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  • Resoconto teleriunione  4 marzo 2025

Imperialismo europeo?

La teleriunione di martedì sera è iniziata dalla notizia riguardante la cosiddetta questione curda.

Abdullah Öcalan, storico leader della guerriglia curda, imprigionato nelle carceri turche dal 1999, ha chiesto al PKK l'abbandono della lotta armata. Proprio in questi giorni gli USA hanno annunciato il loro ritiro dalla Siria, dove è presente un contingente americano di circa 2mila soldati impegnati contro l'ISIS e a sostegno delle SDF (Siryan Democratic Force). La mossa di Öcalan è un segno dei tempi, è il portato di un repentino cambiamento degli equilibri mondiali, ma resta da vedere la capacità delle forze curde, divise geograficamente e politicamente, di darsi un indirizzo, se non unitario, almeno non confliggente.

Il subbuglio sociale negli Stati Uniti ha conseguenze sul resto del mondo. L'annuncio di nuovi dazi doganali da parte dell'amministrazione Trump e, più in generale, il ritorno del protezionismo si scontrano con un mondo che, invece, avrebbe bisogno di un governo unico mondiale per gestire l'attuale sviluppo delle forze produttive. Il rischio è che collassi tutto, e che l'utilizzo dell'arma dei dazi inneschi situazioni incontrollabili: gli ingredienti ci sono tutti, il mercato è piccolo, gli attori sono troppi e ad azione segue reazione. La Cina ha infatti annunciato aumenti del 10-15% dei dazi su diversi prodotti agricoli e alimentari americani.

Chi riesce a navigare nel mare in tempesta sopravvive, gli altri periscono o diventano politicamente irrilevanti. La Turchia, per esempio, aspira ad essere una potenza non solo regionale ma globale, e tale intento passa anche per la risoluzione dell'annosa "questione curda".

I paesi europei, invece, non riescono a fare sistema nemmeno di fronte ad una situazione critica come quella in corso. Nell'articolo "Feticcio Europa, il mito di un imperialismo europeo" (2007) abbiamo visto come il collasso dell'URSS abbia portato gli Americani ad intraprendere una guerra preventiva al mondo per conservare la posizione di rentier globale. Che si tratti di rendita petrolifera o di flussi finanziari, con questa guerra difensiva gli USA cercano di evitare che si formino coalizioni in grado di mettere in discussione il loro potere e la supremazia del dollaro. La chiusura del conflitto russo-ucraino è motivata dal fatto che la Cina si sta "mangiando" la Russia. Il governo Trump incalza gli stati europei affinchè stanzino più soldi per la difesa, perché ora gli USA devono concentrare la loro attenzione e le loro risorse in altre parti del globo.

Da tempo diciamo che la politica americana punta a bloccare sul nascere qualsiasi alleanza tra stati, che possa minare i propri interessi, i quali fanno, inevitabilmente, il giro del mondo. L'Europa non è uno stato nè un'entità unitaria; per di più, la Germania, che avrebbe potuto candidarsi a guida del Continente, è adesso annichilita dal punto di vista politico, militare ed industriale. L'obiettivo degli Stati Uniti è allontanare Berlino da Mosca e, al contempo, intralciare l'alleanza tra Pechino e Mosca. La strategia americana ha una sua coerenza, al di là del presidente di turno. Il problema di fondo è che gli USA sono invecchiati, non hanno più l'energia del passato, e nuove potenze si sono affacciate sullo scacchiere mondiale.

Il presidente della Commissione Ue, Ursula Von der Leyen, ha presentato il piano "ReArm Europe", che prevede una spesa di 800 miliardi di euro. Allo stato attuale, però, non esiste un esercito comune europeo, e tantomeno un comando unificato che possa decidere quali armi impiegare e dove, e come favorire la sinergia e la collaborazione tra le industrie dei paesi membri. In risposta alla annunciata ritirata degli USA dall'impegno nel conflitto ucraino, è stata indetta per il prossimo 15 marzo una manifestazione a sostegno dell'Europa. Il giornalista Michele Serra ha lanciato un appello: "L'Europa è necessaria. Le sue divisioni e la sua debolezza politica sono ragione di grande preoccupazione per milioni di europei, che vorrebbero sentirla parlare con una sola voce. In un momento di così grande e veloce mutamento degli assetti mondiali, solo un'Europa più unita, più solida, forte dei suoi princìpi fondativi, convinta che il suo processo federativo debba accelerare, può essere capace di fare fronte al presente e preparare un futuro migliore".

Le attuali spinte europeiste non sono in grado di fungere da attrattore per un'effettiva unità politica del Continente, ma servono solo a gettare ponti tra le classi. Il superamento dell'attuale impotenza europea sarebbe possibile solo con un rivolgimento generale dello stato di cose presente. Lenin affermava che un'unione armonica fra stati borghesi è impossibile e la sua eventuale realizzazione sarebbe già stata sinonimo di socialismo, per tal motivo la parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa in bocca al proletariato è sbagliata (Sulla parola d'ordine degli Stati Uniti d'Europa, 1915). Rispetto ad allora possiamo aggiungere che oggigiorno gli apparati statali hanno problemi di tenuta interna e vanno incontro al collasso.

In "Feticcio Europa" citavamo un documento di sedicenti rivoluzionari che sostenevano l'esigenza di costruire un movimento democratico europeo contro l'americanizzazione della vita civile. I proletari, insomma, dovrebbero farsi promotori di un movimento interclassista per un'Europa unita contro l'influenza americana, e ciò rappresenterebbe un passo avanti verso il comunismo. In questa fase di marasma sociale e guerra possono riemergere dalla storia dei "mostri", che vanno combattuti sul nascere adoperando le armi teoriche lasciateci in eredità dalla Sinistra ("Il destino del piano Monnet", "United States of Europe", ecc.).

L'impossibilità dell'Europa di darsi un assetto unitario dipende da cause storiche, politiche, sociali, e persino tecniche: esiste infatti un enorme problema di standardizzazione degli armamenti.

I possessori di titoli del debito americano stanno dismettendo le loro quote, in primis la Cina. È significativo che nel 2024 la spesa federale degli USA in armamenti sia stata inferiore a quella impiegata per pagare gli interessi sul debito. Questa è una chiave di lettura per comprendere il tentativo di aumentare la spesa dell'Europa per la difesa atlantica. Il rapporto sul futuro della competitività europea di Mario Draghi (settembre 2024), ritornato in auge negli ultimi tempi in seguito alle dichiarazioni americane sui dazi all'Europa, è costruito tenendo conto dell'enorme quantità di risparmio presente nel Continente (secondo Enrico Letta oltre 300 miliardi di euro l'anno), attualmente dirottata verso gli USA. L'America da una parte si accaparra il risparmio europeo tramite i grandi fondi d'investimento, dall'altra obbliga gli europei a darsi da fare per aumentare gli sforzi bellici, comprando armi statunitensi.

Nei periodi di grandi rivolgimenti sociali non sono solo gli stati a muoversi, ma anche le classi. D'altronde, la storia delle società classiste è sempre storia di lotta di classe (Manifesto del Partito Comunista).

La causa principale alla base dei movimenti, grandi e piccoli, che si sono sviluppati negli ultimi anni è la crisi della legge del valore. Il disagio dovuto alla crescita della miseria si manifesta in diversi modi, per adesso la fibrillazione sociale non ha ancora una direzione chiara, dato che il problema non è tanto di numeri, ma di impronta di classe. Nelle piazze assistiamo a sovrapposizioni di differenti componenti sociali, come nel caso dei Gilet jaunes, un mix di mezze classi rovinate, proletari, studenti, in lotta contro non si sa bene cosa.

In Sardegna sono in corso manifestazioni e assemblee contro la devastazione del territorio causata dall'installazione di migliaia di pale eoliche. In Serbia, da mesi, si susseguono manifestazioni di massa dopo il crollo di una pensilina della stazione di Novi Sad; questo malessere si è spostato anche nel parlamento di Belgrado dove si è verificato un lancio di fumogeni e petardi tra opposti schieramenti. In Grecia, lo sciopero del 28 febbraio, avvenuto a due anni dall'incidente ferroviario che provocò la morte di 57 persone ed ha visto la partecipazione di quasi 4 milioni di persone. In tutti questi casi è presente un filo rosso, e cioè la condizione in cui versano intere popolazioni, che peggiora con l'ampliarsi del divario fra i minimi e i massimi dei redditi.

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