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  • Resoconto teleriunione  21 settembre 2021

"Il comunismo si sta realizzando"

La teleconferenza di martedì sera, connessi 16 compagni, è iniziata prendendo spunto da quanto scritto da Maurizio Ferraris nel suo ultimo libro Documanità. Filosofia del mondo nuovo (ed. Laterza, 2021), recensito dal quotidiano Il Foglio nell'articolo intitolato "Il comunismo si sta realizzando" (16.09.21).

Lo studioso torinese, che abbiamo citato nell'articolo "Marx 1818-2018" (rivista n. 44) e a cui abbiamo dedicato un trafiletto nella newsletter n. 202, è professore ordinario di filosofia teoretica presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Torino, e fa parte della corrente di pensiero denominata il nuovo realismo. In Documanità afferma che il comunismo non è morto come ritiene la maggior parte delle persone, ma al contrario esso è più vivo che mai. Ciò è sostenuto nel capitoletto "Il comunismo realizzato":

"Se il comunismo è la realizzazione del principio «da ognuno secondo le sue capacità, a ognuno secondo i suoi bisogni», siamo nelle condizioni migliori per attuarlo; e per paradossale che possa apparire proprio la seconda parte dell'auspicio, quella più tradizionalmente difficile da realizzare, risulta ora, se non a portata di mano, almeno in linea di principio raggiungibile. Il mancato riconoscimento di questa circostanza costituisce oggi la più grave paralisi delle coscienze e delle idee che il nostro tempo abbia conosciuto, dunque anche il più grave inciampo alla comprensione e alla trasformazione del presente. Per farlo bisogna abbandonare, guardando alla realtà effettuale, la convinzione, infondata, che il comunismo sia morto, mentre è evoluto, facendo sì che la nostra sia l'epoca più vicina al comunismo realizzato di ogni precedente età del mondo: più che nelle rivolte di Thomas Müntzer, nei programmi di Lenin, nella Grande Guerra patriottica, nelle istituzioni del Patto di Varsavia."

Se addirittura i borghesi affermano che il comunismo si sta realizzando, vuol dire che nella società qualcosa di grosso sta emergendo. Certo, questi accademici non riescono a liberarsi dai retaggi del capitalismo e non ce la fanno proprio a delineare i caratteri di una società post-capitalista. Al massimo, descrivono la società comunista come una specie di grande cooperativa, in linea con la concezione di Bucharin e Preobraženskij presente ne L'ABC del comunismo (1919). Tuttavia, la transizione di fase in corso li spinge ad esprimersi in un certo modo e ad abbandonare paradigmi inadeguati, come quello della società fondata sul lavoro.

Ferraris fa alcuni esempi per sostenere la sua tesi: gli stati hanno sempre avuto il controllo sulle monete, mentre oggi con la diffusione di quelle elettroniche "chiunque" può farsi la sua. Lo stesso discorso vale per il servizio postale, anch'esso storicamente controllato dalle istituzioni ed oggi sostituito dalle e-mail; o l'esercito nazionale, rimpiazzato da contractor al servizio di chi paga di più. Le vecchie categorie vanno dissolvendosi in tempi brevi, e le prerogative dello Stato potrebbero essere assunte dalle piattaforme. Lo proponeva già qualche anno fa il libertariano Tim O'Reilly nel documento "Government as a platform", che prevedeva la formazione di governi 2.0 dove intelligenza artificiale e biologica collaborano nella organizzazione di complesse comunità autopoietiche.

Anche i partiti politici, sostiene lo studioso, non svolgono più la funzione di un tempo: da decenni senza alcun programma, inseguono le opinioni che viaggiano sui social network, e questa è un'ulteriore dimostrazione dell'avvenuta dittatura del proletariato. In tutti i paesi, tranne in Cina (definita comunista!), lo Stato non controlla le piattaforme Web. Ovviamente, nel testo di Ferraris non manca una buona dose di riformismo, e infatti la soluzione per la disoccupazione di massa sarebbe lo sviluppo di un "webfare capace di ridistribuire il plusvalore creando le condizioni per una umanità cosmopolitica, redenta dalla maledizione di Adamo e capace di far qualcosa di meglio che imitare le macchine per scopi produttivi o distributivi". Questo nuovo welfare sarebbe possibile grazie ad una tassazione delle grandi piattaforme che prosperano grazie al lavoro gratuito di milioni di utenti e ricavano i famosi big data, che vengono venduti e servono ad anticipare le future tendenze di mercato. Da tanto tempo si sente parlare di Tobin Tax, la tassazione dei grandi patrimoni finanziari, al fine di riequilibrare il capitalismo, ma la miseria non ha fatto che crescere ai quattro angoli del mondo. Giusta Marx: più accumulazione, minor numero di borghesi; più ricchezza borghese, più miseria proletaria.

Gli stati devono fare i conti con una popolazione eccedente rispetto alle esigenze del Capitale, e per questo i capitalisti e i loro tirapiedi (politici, filosofi e sociologi) sfornano le teorie più strampalate sul come risolvere il problema. Ma la massa di disoccupati non è più l'esercito industriale di riserva di otto-novecentesca memoria, che entrava nel ciclo produttivo nei periodi di boom e veniva sbattuto fuori in quelli di crisi; è sovrappopolazione assoluta, forza lavoro inoccupabile che in qualche modo deve essere foraggiata. Quindi gli stati da una parte sono obbligati ad erogare redditi di cittadinanza o di base, dall'altra vorrebbero invece abolire tali misure di intervento perché si rendono conto che non può funzionare una società che invece di sfruttare i propri schiavi è costretta a mantenerli.

Il capitalismo perde energia e con esso gli apparati statali: le strutture della società borghese, dalle poste alla scuola, dalle parrocchie fino ai sindacati vanno sgretolandosi e, simmetricamente, emergono potenzialità completamente nuove.

Uno dei capisaldi della nostra corrente è sempre stato quello di avversare la concezione secondo cui il comunismo è qualcosa da edificare. Il comunismo non si costruisce, è un movimento distruttivo, già esistente all'interno della società capitalista. Su Prometeo, rivista teorica del PCInt., si parlava di capitale senza capitalisti e capitalisti senza capitale dando risalto ai saggi di organizzazione futura comunistica (Proprietà e Capitale, cap. XV, 1948): gli esempi che i compagni del tempo facevano erano quelli del servizio gratuito di ascolto delle radio non nazionali, e il lavoro volontario delle segnalazioni dei radioamatori in casi di pericoli o naufragi. In tali attività veniva superata la "equazione mercantile" tra lavoro speso e valore prodotto. Oggi, i sintomi di società futura sono molto più evidenti: le merci non contengono più lavoro umano sufficiente per giustificare l'esistenza del capitalismo, il quale fatica sempre più a valorizzarsi.

In Cina, fabbrica del mondo capitalistico e colosso da 1,3 miliardi di abitanti, hanno costruito città intere per sfogare l'esuberanza produttiva e fissare così gli investimenti nel mattone. Queste città però sono rimaste vuote e disabitate. La crisi Evergrande non è che manifestazione e conseguenza di tale situazione: speculazione finanziaria sull'immobiliare. E il problema non riguarda solo il gigante del mattone ma è ben più grave perché, se la bolla scoppiasse, il settore, che ammonta a circa il 15% del Pil cinese, potrebbe tirarsi dietro tutta l'economia. Evergrande costruisce case a debito, contando di ripagare i prestiti con i soldi delle vendite delle abitazioni; di fronte alla crisi Pechino ha posto restrizioni sull'immobiliare e sulla leva finanziaria, ma è come se avesse chiuso la stalla quando i buoi erano già scappati per di più rischiando che la corsa al mattone rallenti fino a fermarsi.

La grande società cinese è indebitata per una cifra che ammonta a circa 300 miliardi di dollari verso 180 istituti bancari e decine di altri istituti non bancari. A breve la situazione si chiarificherà perché nei prossimi giorni dovrebbe rientrare con una parte dei debiti e solo allora si capirà cosa intende fare il governo cinese. La cifra non è enorme, soprattutto se confrontata con quella degli Usa durante la crisi del 2008 quando solo il primo intervento del Tesoro fu di circa 750 miliardi di dollari (vedi il film Too Big to Fail - Il crollo dei giganti). Evergrande non è responsabile dell'emissione di titoli tossici dentro pacchetti strutturati, ma le sue partecipazioni vanno dal settore ospedaliero ai videogiochi: piccoli risparmiatori, dipendenti ed enti locali hanno acquistato prodotti finanziari ad essa collegati, e da questo punto di vista il default del gruppo potrebbe avere ricadute interne molto pesanti. Lo stato cinese potrebbe decidere di far fallire l'azienda per spaventare e redarguire gli altri grandi gruppi, ma è difficile che accetti un tale rischio senza intervenire minimamente. Detto questo, è chiaro che il capitalismo cinese si sta americanizzando (vedi finanziarizzazione dell'economia). La sincronizzazione delle economie in un mondo globalizzato è un fatto inevitabile.

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    Ed ancora:

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