Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  29 aprile 2014

L'epoca più rivoluzionaria della storia

Lo sostiene Bernardo Gutiérrez sulla base dello studio World Protests 2006-2013: le 843 rivolte scoppiate nel mondo negli ultimi otto anni fanno del periodo storico che stiamo attraversando quello più agitato della storia, in cui si fa spazio un nuovo concetto di rivoluzione e compare sulla scena un nuovo soggetto politico. Durante la teleconferenza di martedì sera, a cui hanno partecipato 15 compagni, abbiamo avuto modo di commentare l'interessante articolo dello scrittore e giornalista spagnolo.

Il documento a cui si fa riferimento lungo tutto lo scritto propone un'analisi dettagliata delle cause scatenanti e delle forme di espressione assunte dalle proteste più importanti avvenute negli ultimi anni. Gutiérrez mette insieme i dati raccolti e tenta di cogliere la dinamica più ampia che lega ogni singola rivolta locale, diversa nei suoi aspetti peculiari ma accomunata e integrata con tutte le altre attraverso una struttura globale a rete capace, come lo stesso capitalismo, di fare velocemente il giro del mondo. Di fronte ad un mondo in subbuglio viene chiamato in causa Marx - a dire il vero in maniera piuttosto confusa - che, a quanto pare, non avrebbe saputo anticipare il "nuovo soggetto politico – più diffuso, più eterogeneo, più inclassificabile – [che] scompagina le definizioni e le frontiere formali delle rivoluzioni." Paradossalmente, seppur intriso di una concezione luogocomunista, Gutiérrez scorge una novità nelle manifestazioni di protesta rispetto al passato, e cioè proprio quel tratto anonimo e tremendo caratteristico delle rivoluzioni, per cui le 843 proteste scoppiate tra il 2006 e il 2013 non hanno espresso capi carismatici o, laddove questo è avvenuto, il "malcapitato" è stato sommerso dai milioni in lotta, da "una moltitudine senza volto né leaders, che sta sostituendo i pezzi del sistema senza modificare di colpo il suo sistema operativo. Una moltitudine resiliente e mutante, che anche senza prendere il potere trova le brecce del sistema, hackerando per spargere i semi del nuovo mondo".

Al di là di quanto dicono di se stessi i manifestanti, analizzando invece il movimento di protesta da un punto di vista sistemico, la motivazione che fa muovere gli "atomi sociali" all'unisono è unitaria. L'escalation globale delle rivolte descritta minuziosamente dallo studio sopracitato è determinata dall'aumento della miseria, a cui la popolazione mondiale si ribella, non per ideologia, ma per conservare quanto raggiunto fino ad ora. Il carattere dirompente delle rivolte è dato non tanto dalle rivendicazioni di volta in volta lanciate dai movimenti, ma piuttosto dal fatto che non è più possibile una soluzione riformistica al problema. Il Capitale autonomizzato corre all'impazzata alla ricerca di valorizzazione e travolge qualunque ostacolo trovi sul suo cammino, che si tratti di popolazioni allo stremo o di borghesi terrorizzati dallo sfaldarsi del tessuto sociale.

Gli effetti della miseria crescente e del marasma sociale che ne consegue si fanno sempre più evidenti. Ne abbiamo esempio ultimamente in Cambogia, dove gli operai hanno scioperato per il raddoppio del salario, o in Cina con la lotta dei lavoratori del settore calzaturiero che ha coinvolto interi distretti industriali. In Egitto il governo militare, dopo aver messo al bando i Fratelli Musulmani - il tribunale di Minya ha condannato a morte, dopo i primi 529 nel marzo scorso, altri 683 esponenti del movimento islamista - , ha dichiarato illegali scioperi e manifestazioni, assimilandoli al terrorismo, e messo fuorilegge l'organizzazione giovanile 6 aprile. In Brasile, dopo gli scontri avvenuti durante la Confederation Cup, la situazione non accenna a placarsi, anzi Rio de Janeiro è nuovamente precipitata nel caos, a 50 giorni dai mondiali di calcio, dopo l'uccisione di un ballerino durante un'incursione della polizia in una delle più famose favelas.

Il movimento generale partito con la Primavera araba assume localmente aspetti diversi, ma ha origine, ovunque, dallo scontro tra un modo di produzione in agonia e una nuova forma sociale emergente. E per trovarne i protagonisti non bisogna cercare nelle piazze e nelle strade le "tute blu", il proletariato che intende Gutiérrez, ma tutti quei senza riserve che, per esempio, hanno incendiato le banlieue francesi nel 2005 o hanno occupato il centro di New York con il movimento Occupy Wall Street.

L'epoca che viviamo, afferma il World Protests 2006-2013, è quella più agitata della storia, più intensa del 1968, del 1917 e del 1848. Quest'ultimo, rispetto alla situazione contemporanea, può essere paragonato ad un moto su scala europea, allora reduce dagli sconquassi del 1820-21 e cruciale per l'assetto politico della borghesia. Da quel moto uscì una concezione politica imbevuta della richiesta democratica, aspetto aspramente criticato dalla nostra corrente nel 1923-25, anche perchè essa serpeggiava nelle fila della Terza Internazionale. Marx delinea la dinamica che porta alla sconfitta definitiva dell'apparato democratico delle insurrezioni in Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850:

"Chi soccombette in queste disfatte non fu la rivoluzione. Furono i fronzoli tradizionali prerivoluzionari, risultato di rapporti sociali che non si erano ancora acuiti sino a diventare violenti contrasti di classe, persone, illusioni, idee, progetti, di cui il partito rivoluzionario non si era liberato prima della rivoluzione di febbraio e da cui poteva liberarlo non la vittoria di febbraio ma solamente una serie di sconfitte. In una parola: il progresso rivoluzionario non si fece strada con le sue tragicomiche conquiste immediate, ma, al contrario, facendo sorgere una controrivoluzione serrata, potente, facendo sorgere un avversario, combattendo il quale soltanto il partito dell'insurrezione raggiunse la maturità di un vero partito rivoluzionario".

Oggi ad essere messo in discussione non è l'assetto politico, ma quello sociale ed economico, e ha ragione Gutiérrez quando sostiene che questo è il periodo storico più rivoluzionario della storia. Che la situazione sia senza via d'uscita, lo capiscono oramai pure i borghesi; ne abbiamo parlato spesso durante le nostre teleconferenze, riportando vari esempi, perchè quando i centri di studio o i grandi serbatoi di cervelli riescono ad astrarre dai rapporti battilocchieschi tra governati e governanti, i risultati che producono sono interessanti. Oggi la realtà costringe chiunque, borghesi compresi, ad analizzare i fatti con occhi diversi rispetto al passato, a mettere in luce, suo malgrado, lo scontro in atto tra modi di produzione e la biforcazione storica cui siamo di fronte, che non significa indeterminazione, e cioè l'impossibilità di stabilire il passaggio successivo. Renè Thom dimostra che quando una linea di eventi genera una biforcazione, tutto in realtà è già successo, perché la catena di fatti che ha portato a quella situazione non è neutra ma ha invece subito tutta una serie di determinazioni. Prendiamo ad esempio i pennacchi di San Marco e la loro storia raccontata da J. Gould in un'ottica evolutiva. I post-bizantini che lavorarono alla costruzione della basilica di Venezia si trovarono di fronte al problema di far quadrare il cerchio della cupola con il quadrato della pianta dell'edificio. La soluzione che adottarono fu quella di riempire lo spazio in eccesso con delle pareti adornate da mosaici. Secondo l'evoluzionismo lamarckiano è un determinismo meccanico a provocare i cambiamenti nella genetica e nella struttura degli individui. Gould e Levantin dimostrano invece che, anche senza di esso, prima avvengono le mutazioni (le superfici in più della basilica veneziana) e successivamente vengono adoperate oppure si estinguono.

Anche dal punto di vista delle risorse "naturali" la situazione globale è senza precedenti nella storia. Il documentario Ultima chiamata. Le ragioni non dette della crisi globale, trasmesso qualche giorno fa dalla Rai, affronta il tema dei limiti della crescita riprendendo il famoso testo del 1972 del Club di Roma. Dal lungometraggio emerge la figura di Aurelio Peccei: dopo gli anni trascorsi in Fiat, l'imprenditore torinese arriva a ritenere che, avendo l'umanità raggiunto un tale grado di civiltà e progresso tecnologico, le organizzazioni politiche, gli stati nazionali, sono inefficienti nel risolvere i problemi in atto. L'intuizione lo porta a fondare nel 1968, insieme ad altri intellettuali provenienti dall'industria e dal mondo accademico, il Club di Roma, la cui attenzione all'inizio si focalizza, con il documento Il dilemma dell'umanità del 1970, su quei metodi pratici in grado di migliorare le condizioni di vita degli esseri umani, in particolare riducendo le diseguaglianze nella distribuzione della ricchezza. Rapidamente però il gruppo capisce che, per poter applicare le soluzioni prospettate, deve quantificare i limiti delle risorse mondiali e inizia così ad organizzare conferenze internazionali per discuterne. Le tesi di Peccei vengono accolte con ostilità da economisti e politici, ma trovano il favore di Jay Wright Forrester, professore del MIT e fondatore dello studio della dinamica dei sistemi complessi. Nell'incontro a Berna, Peccei e Forrester decidono di applicare la teoria della dinamica dei sistemi alla complessità del pianeta. Le intuizioni dell'intellettuale italiano si fondono così alla teoria dello scienziato americano, che sviluppa un modello matematico per rappresentare il sistema globale delle risorse e il consumo delle attività produttive umane, e mette insieme un gruppo di giovani ricercatori per elaborarne i risultati utilizzando le simulazioni al computer World3. Nel 1972 esce I limiti dello sviluppo. E la storia continua, con Oltre i limiti della crescita, aggiornamento del 1992, e nel 2004 con una ulteriore integrazione di dati analizzati attraverso i mezzi tecnici più sofisticati.

La previsione, dopo 30 anni, viene pienamente confermata: non è possibile una crescita infinita in un sistema finito. Il libro del 1972 viene scritto con il presupposto che la natura farà quello che reputerà necessario se i governanti non prenderanno in mano la situazione; il 1975 viene indicato come punto di non ritorno per la salvezza di un pianeta in via di esaurimento. Per noi questo significa cambio di paradigma perché né la cosiddetta opinione pubblica né i politici possono invertire la rotta:

"Ricordiamo che per 'superamento dei limiti' s'intende la tendenza del sistema a distruggere più di quanto non riesca a preservare, e questo senza rendersene conto, cioè senza che sia possibile prendere provvedimenti per autolimitare la potenza distruttiva insita nel sistema stesso. O anche solo senza che sia possibile eliminare i classici ritardi della politica nelle retroazioni, anche qualora i provvedimenti siano presi. Vale la pena sottolineare un concetto fondamentale di Marx: ogni rivoluzione esplode quando una data forma economico-sociale si trasforma da motore di sviluppo della forza produttiva sociale in sue catene. Il modello, nonostante l'ingenua pretesa di giungere a una riforma, mostra evidentissime le catene." (Un modello dinamico di crisi).

In chiusura di teleconferenza si è accennato al libro di Thomas Picketty molto in voga in questo periodo, Capital in the Twenty-First Century. L'economista francese sostiene che il capitalismo è fallito, la situazione si potrebbe però risolvere con una tassa patrimoniale globale del 10% che andrebbe a riequilibrare la forbice dei redditi.

Ora gli addetti ai lavori si accorgono che stampare dollari-bit per salvare le banche non è servito ad un granché, ma anzi ha alimentato proprio quei circuiti finanziari che intendeva frenare. Negli anni '30 John Maynard Keynes propose di seppellire denaro nelle miniere di carbone dismesse, per poi farli dissotterrare da lavoratori disoccupati. Milton Friedman, più tardi, suggerì di lanciare soldi dagli elicotteri e farli raccogliere ai cittadini, gli unici che avrebbero potuto far ripartire i consumi. Insomma, da una parte il capitalismo produce teorie scientifiche e modelli dinamici sui limiti della propria crescita e dall'altra spinge per una sorta di neokeynesismo su scala globale. Tutto normale per l'epoca più contraddittoria della storia.

Articoli correlati (da tag)

  • La madre di tutte le crisi

    La teleconferenza di martedì 13 dicembre, a cui hanno partecipato 18 compagni, è cominciata dal commento delle notizie riguardo l'esperimento di fusione nucleare condotto nel californiano Lawrence Livermore National Laboratory (LLNL). Secondo alcuni giornalisti, gli scienziati americani sarebbero riusciti a riprodurre sulla Terra ciò che accade sul Sole e nelle altre stelle.

    La fusione nucleare sprigiona un'energia di gran lunga maggiore rispetto a quella ottenuta da petrolio o gas, per di più inquinando molto meno. Potrebbe dunque rappresentare una boccata d'ossigeno per il capitalismo, una via d'uscita alla sua crisi energetica; però, si stima che occorreranno almeno trent'anni per avere i primi reattori e l'attuale modo di produzione non ha a disposizione tutto questo tempo ("Un modello dinamico di crisi": "con i parametri attuali, il sistema collasserà intorno al 2030 o anche prima"). Al di là degli annunci trionfalistici sul rapporto energia immessa/energia ricavata (sarebbero stati generati circa 25 megajoule di energia utilizzando un impulso laser di poco più di 20 megajoule), siamo ancora ben lontani da un bilancio positivo se teniamo conto dell'energia complessiva utilizzata, e non solo di quella dei raggi laser usati per avviare i processi di fusione.

  • Cripto-bolle

    La teleriunione di martedì sera, presenti 20 compagni, è cominciata dall'analisi di quanto sta succedendo in Cina, alle prese con una recrudescenza della pandemia da Covid-19.

    L'impennata dei contagi ha raggiunto quota 28mila casi in un solo giorno e, dopo 6 mesi, sono stati registrati nuovi decessi per Coronavirus. Ulteriori chiusure di intere città, come nel caso di Canton, hanno suscitato vere e proprie rivolte, la popolazione è esasperata per l'impossibilità di muoversi. Ciononostante, a differenza dell'Occidente, la politica della "tolleranza zero" non viene messa in discussione dal governo di Pechino.

    Per la prima volta negli ultimi decenni, la Cina si trova di fronte al boom della disoccupazione giovanile, giunta al 20%. L'Economist del 17 novembre ("Chinese students abroad take on their government") riporta un fenomeno curioso: recentemente in 350 campus di 30 paesi sono stati affissi manifesti contro il presidente cinese Xi, sembra che migliaia di cinesi che studiano all'estero si stiano organizzando tramite i social network. Anche a Pechino, nel cuore dell'impero, sono apparsi striscioni di dissenso anti-presidenziali, e il settimanale inglese fa notare che era dai tempi della rivolta di piazza Tienanmen che un leader non veniva attaccato in maniera così evidente. Qualche settimana fa avevamo discusso del discorso tenuto da Xi Jinping al XX congresso nazionale del PCC, tutto volto alla necessità di rinsaldare il patto sociale che tiene unito un paese di 1,3 miliardi di abitanti. Tale "patto" si basa sulla promessa di una crescita economica condivisa, ma questa ora si fa più difficile dato che l'economia ha subito una forte battuta d'arresto: secondo la Banca Mondiale, per la prima volta dal 1990, la crescita del PIL del paese nel 2022 sarà inferiore a quello dell'area Asia-Pacifico.

  • "Pericolose tempeste" in arrivo

    La teleriunione di martedì sera, a cui si sono collegati 18 compagni, è iniziata con alcune considerazioni riguardo al XX congresso del PCC che si è aperto domenica 16 ottobre nella Grande sala del popolo di Pechino con il discorso del presidente Xi Jinping.

    I punti salienti della relazione, che è durata un'ora e mezza contro le quattro attese, sono stati: la conferma di quella che è stata definita la "guerra popolare" a tutto campo contro la Covid-19, e cioè la politica "zero contagi" che ha "privilegiato la vita umana"; e la preoccupazione per l'arrivo di "pericolose tempeste", a cui il paese deve prepararsi investendo sulla "sicurezza", parola citata 50 volte. Durante il congresso, che rinnoverà il mandato a Xi Jinping per la terza volta, anche il termine nazione è stato ripetuto in innumerevoli occasioni, ed è stata ribadita con forza la necessità di mantenere unito il popolo al suo partito ("unità ideologica").

    L'economia cinese sta rallentando, a causa degli esordi della recessione globale ma anche per la linea zero Covid, che ha imposto blocchi e limitazioni agli scambi e agli spostamenti. A ciò si sono aggiunti, negli ultimi tempi, i problemi del mercato immobiliare (vedi caso Evergrande), settore verso cui sono confluiti i risparmi di molti cinesi.

Rivista n°52, dicembre 2022

copertina n°52

Editoriale: Niente di nuovo sul fronte orientale

Articoli: La malattia non esiste, parte prima - Un sistema che ingegnerizza sé stesso? - La riduzione dell'orario di lavoro non è più un tabù

Rassegna: L'ennesima conferenza sul clima - Polarizzazione crescente - Pericolose tempeste"

Recensione: Gaia, le macchine autoreplicanti e l'intelligenza collettiva

Doppia direzione: Più "avanzato" lenin o Bogdanov? - Cooperazione e sostegno

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter

Abbonati alla rivista

Per abbonarti (euro 20, minimo 4 numeri) richiedi l'ultimo numero uscito, te lo invieremo gratuitamente con allegato un bollettino di Conto Corrente Postale prestampato.
Scrivi a : mail2

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla newsletter quindicinale di n+1.

Invia una mail a indirizzo email