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  • Resoconto teleriunione  17 novembre 2020

Polarizzazione globale

La teleconferenza di martedì sera, connessi 23 compagni, è iniziata prendendo spunto da un articolo di Repubblica intitolato "La seconda ondata Covid frena la richiesta di mutui. Boom di soldi fermi in banca, crollano i consumi a ottobre" (17.11.20). In seguito alle restrizioni ai movimenti individuali e collettivi imposte dal governo, a ottobre i consumi sono drasticamente diminuiti, mentre sono cresciuti i depositi in banca, ovvero i soldi parcheggiati nei conti correnti: "Consumi al palo per servizi ricreativi, alberghi, ristoranti. Sul fronte delle spese, invece, sta accadendo il contrario. Una spia del circolo vizioso tra risparmi e mancati consumi è emersa oggi dall'indicatore congiunturale della Confcommercio, secondo il quale le spese sono scese dell'8,1% rispetto allo stesso mese del 2019 interessando 'in misura più immediata e significativa la filiera del turismo, servizi ricreativi (-73,2%), alberghi (-60%), bar e ristoranti (-38%)'."

Gli effetti economici dei lockdown in corso sono paragonabili a quelli di uno sciopero generale prolungato, motivo per cui i capitalisti grandi e piccoli premono, incuranti della crescita del numero dei contagi e dei morti, perché si riaprano tutte le attività commerciali, soprattutto in prossimità dello shopping natalizio.

In campo economico è da segnalare la firma lo scorso 15 novembre del RCEP, il Regional Comprehensive Economic Partnership, un accordo di libero scambio sancito tra Cina e 14 paesi dell'est asiatico, e cioè le 10 economie dell'Asean, l'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, più Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Gli Stati Uniti rimangono fuori dal più grande patto commerciale del pianeta, che rappresenterà circa il 30% dell'economia globale e comprenderà oltre 2,2 miliardi di consumatori. Se è vero che la Cina non può scalzare gli Usa nel ruolo di gendarme globale, e anzi li sostiene acquistandone il debito pubblico, è altrettanto vero che Pechino è alla ricerca di nuovi sbocchi commerciali. A loro volta, gli Stati Uniti tentano, da anni, di accerchiare la Cina tramite l'interposizione di potenze amiche (India, Giappone, Taiwan), ma tale strategia è logorata da accordi economici di questo tipo. Ne è esempio la tecnologia 5G, per larga parte in mano ai cinesi (Huawei e Zte) nonostante Donald Trump abbia tentato di bloccarne l'espansione. Cina ed Usa sono due economie complementari, legate a doppio filo: una situazione che impedisce il passaggio di consegne da una potenza imperialista all'altra ("Accumulazione e serie storica").

La guerra di tutti contro tutti serpeggia anche sul fronte dei vaccini, e vede i diversi paesi in corsa l'uno contro l'altro per arrivare primi al traguardo della commercializzazione del prodotto farmaceutico. In un'economia di mercato la salute degli esseri umani è un business, e tra i più lucrosi. La capacità produttiva sarebbe tale da soddisfare le esigenze di tutta l'umanità, ma in questa società essa è legata ad interessi nazionali, e difesa da brevetti proprietari. Anche i vaccini, sebbene nel mezzo di una pandemia, non sfuggono a queste dinamiche che peseranno inevitabilmente sulla loro efficacia e distribuzione. In una società post-capitalista, diretta razionalmente secondo i bisogni di specie e nella quale non esisterà più l'equivalente moneta, tutti collaboreranno mettendo in comune mezzi e conoscenza. Oggi invece si sta scherzando col fuoco, anche perché questo virus potrebbe mutare (vedi focolai negli allevamenti di visoni) mandando all'aria le attuali sperimentazioni.

Durante la scorsa teleconferenza abbiamo accennato alle elezioni americane evidenziandone l'alta carica di polarizzazione sociale, anche per quanto riguarda il risultato finale, la vittoria dei democratici, che non riusciranno a ricompattare il fronte interno. Qualche giorno fa Repubblica ha pubblicato l'articolo "Negli Stati Uniti ha vinto la polarizzazione" (15.11.20), di Moisés Naím, che ben rappresenta un classico esempio di capitolazione ideologica della borghesia di fronte al marxismo. Certo, il giornalista non va alla radice del problema, che è la caduta della legge del valore, ma comunque individua aspetti sovrastrutturali degni di nota:

"Invece di ridurre la polarizzazione, le campagne elettorali la ingigantiscono. Invece di contribuire a calmare la tensione e unire il paese, adesso promuovono la radicalizzazione. Le elezioni quantificano anche la frattura politica che divide una società e forniscono i numeri esatti di persone che supportano ognuno dei due schieramenti. Le democrazie polarizzate fanno fatica a formare Governi, a tenere in piedi le alleanze che mettono insieme alla bell'e meglio per governare e prendere decisioni politiche che sono sì necessarie, ma anche controverse. Questa realtà politica è ormai globale."

Nell'ultimo periodo abbiamo visto le conseguenze della polarizzazione, oltre che negli Stati Uniti, anche in Spagna, Bielorussia, Francia, Cile, Bolivia, Iran e, più recentemente, Perù e Thailandia. Nel nostro articolo "La banlieue è il mondo" scrivevamo che si ha polarizzazione quando gli elementi di un "campo" o "sistema" si dispongono secondo orientamenti particolari intorno a due poli opposti. In quei momenti, il particolare stato delle molecole sociali è simile a quello che troviamo poco prima di una scarica elettrica: fra i due poli si verifica una ionizzazione dell'aria, una situazione di instabilità catastrofica che ne capovolge le caratteristiche, per cui l'aria stessa da isolante diventa conduttiva, con conseguente scarica elettrica violenta. Giornalisti, analisti, economisti si trovano ad affrontare tali aspetti solo quando diventano manifesti, quando sono visibili ai più e non si possono nascondere; per noi la ionizzazione della storia è un tema fondamentale almeno dalla metà del secolo scorso.

La pandemia non ha fatto altro che acuire una polarizzazione economica già in atto, quella che Marx spiega con la legge della miseria crescente. Secondo uno studio della Banca Mondiale, "The impact of COVID-19 on global poverty under worsening growth and inequality", le varie misure di confinamento sociale hanno prodotto un repentino peggioramento delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Nel 2020 saranno tra 88 e 115 milioni le persone precipitate sotto la soglia di 1,90 dollari al giorno, e arriveranno a 150 milioni nel 2021.

Questi processi di allontanamento degli estremi (sempre più ricchezza concentrata in sempre meno mani) aggravano la guerra civile diffusa e il marasma sociale. I governi militarizzano le polizie, che si scagliano contro le popolazioni incollerite, individuate come nemiche (vedi in Francia i Gilets jaunes). Le metropoli diventano campi di battaglia, dove vengono sperimentati nuove armi e tecniche di guerra, e approntate strategie contro-insurrezionali. Per Moisés Naím "la società sembra soffrire di una sorta di malattia autoimmune, con una parte del corpo politico che impiega risorse considerevoli per muovere guerra contro il corpo stesso."

La guerra alla povertà si è da tempo trasformata in guerra ai poveri, i quali rispondono scendendo in piazza un po' ovunque nel mondo, con manifestazioni sempre più radicali. La repressione aperta è indice di debolezza da parte degli stati, tanto più in quelli dove c'è una crescita record dei contagi e il collasso dei sistemi sanitari.

Marx nella Prefazione a Per la Critica dell'Economia Politica del 1859 nota come, a un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrino in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, e allora subentri un'epoca di rivoluzione sociale. Nell'Estremismo, Lenin afferma che una situazione di crisi profonda della società borghese è suscettibile di sfociare in un movimento di sovvertimento rivoluzionario, allorché "gli strati superiori non possono vivere alla vecchia maniera, e gli strati inferiori non vogliono vivere alla vecchia maniera". Riprendendo l'articolo "Attivismo" (1952), ribadiamo che in assenza di un organismo collettivo rivoluzionario che eserciti un'influenza su ampie masse di proletari, anche se crollano gli stati e va in rovina lo schieramento politico borghese, la situazione è a tutti gli effetti controrivoluzionaria. Ora, volendo essere ottimisti, possiamo ricordare la velocita con cui si è diffuso il movimento Occupy Wall Street, che ha portato, nel giro di poche settimane dalla sua nascita, a manifestazioni sincronizzate in tutto il mondo (volantino "Mille città" sull'ondata internazionale di manifestazioni del 15 ottobre 2011).

Il Capitale non ha più di fronte a sé un mondo da conquistare, ma un mondo fin troppo conquistato. Il vecchio e blindato involucro salterà perché non ha più nessun nesso con il suo contenuto. Stiamo vivendo una rivoluzione, quel che manca è la rottura finale.

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    E' stato segnalato l'articolo "La soluzione capitalista per 'salvare' il pianeta: trasformalo in una classe di asset e vendilo", una lunga intervista a John Bellamy Foster, professore di sociologia ed editore della rivista online Monthly Review. Secondo lo studioso, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici del 2021, conosciuta anche come COP26, si sarebbe paventato un progetto per la finanziarizzazione dei processi naturali:

    "[…] il capitale è alla ricerca di nuovi flussi di entrate. E dopo la crisi finanziaria del 2007-2010, hanno iniziato a guardare sempre più ai servizi ecosistemici (quelli che potremmo chiamare natura e servizi della natura) come base, come base materiale per la finanziarizzazione. Quindi c’è questa finanziarizzazione della natura in corso molto rapida che sta avvenendo. Dove i servizi naturali, i servizi ecosistemici, si stanno trasformando in forme di valore di scambio che possono essere alla base della finanziarizzazione".

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    Recentemente The Economist ha pubblicato due articoli sulle conseguenze sociali derivanti dal carovita. Il primo ("Hungry and angry"), più riassuntivo, mette in guardia dall'arrivo di una nuova ondata di agitazioni e disordini; il secondo, una versione estesa dal titolo significativo ("From inflation to insurrection"), descrive più dettagliatamente la situazione dei paesi sull'orlo di una crisi sociale ed economica, ed è accompagnato da una cartina in cui sono evidenziate le zone del mondo dove si prevede il manifestarsi di gravi focolai di disordini nei prossimi dodici mesi. Per elaborare la propria previsione, il settimanale inglese ha costruito un modello statistico, basato sui dati raccolti da un progetto di ricerca globale sugli "eventi di agitazione" (ACLED) dal 1997, per valutare la relazione tra inflazione e rivolte, ed ha scoperto che l'aumento dei prezzi di cibo e carburante è il più forte presagio di instabilità politica e sociale.

    L'ultima volta in cui il mondo ha subito uno shock sui prezzi dei prodotti alimentari è scoppiata la Primavera araba, che ha portato ad un'ondata di rivolte e, in alcuni casi, a vere e proprie guerre civili (Siria e Libia). Oggi, lo shock economico si inserisce nel contesto della guerra in Ucraina e lascia presagire una nuova ondata di marasma sociale. L'aumento dei prezzi di cibo e carburante è la forma di inflazione più atroce, dice l'Economist, quella che incide maggiormente sulle popolazioni, soprattutto dei paesi poveri, che possono rimandare l'acquisto di beni secondari ma non possono smettere di mangiare o di utilizzare i trasporti per fare la spesa o andare al lavoro.

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