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  • Resoconto teleriunione  29 dicembre 2020

Il problema del linguaggio

La teleconferenza di martedì sera, connessi 17 compagni, è iniziata riprendendo quanto riportato nell'ultimo resoconto, intitolato "Dalla scimmia nuda all'Uomo sociale".

Durante la riunione dello scorso 22 dicembre abbiamo fatto alcuni riferimenti all'articolo "Partito e classe" (1921), ed in particolare alla parte in cui è scritto che: "La vera e l'unica concezione rivoluzionaria dell'azione di classe sta nella delega della direzione di essa al partito". La citazione è utile per mettere in luce che l'individuo (rivoluzionario compreso) è limitato nella conoscenza e nell'azione, e che solo il cervello sociale può avere una visione globale e unitaria dei processi sociali, dato che la sua conoscenza è dovuta ad una simbiosi tra uomini, reti e macchine. Lo stesso partito comunista, nella concezione della Sinistra Comunista "italiana", è inteso come un General Intellect, un qualcosa che funziona in modo cibernetico, in doppia direzione, e che rappresenta un rapporto organico non riconducibile semplicemente a una tessera o a una delega della base al centro.

Nell'ultimo numero della rivista, nell'articolo "Contributo per una teoria marxista dello Stato", ci siamo trovati a fare i conti con l'annoso problema del linguaggio: controrivoluzione non vuol dire soltanto che è stato sconfitto lo schieramento di classe del proletariato, ma anche che è stato cambiato il significato di tutta una serie di parole rappresentative; ad esempio, per la maggior parte delle persone il termine comunismo è sinonimo di stalinismo o maoismo, e non certo del "movimento reale che abolisce lo stato di cose presente". Controrivoluzione significa anche ridurre il "marxismo" ad una teoria frutto del genio di un individuo (lo stesso Marx, a suo tempo, dichiarò di non essere marxista). Ma ciò che Marx ed Engels hanno fatto in campo sociale è lo stesso di quanto compiuto da Galileo, Newton, Darwin ed Einstein nei loro rispettivi campi di applicazione: utilizzare il metodo scientifico.

Nel linguaggio cosiddetto "marxista" si dà per scontato il significato di molte parole. Nel caso dello Stato abbiamo visto che è difficile darne una definizione scientifica, adatta ad ogni epoca storica che esso attraversa. Non possiamo infatti chiamare "Stato" l'organismo che per millenni gestisce la produzione, l'ammasso e la distribuzione delle derrate alimentari in società comunistiche (ad esempio nell'Antico Egitto o nella valle dell'Indo), e che allo stesso tempo non rappresenta semplicemente un gruppo di potere. Lo Stato è un dato di fatto oggettivo, e va inteso come una funzione, che nasce nel comunismo originario e si evolve nel corso dei modi di produzione successivi, per esaurire infine la sua utilità nel comunismo sviluppato.

Nei Grundrisse Marx dice che lungo l'arco storico della vita della specie umana avvengono dissoluzioni e anticipazioni di categorie, strutture, e forme. La società futura e quella attuale si incrociano sulla "terra di confine", in un'area in cui convivono residui di capitalismo ed elementi di comunismo.

Il partito rivoluzionario è un organismo che nasce in questa società ma non è più di questa società. Come i primi cristiani, che erano parte della società antico-classica ma non più parte del paganesimo: essi si dettero un canone, un programma, una forte organizzazione comunitaria, e si imposero.

La filosofia, per sopperire ad una logica che non riesce a risolvere le contraddizioni poste dalla natura e dalla vita, inventa la dialettica come mezzo di indagine. Oggi le cose sono cambiate, perché abbiamo a disposizione strumenti ben più potenti quali le teorie della complessità, del caos, la logica sfumata, ecc. Il partito non parla la lingua della rivoluzione passata, ed è anche in questo aspetto anticipazione del futuro, così come è stato per ogni movimento antiformista. La borghesia rivoluzionaria ha scritto decine di volumi dell'Encyclopédie, mettendo in campo l'artiglieria pesante contro il vecchio modo di conoscere. L'enciclopedia della rivoluzione comunista esiste già, e non c'è bisogno che una classe particolare la scriva perché a farlo è la specie: oggi più che mai, molto più di quanto immaginassero Diderot e d'Alembert con i loro 200 collaboratori, si tratta di dare ordine e di mettere in relazione ciò che l'umanità produce nel presente per il futuro ("A 250 anni dalla pubblicazione dell'Encyclopédie").

Tutte le forme sociali contengono al loro interno anticipazioni della forma successiva e residui del passato. Nel Seicento la borghesia era pienamente padrona della produzione; in Francia trafficava tessuti, tele e vele, in Inghilterra muoveva le flotte, e nelle città italiane sviluppava lavoro salariato. Nel feudalesimo si stavano fissando i caratteri di una classe che lo corrodeva alle fondamenta, ben prima della sua rivoluzione politica. Rivoluzione che avviene in Francia e che non è realizzata dalla borghesia, ma da sanculotti, soldati, nobili decaduti, feudali rovinati, piccoli borghesi, che avevano preparato l'ideologia della futura classe dominante ("Fiorite primavere del Capitale").

Il proletariato non possiede i mezzi di produzione e non ha una sua cultura da far prevalere: per emancipare sé stesso deve emancipare tutta la società, abolendo le classi. La questione della proprietà va messa in primo piano, come scritto nel Manifesto, e la sua eliminazione è un aspetto fondamentale della prossima rivoluzione. Oggi si parla di proprietà privata, ma l'aggettivo non ha senso: anche se esiste la proprietà pubblica statale, non cambia la funzione proprietaria che vi soggiace.

Le caratteristiche della società nuova spingono quella morente a realizzazioni che sono già di transizione. Qualche tempo fa avevamo accennato alle misure adottate dal governo cinese per stimolare i consumi interni, crollati a causa della pandemia; negli ultimi giorni anche gli Usa hanno fatto ricorso a misure simili, approvando un piano di sostegno ai redditi che prevede l'erogazione di 2000 dollari (contro gli attuali 600) ad ogni americano avente un reddito inferiore ai 75.000 dollari annui. La distribuzione di denaro senza corrispettivo in termini di valore è un dato ormai strutturale e non potrà non avere conseguenze sociali dirompenti. Di fronte alla mancata produzione di valore viene distribuita gratuitamente ai cittadini la "forma fenomenica del valore", una contraddizione esplosiva ("Dimenticare Babilonia").

Stiamo vivendo una transizione di fase dettata dalla necessità del sistema di autodifendersi e di superare la crisi decennale che lo attanaglia, negando sé stesso. Lenin, nel saggio Che cosa sono gli amici del popolo, scrive:

"Tutte le produzioni si fondono in un unico processo sociale di produzione, mentre ogni produzione è diretta da un singolo capitalista, dipende dal suo arbitrio, e gli dà i prodotti sociali a titolo di proprietà privata. Non è forse chiaro che la forma di produzione entra in contraddizione inconciliabile con la forma dell'appropriazione? Non è forse evidente che quest'ultima non può non adattarsi alla prima, non può non divenire anch'essa sociale, cioè socialista?"

Nella citazione si parla forse di produzione socialista in uno Stato super-capitalista? La forma di produzione diventa sociale dato che tutte le produzioni si fondono in un unico processo produttivo, con l'abbattimento delle mura aziendali ed una catena di montaggio che si estende al territorio tramite la logistica. E a un certo punto è la stessa forma di appropriazione che è costretta a divenire socialista, in quanto l'involucro (capitalistico) non corrisponde più al suo contenuto (società comunista). La distribuzione di denaro senza nulla in cambio (consultare il sito Bin Italia) è un processo di negazione della legge del valore-lavoro interno allo stesso capitalismo. Nella presente società borghese vediamo già ora flussi, operazioni, anche scambi, a carattere non-mercantile.

Pandemia, situazione economica disastrosa, caos sociale, tutto rientra nel nostro schema frattale delle catastrofi. Le transizioni riguardano epoche storiche che vanno ben oltre le generazioni che le vivono. I comunisti sono l'avanguardia del "movimento reale", sono "Esploratori nel domani" (1952). Bordiga in "Le grandi questioni storiche della rivoluzione in Russia" (1955), afferma:

"Il marxista non rifà Tommaso che volle infilare le dita nella ferita al costato. Sappiamo cosa sarà il socialismo, senza averlo visto, e senza la pretesa di vederlo. Fu svolto ancora, alla riunione, un simile tema: non è un biglietto per il cinema, la tessera di militante; non si ridanno i soldi per spettacolo mancato".

In chiusura di teleconferenza, si è tornati a parlare della pandemia e delle risposte sociali ad essa, in particolare le partigianerie pro o contro i vaccini. Una parte della popolazione non vuole vaccinarsi, non si fida, un'altra spera che con la campagna di vaccinazione si torni alla normalità. "Ci si schiera da una parte o dall'altra in base a manifeste preferenze soggettive, cioè opinioni" ("Coppi, Bartali e le vaccinazioni"). Gli scienziati meno piegati alle logiche del capitale ammettono che il vaccino non è da considerarsi la soluzione definitiva: se non si va alla radice del problema e non si studiano le cause delle epidemie, è logico che si ripresenteranno virus e malattie anche più pericolose. Il capo delle emergenze dell'OMS, Michael Ryan, ha ammesso che "questa pandemia è stata molto grave. Si è diffusa in tutto il mondo in modo estremamente rapido e ha colpito ogni angolo di questo pianeta, ma non è necessariamente la più grande".

Anche David Quammen, autore del celebre saggio Spillover, in un'intervista rilasciata a Paolo Giordano sul Corriere della Sera (28.12.20), afferma che l'azione predatoria della nostra specie determina condizioni ottimali perché in futuro si diffondano virus più micidiali di quello attualmente in circolazione. E ribadisce che sono tre le minacce più gravi a cui è sottoposto il pianeta: "Scomparsa della biodiversità, nuovi patogeni e cambiamenti climatici. Non sono l'una la causa dell'altra, ma sono collegate".

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Rivista n°54, dicembre 2023

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Editoriale: Reset

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Viviamo in una società che scoppia. I suoi membri, divisi o raggruppati secondo criteri il più delle volte arbitrari e casuali, non riescono più a darsi un'identità plausibile. La pandemia, invece di compattare gli individui intorno a provvedimenti utili alla salvaguardia della specie, ha aggravato la situazione facendo emergere ataviche tendenze all'irrazionale.

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