Informazioni aggiuntive

  • Resoconto teleriunione  30 luglio 2019

Questa società non parla di futuro

La teleconferenza di martedì sera, a cui si sono connessi 11 compagni, è cominciata con alcune considerazioni riguardo le notizie provenienti da Hong Kong dove da diverse settimane sono in corso mobilitazioni imponenti.

L'elemento che ha dato il via al dissenso, la proposta di legge sull'estradizione verso la Cina, è ormai passata in secondo piano perché adesso l'obiettivo di chi scende in piazza è la lotta contro la repressione. Le manifestazioni nella regione a statuto speciale stanno evolvendo e il governo cinese ha dichiarato, tramite il suo portavoce ad Hong Kong, la disponibilità a muovere l'esercito qualora non venisse ristabilito l'ordine. Era dal 1997 che la Cina non si palesava così apertamente nella vita dell'ex colonia britannica.

I giovani manifestanti che hanno animato le proteste ad Hong Kong hanno dimostrato la capacità di autorganizzarsi e di adattarsi alle mosse della polizia. Dicono di utilizzare la "forma dell'acqua" per sfuggire alla repressione: di fronte allo schieramento massiccio delle forze dell'ordine, i cortei si scompongono, si disperdono e poi si ricongiungono in altri luoghi, bloccando i treni, occupando l'aeroporto o l'area finanziaria della città. Questo avviene anche perché è intenso l'utilizzo di tecnologie come smartphone, chat e messaggistica istantanea.

In generale manifestazioni globali possono innescarsi per qualsiasi motivo in qualunque momento: l'aumento del prezzo del carburante (Francia), una legge sull'estradizione (Hong Kong), l'aumento del prezzo dei beni di prima necessità (Sudan), l'indignazione per la corruzione governativa (Algeria, Puerto Rico, Romania). Superata una certa soglia, il tratto comune diventa la lotta contro lo stato, o meglio contro lo stato di cose presente. Queste mobilitazioni incidono inoltre sull'economia. In Francia le proteste dei gilets jaunes hanno fatto perdere credibilità al paese e danneggiato il turismo; ad Hong Kong, scrive Il Sole 24 Ore, "Disordini, manifestazioni e scioperi impongono un costo all'attività economica, che rallenta: le vendite al dettaglio sono in frenata del 10% e il turismo cala, non solo per i minori flussi dalla Cina. L'agenzia di rating internazionale Fitch, che l'11 giugno ha confermato il rating AA+, ha ribadito i rischi per Hong Kong in caso di perdita di fiducia da parte degli investitori internazionali."

Volgendo lo sguardo all'Europa, la situazione che appare agli occhi dell'osservatore è instabile. Boris Johnson, primo ministro del Regno Unito, ha affermato davanti alla Camera dei comuni che la Brexit avverrà il 31 ottobre, con o senza accordi con l'UE. La Brexit (vedi l'articolo "Lo Stato nell'era della globalizzazione") è uno di quei processi che avvengono perché determinate strutture non reggono più al proprio peso, per cui si sviluppano contraddizioni che nessuno è in grado di risolvere. L'Inghilterra non ha più la struttura da grande paese imperialista: possiede navi e aerei datati, che le impediscono, tra l'altro, di mettere in atto una qualsiasi risposta sul campo all'Iran che recentemente ha sequestrato una sua petroliera. La Spagna non riesce a formare un governo e a tre mesi dalle elezioni si vocifera di farne già di nuove. Il governo italiano è alle prese con una guerra intestina che vede contrapposti M5S e Lega su temi quali Tav, Flat Tax e riforma della giustizia. La Turchia, alleato storico degli Usa nel Mediterraneo, si sta svincolando da tale rapporto, acquistando armi e sistemi di difesa dalla Russia. Questo disordine generalizzato si riflette anche nelle politiche nazionali, con governanti che risultano personaggi da avanspettacolo, non contano nulla né hanno programmi politici.

In Italia il Movimento 5 Stelle si è candidato a neutralizzare le proteste di piazza "parlamentarizzando" la rabbia sociale e presentandosi come alternativa di sistema. Adesso la sua spinta si è esaurita e la borghesia dovrà inventarsi nuove soluzioni, nuovi partiti che svolgano opera di pompieraggio. Ma è difficile farlo quando non si riesce a gestire la situazione dal punto di vista economico: il reddito di cittadinanza doveva essere un aiuto statale finalizzato all'ingresso dei disoccupati nel mondo del lavoro: per adesso si configura come un salario ai disoccupati (molto basso e selettivo), problematico da togliere qualora cadesse il governo.

La società tende a esasperare i suoi estremi generando un polo in cui sta la classe borghese con le sue rappresentanze politiche, e un altro in cui è concentrato chi non ha rappresentanze di sorta entro il sistema. Da una parte l'1%, dall'altra il 99%. Per questo da anni masse numerose di persone come non si vedevano da tempo sono scese in lotta, lasciando sul terreno morti e feriti. Come abbiamo scritto nella newsletter numero 234, in Grecia, in Spagna, in Bulgaria e in Romania erano stati attaccati i parlamenti, ma senza conseguenze. Adesso, in Cina, i manifestanti nel parlamento ci sono entrati, devastandolo. Lo stato ha lasciato fare, la polizia ha ricevuto l'ordine di non intervenire. Hong Kong confina con Shenzhen, uno di poli industriali della Cina continentale, con dodici milioni di abitanti e già coinvolta nelle precedenti manifestazioni in stile Occupy. Questo è il problema: lo stile Occupy non ha tavolo di trattative, non avanza rivendicazioni, non ha leader che mediano.

La legge del valore, quella che sta alla base del modo di produzione capitalistico, non funziona più tanto bene: le merci ad alto contenuto tecnologico costano sempre meno, anche grazie all'enorme logistica mondiale che ha come punta avanzata Amazon (che oltre a essere un distributore sta diventando un produttore di merci). Il fatto che i robot siano utilizzati nelle fabbriche, nei magazzini e nei trasporti, porta una grossa fetta dell'umanità ad essere espulsa per sempre dal mondo del lavoro. Il prezzo di produzione continua ad abbassarsi e così bisogna produrre sempre più merci per avere lo stesso saggio di profitto: la sovrapproduzione è un male endemico della presente forma sociale, e allo stesso tempo è un fenomeno che riguarda la transizione di fase (Vulcano della produzione o palude del mercato?).

Siamo allo scontro tra due mondi: la forma economica sociale con più alto rendimento soppianterà quella a minore rendimento per mezzo di una rottura rivoluzionaria. Quella capitalista è la società in cui il plusvalore rende possibile la riproduzione allargata, ma quando si rende impossibile tale riproduzione vengono intaccati i suoi processi vitali. Le manifestazioni antisistema sono un'evidente conseguenza di tutto questo, perché il disagio sociale si basa su situazioni materiali, dai bassi salari alla vita senza senso.

La società capitalista non parla di futuro, ma si concentra sul passato o al massimo sul presente. Non si fanno programmi, non si fanno progetti sociali, si naviga a vista. The Economist, la bibbia dei capitalisti, quando tratta della battaglia tra Usa e Cina per il Prodotto Interno Lordo e per lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, lo fa in termini puramente quantitativi senza rendersi conto che invece la Cina è qualitativamente più moderna degli Stati Uniti. Washington ha treni, reti ferroviarie e sistemi energetici che cadono a pezzi, mentre in Cina si costruiscono strade, città, metropolitane e ferrovie da centinaia di chilometri. Qualcosa di epocale sta accadendo.

Eppure governanti miopi pensano di affrontare tali cambiamenti prendendosela con gli immigrati: invece di cogliere l'occasione di sfruttare qualche milione di stranieri come peraltro suggerito da qualcuno qualche tempo fa (The Economist), li cacciano aizzando l'odio contro i neri e rassegnandosi a vedere drasticamente diminuita la propria popolazione. Il declino demografico è una tendenza che si sta traducendo in "un vero e proprio calo numerico di cui si ha memoria nella storia d'Italia solo risalendo al lontano biennio 1917-1918, un'epoca segnata dalla Grande Guerra e dai successivi drammatici effetti dell'epidemia di 'spagnola'", ha dichiarato il presidente dell'Istat, Gian Carlo Blangiardo, nel Rapporto annuale dell'Istituto di statistica. Un paese che invecchia è un paese morto.

In chiusura di teleconferenza, un compagno ha segnalato una notizia pubblicata su Business Insider, secondo cui la polizia italiana avrebbe sviluppato un software (XLAW) per prevenire i fatti criminali, dagli scippi alle rapine. Calcolando i dati statistici prodotti dalla società, il programma sarebbe in grado di prevedere con una certa esattezza i crimini che si verificheranno in un determinato quartiere in una data ora. Queste strategie di controllo del territorio possono essere utili per prevenire episodi isolati, ma non possono niente contro movimenti di milioni di uomini, su cui non si può intervenire con mezzi (repressivi) ordinari.

Articoli correlati (da tag)

  • Sviluppo dell'uomo-industria

    La teleriunione di martedì sera è iniziata commentando alcuni passaggi tratti dall'enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas.

    Se al tempo della Rerum Novarum (1891) la Chiesa prendeva atto dell'emergere del proletariato, una nuova classe portatrice di rivendicazioni proprie, e della diffusione nella società delle idee del comunismo proponendosi come alternativa ad esse, oggi lancia l'allarme di fronte a un'altra grande minaccia che potrebbe scuoterla alle fondamenta: l'Intelligenza Artificiale (IA). Secondo il Papa, essa va disarmata, poichè esiste il pericolo che sfugga al controllo degli uomini e produca conseguenze catastrofiche. Alcuni passaggi dell'enciclica dedicati al binomio guerra e IA hanno attirato la nostra attenzione:

    "La Santa Sede ha recentemente osservato che la crescente facilità con cui sistemi d'arma ad autonomia operativa possono essere impiegati rende la guerra più 'praticabile' e meno soggetta al controllo umano, contraddicendo il principio che il ricorso alla forza armata debba avvenire come ultima risorsa in caso di legittima difesa. Per questo lo sviluppo e l'uso dell'IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti."

    Ed ancora:

  • Crisi del Giappone o della legge del valore?

    La teleriunione di martedì sera è iniziata con un focus sulla situazione economica del Giappone.

    Il Paese fa i conti con gli effetti della finanziarizzazione dell'economia, una condizione di crisi cronica che dura da ormai trent'anni, e che ha portato il debito pubblico al 250% del PIL e quello privato al 48% del totale complessivo. Tale debito è "sostenibile" grazie al fatto che è detenuto per il 90% internamente, da banche e investitori locali, circostanza che lo rende immune alla speculazione straniera. Ma la legge del valore, alla fine, si vendica.

    Dopo decenni in cui il Paese ha rappresentato una sorta di "anomalia" nel capitalismo avanzato, caratterizzata da un debito crescente ma da un'apparente stabilità, gli analisti finanziari lanciano ora l'allarme su un possibile collasso economico, che potrebbe avere ripercussioni a livello globale, a partire dagli Stati Uniti, di cui il Giappone è il principale acquirente di buoni del Tesoro. Nel video pubblicato su YouTube, intitolato "Perché il Giappone può innescare una crisi globale", viene spiegata in maniera sintetica la parabola storica che ha portato il Paese del Sol Levante all'attuale situazione.

    Nel 2002 nell'articolo "La crisi giapponese" abbiamo scritto:

    "Non c'è eccesso di capitali senza eccesso di merci e viceversa. La sovrapproduzione capitalistica è necessariamente generatrice di esuberanza finanziaria e di rendita 'parassitaria'... Il Giappone ha percorso fino in fondo questa strada. La base produttiva si restringe, pur producendo più che mai, e si fa frenetica la ricerca di valorizzazione dei capitali."

  • Web 3.0 e rivolte sociali

    La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla segnalazione del libro Token Economy: come il Web3 reinventa Internet, scritto da Shermin Voshmgir, direttrice del Research Institute for Crypto Economics dell'Università di Vienna e fondatrice di BlockchainHub a Berlino.

    Nel testo si affronta lo sviluppo di quella che viene definita "tokenizzazione dell'economia", esaminando il passaggio dal Web 2.0 al Web 3.0, cioè da applicazioni centralizzate eseguite su un singolo pc o un singolo server ad applicazioni decentralizzate, basate su una blockchain ("catena di blocchi"). Ancora prima dell'avvento dei registri digitali distribuiti, venuti alla ribalta con il Bitcoin, esistevano reti peer to peer (BitTorrent, eMule, ecc.), che consentivano la comunicazione diretta tra dispositivi senza appoggiarsi ad un server centrale. Le reti blockchain sono considerate sicure perché combinano decentralizzazione, crittografia e meccanismi di consenso, che rendono estremamente difficile alterare i dati senza controllare una parte significativa della rete.

    Le monete sono sempre state emesse dagli stati, almeno nel capitalismo. Con la blockchain, una rete distribuita di nodi aggiorna e verifica continuamente il registro delle transazioni, oltrepassando tecnicamente giurisdizioni nazionali e senza appoggiarsi a banche o istituti di compensazione. Questa tecnologia, su cui si basa Bitcoin ma anche altre criptovalute, non ha uno Stato di riferimento, si regge su sé stessa, sulla "fiducia algoritmica". Le blockchain possono essere utilizzate per rappresentare e trasferire asset digitali (token). Secondo l'Economist, questi processi (in corso da anni) potrebbero rivoluzionare non solo la struttura finanziaria, ma anche quella sociale. Ad esempio, le organizzazioni autonome decentralizzate (DAO), strutture che utilizzano la tecnologia blockchain per operare senza controllo centralizzato, possono essere alla base di nuove comunità, di strutture diverse, per regolare rapporti commerciali (smart contract), ma eventualmente anche quelli sociali.

Rivista n. 58, dicembre 2025

copertina n° 57

Avvertenza al lettore / Editoriale: Terra incognita / Articoli: Le determinazioni materiali e l'ambiente - Il retroterra storico di n+1 / Recensione: Non lanciate quel missile / Doppia direzione: Sulla successione dei modi di produzione

Raccolta della rivista n+1

Newsletter 245, 19 gennaio 2022

f6Libertà

Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

Continua a leggere la newsletter 245
Leggi le altre newsletter