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  • Resoconto teleriunione  7 luglio 2015

Fa più paura la Grecia o la Cina?

La teleconferenza di martedì, presenti 12 compagni, ha preso le mosse dalle notizie economiche provenienti da Grecia e Cina.

Sono in molti a chiedersi come mai la Grecia, con un Pil pari a quello della città di Milano, combini tanto sconquasso in Europa. Tutti i protagonisti che si affannano in veste di medici-killer al capezzale ellenico non hanno paura per il fallimento e le sue conseguenze: hanno paura che le conseguenze del fallimento permettano alla Grecia di tornare al controllo della propria economia a cominciare dalla moneta. Dal punto di vista borghese, se l'attuale governo non fosse così vile nei confronti dei "sadici usurai" tedeschi, cancellerebbe il debito estero con un fallimento spettacolare (assicurando i detentori domestici di titoli) e procederebbe ad una svalutazione competitiva, peraltro quasi automatica dato che sarebbe provocata dai mercati. Ciò penalizzerebbe le importazioni, che comunque sono già irrisorie, ma incrementerebbe le esportazioni e soprattutto il turismo. Nel frattempo la banca centrale greca potrebbe stampare moneta per sé, approfittando del basso impatto inflattivo, stimolando i bassi redditi invece di regalare soldi alle banche. Si tornerebbe dunque al punto di partenza, quando dicevamo che era impossibile una federazione di stati borghesi con economie incompatibili a partire non dall'unità politica (impossibile) ma monetaria (delirio).

Le reazioni popolari al barnum politico vengono raccolte dai partiti della piccola borghesia. Tsipras, ad esempio, si comporta quasi come la Lega: arriva al limite della rottura, fa scattare il referendum, e prima ancora di conoscerne l'esito imbandisce il tavolo delle trattative. La piccola borghesia è molto più inconseguente della grande e non riesce a formulare proposizioni politiche neanche vagamente fasciste. Il neo ex-ministro greco dell'economia, che millantava di mettere in campo la teoria dei giochi per fregare i creditori, altro non è stato che una marionetta nel teatrino della politica europea, dove continua il balletto di ministri, partiti e stati che non hanno più il controllo, e tantomeno il senso, di quello che succede.

Dalla situazione greca siamo passati a discutere della Cina e della bolla finanziaria che terrorizza il mondo intero. Le autorità di Pechino hanno sospeso dalle contrattazioni in Borsa oltre 1.200 titoli, circa un terzo della capitalizzazione del mercato cinese. Nell'ultimo anno i valori azionari avevano registrato un incremento del 150%, con migliaia di piccoli risparmiatori, tra cui contadini e operai allettati dai facili guadagni borsistici, che si erano lanciati all'acquisto di azioni. Il crollo ha mandato in panico gli operatori di Borsa; lo Stato cinese è intervenuto varando un piano di emergenza da 19 miliardi di dollari, una somma ridicola rispetto alle cifre in ballo.

Giusta Marx, ogni crisi è l'anticamera di un'ulteriore centralizzazione del Capitale, ogni spostamento di valore è a favore di qualcuno e a scapito di altri. In Albania nel 1997 ci fu un primo assaggio di tale processo detto schema Ponzi: puntualmente pensionati ed operai rimasero sul lastrico e la rabbia che ne scaturì sfociò in sommosse generalizzate (i sinistri gridarono alla rivoluzione). Lo schema Ponzi non crea nuove capitali, ne attrae in gran quantità offrendo il miraggio di alti rendimenti; ad un certo punto, a medio termine, il tutto si inceppa e la piramide crolla. Si tratta dello stesso meccanismo utilizzato, legalmente, dalle banche.

Oggi il dominio del Capitale sullo Stato è completo. Lo dimostrano i paesi asiatici, che nel giro di poco tempo si sono finanziarizzati al pari dei paesi a vecchio capitalismo. Il fenomeno che ora vive la Cina, l'ha vissuto negli anni '80 il Giappone, e nel 2000 il resto del mondo. Per salvare il suo patrimonio finanziario, il Dragone sta mettendo a repentaglio l'intero sistema finanziario. Le cifre di cui tanto si dibatte in questi giorni rivelano una realtà in sfacelo totale, dove la stragrande maggioranza dei paesi si trova nella stessa condizione della Grecia. Il processo è irreversibile: stanno cambiando i parametri che permettono al capitalismo di esistere.

Se ne accorge Jeremy Rifkin che, in La società a costo marginale zero, tenta di mettere in luce i contorni del nuovo paradigma economico che sta eclissando il capitalismo. La tendenza in atto alla "disoccupazione tecnologica" rientra tra gli aspetti più importanti del nostro tempo. L'aumento della composizione organica del capitale (Internet delle cose, robot, ecc.) porta inevitabilmente alla creazione di forza lavoro eccedente e alla riduzione del costo marginale delle merci: "Il risultato è che i profitti aziendali hanno iniziato a precipitare, i diritti di proprietà a indebolirsi e un'economia basata sulla scarsità sta gradualmente cedendo il passo a un'economia dell'abbondanza."

Lo studioso americano, senza parlare nello specifico di OWS, descrive inoltre un'agorà pubblica virtuale fatta di migliaia di giovani in cui prende piede una dimensione collaborativa e cooperativa (commons), e si sviluppano comunità per obiettivi, basate sulla condivisione delle conoscenze, il lavoro di tipo comunitario e il distacco dalla proprietà privata, soprattutto intellettuale.

Oggigiorno molte grandi aziende regalano prodotti nuovi di zecca affinchè il consumatore sottoscriva canoni di abbonamento a specifici servizi (es. smartphone). Ovviamente anche la merce "continua", come la chiamava Marx nel VI Capitolo Inedito, è sempre merce, ma se il mondo intero finisce per pagare a canone tutto ciò che utilizza, avrà sempre meno senso farsi segnare un salario su un conto telematico per girarlo immediatamente su altri conti telematici. Facendo astrazione dai rapporti sopravviventi, reali fin che si vuole, producenti fin che si vuole effetti disastrosi sull'intera umanità, ma ormai inutili, possiamo avere una visione chiara del futuro non capitalistico, senza denaro.

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