Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  13 novembre 2012

Accumulazione e serie storica

Nel testo Capitale fittizio e critica del capitalismo lo studioso americano L. Goldner afferma che l'accumulazione del capitale non può durare in eterno e che il capitalismo ha una freccia nel tempo con un inizio e una fine: "La chiave per capire l'intero periodo che va dalla fine degli anni 60/primi anni 70 fino ad oggi è il capitale fittizio".

Le critiche rivolte a Marx sugli schemi dell'accumulazione iniziano con l'uscita del III volume del Capitale e proseguono con dibattiti portati avanti per oltre un secolo su tesi di dettaglio. Marx tratta il capitale fittizio come una categoria che in realtà non esiste: se un capitalista (vedi Proprietà e Capitale) ha una rendita di cinque sterline ed un interesse del 5%, è come se avesse da qualche parte un capitale di cento sterline.

La cornice teorica in cui si muove Loren Goldner è simile a quella di Rosa Luxemburg. Si focalizza l'attenzione dentro e fuori il sistema del capitalismo puro, sulla problematica della riproduzione e non-riproduzione del capitale. Di fronte ad un approccio di questo tipo sarebbe molto utile una rappresentazione con schemi matematici. Inoltre si possono leggere i materiali presenti nella sezione "lavori in corso" ed elaborarli ulteriormente:

A proposito degli schemi di accumulazione di Marx

Lo storico dibattito sull'accumulazione

Appunti sulla questione Luxemburg-Bucharin (e altri)

La fase attuale del capitalismo è quella di transizione (Lenin) e difatti la situazione di non-equilibrio dell'economia mondiale ci mostra scenari estremamente contraddittori, basti vedere l'esempio della Cina, proprietaria di un settimo degli Stati Uniti attraverso i depositi bancari e il finanziamento del debito americano. Nell'articolo "Accumulazione e serie storica" viene negata la possibilità di un passaggio del testimone da Usa a Cina. Noi sosteniamo da sempre che il capitalismo nasce statale e non privato, con i liberi comuni, le repubbliche marinare e le signorie italiane. Il liberismo non esiste neppure nell'opera principale di colui che è considerato (a torto) il padre delle teorie sul libero mercato, Adam Smith. Perciò il corso del capitalismo, specie dopo la fascistizzazione irreversibile della società, va verso un bisogno crescente di Stato: non contro la proprietà privata ma a salvaguardia dai suoi stessi eccessi, non per mitigare gli effetti del Capitale ma per esaltarli; quindi non per una riedizione dello Stato napoleonico nel XXI secolo ma per integrare il controllo fascista con l'ideologia dell'ultima rivoluzione – liberté, égalité, fraternité – nella forma americana. Dopo, c'è solo lo Stato mondiale. Forma per cui le strutture sarebbero già pronte e in cui l'egemonia di un paese o l'altro sarebbe ininfluente, poiché tutti sarebbero costretti ad adottarla. Masse immense di uomini sarebbero sottoposte allo stesso controllo centrale con un potenziale inimmaginabile. Come diceva Lenin, un ultra-imperialismo non è astrattamente impossibile ma che esso possa realizzarsi è un altro discorso: le contraddizioni sarebbero tali da farlo saltare per strada. Per la semplice ragione, aggiungiamo noi parafrasando Marx, che sarebbe già il superamento del capitalismo nell'ambito del capitalismo stesso.


La ricerca antropologica del Prof. Dunbar dell'Università di Liverpool, esposta nel testo "The Social Brain hypothesis", offre spunti interessanti sul tema del cervello sociale. Lo studio tenta di comprendere quali siano i fattori che hanno determinato lo sviluppo del cervello umano, le cui "prestazioni" si differenziano da quelle degli altri primati. Il metodo seguito è quello di mettere a confronto le varie ipotesi presenti in letteratura, scartando quelle che sperimentalmente si dimostrano essere erronee.

Vengono innanzitutto eliminate le ipotesi epifenomeniche e di sviluppo che affermano, in modo semplicistico, che l'evoluzione del cervello non sia dovuta a cause esterne ma sia una semplice conseguenza del modo in cui la crescita dei processi biologici è organizzata. Restano quindi le ipotesi ambientali e sociali: per comprendere le relazioni che esistono tra le diverse variabili analizzate e lo sviluppo del cervello, si utilizza l'indice di neocorteccia cerebrale che, più del volume complessivo del cervello, riporta la capacità di un essere vivente di avere delle abilità superiori, che per gli esseri umani sono in genere identificate con il termine di coscienza. Questo indice viene messo in correlazione con quattro diverse variabili: la percentuale di frutta nella dieta dei vari primati, l'area di azione in cui gli animali operano per procurarsi il cibo, il grado di abilità che essi hanno nel procurarsi il cibo attraverso l'utilizzo di differenti tecniche, ed infine il numero medio di componenti del gruppo in cui i primati sono soliti vivere.

Le prime 3 grandezze, che rappresentano dei fattori ambientali, mostrano una scarsissima correlazione con l'indice di corteccia, mentre appare chiara la relazione esistente tra lo sviluppo della corteccia e la numerosità del gruppo in cui i primati agiscono. Per capire se era possibile estendere agli esseri umani queste conclusioni, valide per gli altri primati, si è operato un procedimento inverso: noto l'indice di neocorteccia si è calcolato il numero di individui che avrebbe dovuto garantire lo sviluppo di un tale "hardware". Il numero trovato (150) è proprio quella che si riscontra mediamente nelle primitive comunità di agricoltori o cacciatori-raccoglitori. Il motivo per cui gli esseri umani hanno potuto sviluppare progressivamente comunità più numerose e un cervello più potente rispetto a scimmie e gorilla sembra essere legato al fatto che, per le altre specie, una parte maggiore della corteccia è occupata dalla corteccia visiva, che quindi toglie spazio a quella deputata a svolgere funzioni "superiori".

La conclusione a cui arriva la ricerca dello studioso inglese è che il cervello umano si sia modellato nell'incessante processo di interazione con individui della stessa tribù, all'interno della quale era indispensabile, al fine di proteggersi dai nemici esterni e di collaborare in una serie di attività a complessità crescente, avere una relazione di reciproca comprensione e coordinamento: da qui l'essenza sociale del cervello umano.


Le novità che arrivano dagli Stati Uniti mostrano un'evoluzione nello sviluppo della rete di solidarietà denominata Occupy Sandy che, oltre a fornire soccorso agli alluvionati, si fa portavoce di alternative per un mondo nuovo e quindi di rapporti sociali diversi da quelli vigenti. Dobbiamo, dice OWS, continuare a fornire aiuto l'uno all'altro, mostrando al mondo che un altro modo di relazionarsi tra esseri umani non è solo possibile, ma necessario di fronte alla catastrofe economica ed ecologica in atto. Di qui il possibile collegamento a Origine e funzione della forma partito: "La tesi centrale che vogliamo affermare ed illustrare è la seguente: Marx trae i caratteri del partito dalla descrizione della società futura".

Il partito è quindi la pre-figurazione della società futura:

"La Gemeinwesen (l'ordine esistente) dalla quale l'operaio è isolato è di tutt'altra realtà e di ben altra estensione che la Gemeinwesen politica. L'ordine, la comunità dalla quale il suo lavoro lo separa è la vita stessa, la vita fisica e intellettuale, la moralità umana, l'attività umana, l'essere umano. Qui la critica raggiunge la totalità, perché è radicale. Ora, essere radicali significa prendere le cose alla radice, e per l'uomo la radice è l'uomo stesso."

Organismi come Occupy prefigurano la società futura più dei gruppuscoli sinistri nostrani (compresi i bordighisti o presunti tali): gli occupiers, pur non avendo un bagaglio teorico-politico consolidato, anticipano alcuni caratteri importanti della nuova forma sociale. In Origine e funzione si definisce il partito come rifugio del proletariato, OWS nei quartieri disastrati è il rifugio dei senza riserve e si muove in una prospettiva di lotta anticapitalista. D'altronde, più si sviluppa il capitalismo più si sviluppano gli elementi di negazione del capitalismo stesso. Non si può ignorare che in America sta succedendo qualcosa di grosso a livello sociale perché ci troviamo di fronte allo sviluppo non più di comunità utopiste da fine 800' (Owen oppure gli icariani) o di comuni di hippies, ma di processi auto-organizzativi che dimostrano che il cervello del movimento si è affinato. Gli occupiers dicono di essere alieni che vengono dal futuro e nella grande manifestazione di marzo nel Québec erano quasi tutti (500mila) vestiti di rosso, un meme significativo che si sta diffondendo. Il limite dei sinistri europei è di continuare a ragionare con vecchie categorie politiche senza riuscire a vedere che il movimento americano, nonostante disturbi e rumori di fondo, resiste e si sta estendendo su scala globale.

Il movimento sta diventando consapevole di sé stesso e della potenzialità che esprime continuando a proporre un'altra società: un altro mondo non solo è possibile, è inevitabile! Mentre in Europa si è ancora fermi sull'aspetto della protesta, in America sono +1: c'è un tentativo di mettere in moto delle strutture per aiutarsi e risolvere dei problemi. Detto questo, lo sciopero generale europeo del 14 novembre è stato un passaggio importante e l'esperienza è già stata rilanciata con un altro appuntamento per il primo dicembre. La formula Occupy può estendersi a tutto il mondo, bisognerebbe capire in che termini potrebbe svilupparsi qui da noi.

Nel 1848 senza telefono, Internet, strade e ferrovie, l'Europa tutta è saltata: c'è stata una rivoluzione borghese a scala intercontinentale. Oggi non si può escludere che accada qualcosa di simile, ma molto più velocemente e sincronicamente visti gli attuali mezzi di comunicazione (Uno spettro si aggira per la rete). Se gli Stati Uniti sono il paese delle utopie, dove sono diffuse migliaia di comunità volontarie dai principi più disparati (dagli amanti delle armi, ai ferventi religiosi, ai comunisti puri), nella vecchia Europa si soffre ancora di quella che i francesi chiamano langue de bois, un linguaggio autonomizzato che non esprime più nulla e molto spesso è legato alla passata rivoluzione borghese. Evidentemente, come diciamo da tempo, c'è bisogno di cambiare registro, perché tutto il bagaglio concettuale e persino lessicale del "marxismo" fa parte di una, se non due, rivoluzioni addietro e risulta un misto di illuminismo settecentesco e di bolscevizzazione staliniana. La nostra corrente, fallito il primo grande tentativo rivoluzionario comunista, vide persino nello stalinismo una positiva continuazione della rivoluzione borghese in Russia e in Cina. Quello che sta succedendo oggi e che coinvolge ormai milioni di persone, stanche del capitalismo anche se non lo dicono con i termini della rivoluzione passata, non è un distacco dalla teoria rivoluzionaria, anzi, ne è l'affermazione.

Articoli correlati (da tag)

  • Catastrofe alimentare ma non solo

    La teleriunione di martedì sera, presenti 21 compagni, è iniziata affrontando il tema della crisi alimentare in corso.

    L'Economist titola l'edizione del 21 maggio "The coming food catastrophe", accompagnandola con un'immagine di copertina piuttosto macabra nella quale sono raffigurate tre spighe di grano composte da chicchi a forma di teschi. L'immagine, diventata virale sui social network, vuole rappresentare un problema reale che sta catalizzando l'attenzione a livello mondiale. L'articolo del settimanale inglese, sebbene parta da premesse che non solo le nostre (ad esempio dando la colpa di tutto al battilocchio di turno, in questo caso Putin), dimostra che la guerra sta conducendo un mondo già fragile alla rottura.

    La difficoltà negli approvvigionamenti delle materie prime e la congestione dei processi logistici (colli di bottiglia) manifestatesi con la pandemia si sono aggravati con la guerra in Europa. Russia e Ucraina forniscono il 28% del grano commercializzato a livello mondiale, il 29% dell'orzo, il 15% del mais e il 75% dell'olio di girasole. Queste forniture sono fondamentali per sfamare Libia, Egitto, Tunisia, diversi paesi africani e in generale tutta quell'area che va dal Sudafrica all'est asiatico. Le prime rivolte per la fame sono già scoppiate in Sri Lanka e Iran. L'Inghilterra si è fatta avanti proponendo la formazione di una "coalizione di volenterosi" per scortare con navi da guerra i mercantili che nel Mar Nero trasportano il grano ucraino.

  • Sciupio irreversibile

    La teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 20 compagni, è iniziata prendendo spunto da alcune notizie sulla questione energetica, in particolare riguardo la tecnologia nucleare.

    Nella bozza presentata dalla Commissione europea agli stati membri circa le misure necessarie per mettere in pratica la green economy si fa riferimento, oltre al gas, anche al nucleare. Sul tema i pareri sono discordanti dato che alcuni non credono sia corretto definire questa tecnologia una fonte di energia pulita. Il nuovo nucleare, sostengono invece i favorevoli, è più sicuro delle centrali di vecchia generazione, soprattutto inquina meno di carbone e combustibili fossili e perciò porterà ad un'Europa ad emissioni zero. Sarà anche vero, ma è difficile credere che si possa risolvere a livello tecnico il crescente bisogno di energia dell'attuale modo di produzione: il vagheggiato capitalismo a basso consumo energetico non esiste. Così come non esiste un capitalismo pacifico. Si pensi agli interventi militari della Francia prima in Mali e poi in Niger, ufficialmente motivati dal contrasto al terrorismo jihadista, ma in realtà volti a garantire la fornitura di uranio alle centrali nucleari del paese.

    La fusione nucleare di cui in questi giorni si parla speranzosamente non è una soluzione nel breve periodo: nella migliore delle ipotesi l'applicazione finale di questa tecnologia si prospetta per il 2040. In generale, le centrali nucleari necessitano di tempi di progettazione e costruzione di almeno dieci anni e, al di là delle opinioni favorevoli o contrarie, quelle esistenti sono state abbandonate un po' ovunque perché costose (vedi problema dello smaltimento delle scorie radioattive).

  • Dinamica dei sistemi fisico-sociali

    La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono collegati 16 compagni, ha preso le mosse dalla lettura di un passaggio dall'articolo "Nel 1972 è stato previsto il collasso della società nel 2040", pubblicato sul sito italiano della rivista Vice:

    "Nel 1972, un gruppo di scienziati del MIT ha studiato i rischi relativi all'eventuale collasso della civiltà. Il loro modello di dinamica dei sistemi, pubblicato dal Club di Roma, ha identificato i 'limiti dello sviluppo' che porterebbero la nostra civiltà industriale sulla strada verso il collasso proprio nel ventunesimo secolo, a causa dello sfruttamento incontrollato delle risorse planetarie".

    Il collasso sistemico è in atto e le prove sono sotto gli occhi di tutti. Lo scorso 31 luglio l'Economist ha pubblicato una rassegna di tutte le manifestazioni e i tumulti scoppiati sul pianeta negli ultimi due anni ("The pandemic has exacerbated existing political discontent"). Già prima della pandemia, a partire almeno dal 2011, gli episodi di rivolta si contavano nell'ordine delle migliaia (vedi i nostri articoli "Marasma sociale e guerra" e "Occupy the World togheter"). Secondo l'Institute for Economics and Peace (IEP), un think tank di Sydney, tra il 2011 e il 2019 i grandi movimenti di protesta sono cresciuti di 2,5 volte; nel 2020 i disordini civili sono aumentati del 10% e le manifestazioni generalizzate hanno coinvolto 158 paesi. Le epidemie hanno conseguenze sociali, sottolinea nell'articolo il settimanale inglese citando il FMI: dal momento in cui erompono allo sviluppo di disordini sociali di massa passano solitamente 12-14 mesi. L'ultimo caso in ordine di tempo è quello di Cuba, paese che nel tempo ha sviluppato un'ampia rete di intelligence in grado di schiacciare possibili rivolte e movimenti anti-governativi, ma che ora, in seguito al malessere e al disagio causati dal peggioramento della condizione sanitaria ed economica, si ritrova incapace di arginare quanto accade nella società (l'11 luglio scorso migliaia di persone hanno marciato in più di 50 località al grido di "libertà").

Rivista n°51, giugno 2022

copertina n°51

Editoriale: La guerra che viene

Articoli: Guerra in Europa
Appendice 1. La Quarta Guerra Mondiale
Appendice 2. La sindrome di Yamamoto
Guerra di macchine
Wargame - parte seconda

Doppia direzione: Considerazioni sulla pandemia

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email