaria (più di cento documenti e lettere) che dimostra come i centristi usassero la menzogna e la calunnia contro la SCi, che invece rifiutò sempre l'uso di tali mezzi. I bolscevizzatori, che nemmeno avevano capito cosa avevano fatto i bolscevichi in Russia, non temevano il fallimento degli scioperi generali ma, come tutti i riformisti, che questi riuscissero. Con i loro inutili dibattiti e congressi, non avevano tempo per riflettere su quanto andava dicendo la SCi, la quale fin dalle Tesi sulla tattica (Roma, 1922) aveva presentato testi formidabili sulla natura organica del partito con un approccio di tipo cibernetico. Va ribadito che la grande lezione che ci ha lasciato la nostra corrente non consiste tanto nella difesa di una tradizione politica, quanto nell'importanza di legarsi al futuro.

Nel secondo dopoguerra, caduto il fascismo, pruriti attivistici attraversavano la corrente e c'era chi pensava fosse possibile ripetere meccanicamente quanto successo dopo la fine della Prima guerra mondiale, e cioè rifondare il PCd'I. Il fatto di non aver compreso che un lungo ciclo controrivoluzionario era ben lungi dal concludersi e che era necessario fare un bilancio su quello che era accaduto, aveva poi portato alla scissione del 1952. In alcuni militanti la percezione aveva preso il sopravvento sulla realtà. E' difficile, proprio a causa della nostra evoluzione biologica, riuscire a ragionare per grandi archi storici senza adottare come metro temporale la durata della nostra vita. La rivoluzione è sempre in marcia e non abbiamo bisogno di assistere all'ora fatidica per averne la conferma. Questo ragionamento vale se abbiamo compreso Marx ed Engels quando dicevano che il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. Pensiamo ad articoli come "Esploratori nel domani" e a testi come "Proprietà e Capitale" e "Scienza economica marxista": questi scritti potentissimi ci danno la possibilità, ancora oggi, di sviluppare un lavoro controcorrente, lontano dal cretinismo parlamentare e da quello extraparlamentare.

La concezione del partito propria della SCi è di tipo dinamico. Il centralismo organico, per esempio, oggi lo possiamo spiegare con l'ausilio delle teorie dell'autorganizzazione, delle reti e della complessità. Negli ultimi anni si sono manifestati a livello globale movimenti leaderless, proprio come quelli preconizzati nel filo "Fantasime carlailiane" ("La Rivoluzione si rialzerà tremenda, ma anonima"). L'attuale modo di produzione è sempre più senescente e proprio per questo sviluppa marcati sintomi di società futura. Il rifiuto del battilocchio ha reso possibile la liberazione della teoria rivoluzionaria dal culto dei grandi uomini. Nessuno parla di galileismo, di newtonismo o di einsteinismo, mentre risulta facile dibattere intorno al marxismo. Eppure Marx non ha inventato un sistema filosofico, ma si è avvalso del metodo scientifico per svelare le leggi che regolano il mondo sociale.

Siamo dunque passati a commentare gli ultimi sviluppi della pandemia da Covid-19.

In Italia quasi il 50% dei nuovi casi di contagio sono causati dalla variante inglese, che sta diventando quella prevalente nel paese. A Brescia è stato trovato un paziente affetto dalla variante nigeriana, che pare sia molto più resistente ai vaccini. La campagna vaccinale va avanti molto a rilento e negli ospedali le terapie intensive vanno saturandosi rapidamente. Già alcune settimane fa epidemiologi ed infettivologi affermavano che bisognava agire immediatamente con un lockdown nazionale invece di limitarsi a correre dietro al virus. Ma siamo alle solite: del programma dell'OMS (tracciamento dei positivi, isolamento dei malati, blocco dei movimenti che producono ressa, informazione chiara alla popolazione) non c'è proprio traccia. E' passato un anno dall'inizio della pandemia, eppure la società sembra non produrre conoscenza dei fenomeni, ed anzi appare preda di un loop: superata la situazione emergenziale, si riapre tutto, si fa circolare la popolazione e con essa il virus, fino a quando la nuova ondata (siamo alla terza) di contagi costringerà a nuove chiusure.

Il virus non aspetta i tempi della democrazia e, tantomeno, quelli del parlamento; evolve per sopravvivere e moltiplicarsi, mentre gli uomini perdono tempo nel dibattito per tesi contrapposte o, peggio ancora, per opinioni. Ogni borghesia nazionale adotta misure diverse a seconda del consenso interno. Questa è una società anarchica, che va alla deriva e affida i fatti sociali a chi vince le elezioni. I negazionisti del virus reclamano contro l'obbligo a restare chiusi in casa: è una misura fascista, dicono, perché ognuno dev'essere libero di produrre e consumare (merce). Quella che doveva essere solo un'influenza si è così tramutata in qualcos'altro, soprattutto dal punto di vista sociale. L'articolo "Prove di estinzione", pubblicato sulla rivista n. 47, riporta il sottotitolo "la dottrina del rimedio": la priorità di una specie è tutelarsi dall'estinzione ma fino ad ora la "lotta al Covid-19" sbandierata dai governanti di ogni sorta ha prodotto solo il riprodursi e l'ingigantirsi dei problemi, come se il livello di conoscenza raggiunto non fosse stato utilizzato per agire nell'ottica di prevedibili scenari futuri; ancora una volta la borghesia ha dimostrato che non riuscirà mai a padroneggiare le sue stesse scoperte, perché è una classe che non conosce sé stessa.

Tutto quello che sta accadendo evidenzia la necessità di un governo mondiale. Il capitalismo passa dalla produzione artigianale, locale e individualizzata, ad una socializzata, centralizzata e integrata attraverso l'impiego di scienza e tecnica, generando le basi per l'avvento di una società comunista. Siamo di fronte ad una contraddizione sistemica: se da una parte emerge con forza il bisogno di un coordinamento globale (per esempio riguardo il governo del fatto energetico/ecologico, che non può essere risolto a livello locale, proudhoniano), dall'altra l'attuale modo di produzione non riesce ad andare oltre alla competizione a tutti i livelli, sprofondando irrimediabilmente nel caos.

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    Abbiamo sempre sostenuto l'importanza dei social e, infatti, siamo presenti su Facebook, X, Instagram. Nella Rete inseriamo il nostro detector per captare eventuali segnali antiforma. Il mutare delle epoche storiche produce anche il cambiamento degli approcci, dei mezzi e dei linguaggi legati al tema della rivoluzione. In una "doppia direzione" pubblicata sulla rivista n. 13, parlavamo del partito storico che si forma tutto intorno a noi. Al tempo dei motori di ricerca e degli assistenti digitali è facile trovare quello che si cerca; quando l'ambiente si polarizza, l'attenzione si indirizza verso determinati contenuti.

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